“Bollino S.I.A.E. tra irrilevanza penale e indizio di duplicazione abusiva”


[IL FATTO] Durante l’espletamento di un’attività d’indagine, ufficiali appartenenti alla Guardia di Finanza rinvenivano, nei locali di proprietà di Marco, titolare di un’attività di vendita e noleggio di supporti digitali riproducenti immagini, file musicali e giochi, un numero imprecisato di cd e dvd privi del contrassegno SIAE. Nonostante l’esigua quantità del materiale rinvenuto, peraltro in un armadietto collocato alle spalle della zona addetta alla vendita, Marco veniva rinviato a giudizio e condannato alla pena di mesi dieci di reclusione e tremila euro di multa perché colpevole del reato di cui all’art. 171 ter, comma 2, lett. a) della legge 22 aprile 1941 n. 633 (c.d. legge sul diritto d’autore).

Ad oltre un anno dalla pronuncia della Corte di Giustizia europea, nel procedimento C-20/05, nota a tutti come sentenza “Schwibbert”, ancora si discute sulla compatibilità della normativa italiana che prevede l’apposizione del contrassegno SIAE con la direttiva europea 83/189/CEE del 28 marzo 1983 istitutiva di una procedura di informazione obbligatoria nel settore delle norme e delle regole tecniche.

Tale disposizione ha statuito che l’obbligo di apporre sui dischi compatti contenenti opere d’arte figurativa il contrassegno SIAE, in vista della loro commercializzazione nello Stato membro interessato, rientra nel novero delle “regole tecniche”, che devono essere notificate dallo Stato alla Commissione della Comunità europea.

Tale obbligo di comunicazione consente alla Commissione di disporre di informazioni complete per la verifica di compatibilità dell’obbligo con il principio della libera circolazione delle merci, con la conseguenza che, qualora tali regole tecniche non siano state notificate, non potranno essere fatte valere nei confronti dei privati dovendo, pertanto, essere disapplicate dal giudice nazionale.

Nell’ordinamento italiano, l’obbligo di apposizione del contrassegno SIAE, è stato previsto, per la prima volta, in attuazione dell’art. 123 della legge sul diritto di autore 22 aprile 1941 n. 633, con l’art. 12 del regolamento per l’esecuzione della legge stessa, emanato con r.d. 18 maggio 1942 n. 1369.

Tale obbligo, tuttavia, riguardava soltanto le opere a stampa e aveva, quale unico scopo, quello di permettere all’autore di controllare il numero degli esemplari venduti.

Solo successivamente infatti, l’obbligo di apporre il contrassegno SIAE sulle videocassette contenenti opere cinematografiche ha assunto una natura pubblicistica diventando strumentale alla verifica della originalità del prodotto: per la prima volta, furono configurati come delitto la vendita ed il noleggio delle videocassette prive del bollino SIAE (art. 2 del d.l. 9/1987 conv. Legge 121/1987).

L’esegesi normativa delle disposizioni a tutela del diritto d’autore sono, infatti, passate dall’art. 171 bis l. 1941/633 che punisce la duplicazione abusiva, la commercializzazione e la riproduzione di programmi per elaboratore in supporti privi del contrassegno, all’art. 171 ter che punisce la vendita ed il noleggio di videocassette, musicassette o di altro supporto contenente fonogrammi o videogrammi di opere cinematografiche o audiovisive o sequenze di immagini in movimento, privi del contrassegno SIAE, fino ad arrivare alla previsione normativa dell’art. 181 bis introdotta dalla legge 248/2000 che detta le regole generali per contrassegnare tutti i supporti diversi da quelli cartacei stabilendo che il “bollino” deve essere applicato in modo visibile sulla confezione del supporto a meno che, per esigenze di commercializzazione di alcuni prodotti, la SIAE non autorizzi l’apposizione sull’involucro esterno della confezione.

Occorre, inoltre, precisare che quando il supporto da cartaceo è diventato magnetico, plastico o di altro materiale e ciò anche con riferimento alla tecnica di fissazione dell’opera nel supporto stesso che è passato dalla stampa alla “masterizzazione”, la stessa definizione di “regola tecnica” è cambiata dovendo, pertanto, nuovamente ricevere il vaglio della Commissione.

Per i supporti non cartacei, l’obbligo di apposizione del contrassegno SIAE è posteriore alla istituzione della procedura di comunicazione (direttiva 83/189/CEE) anche se, in ogni caso, lo Stato Italiano aveva l’obbligo di nuova notifica, ai sensi dell’art. 8 della direttiva 98/34/CEE a seguito della modifica apportata al progetto di regola tecnica ed alla inclusione di nuovi supporti nell’ambito dell’obbligo originario di apposizione del contrassegno.

Pertanto, per effetto delle direttive comunitarie dinanzi ricordate, così come interpretate dalla Corte di Giustizia, ogni volta che una norma penale prevede fra gli elementi costitutivi del reato la mancanza del contrassegno SIAE obbligatoriamente imposto per mezzo di una “regola tecnica” spetta al pubblico ministero provare che la previsione del contrassegno sia anteriore alla data del 31 marzo 1983 ovvero, se posteriore a quella data, sia stata regolarmente comunicata dallo Stato alla Commissione europea (Sez. III n. 13816/2008).

In difetto di questa prova, infatti, l’obbligo di apposizione del contrassegno non potrà essere fatto valere nei confronti dei privati e non potrà essere applicato dal giudice nazionale con la conseguenza che la detenzione, commercializzazione, noleggio ecc. di supporti privi del contrassegno SIAE non può ritenersi prevista dalla legge come reato.

La formula di assoluzione da adottare, pertanto, sarà quella che il fatto contestato non è previsto dalla legge come reato in quanto il fatto materiale, pur essendo stato accertato nella realtà, non costituisce un illecito penale perché nei confronti dell’imputato non è applicabile (perché non operativa) un norma che preveda l’obbligo di apporre il contrassegno e ciò varrà almeno fino a quando non verrà completata la procedura obbligatoriamente prescritta dalle direttive comunitarie in ordine alla comunicazione della regola tecnica sul contrassegno alla Commissione europea.

Più controversa è, invece, l’ipotesi delittuosa prevista dall’art. 171 ter, lett. c) della legge 633/1941 che punisce non la mancanza del contrassegno SIAE ma chiunque detiene per la vendita supporti illecitamente duplicati o riprodotti non avendo concorso alla duplicazione o sopraffazione.

Secondo parte della giurisprudenza questa diversa ipotesi di reato non è incisa dalla inapplicabilità dell’obbligo del contrassegno SIAE se non indirettamente nel senso che la mancanza del bollino non può essere considerata neppure un semplice indizio della illecita duplicazione o riproduzione non sussistendo, nei confronti del privato, alcun obbligo di apposizione del contrassegno per effetto della mancata comunicazione alla Commissione europea (Cass. n.13816/08 – 21579/08).

Ed infatti, attribuire alla mancanza del contrassegno il valore anche di mero indizio di un’attività illecita altro non significa che continuare a ritenere che l’apposizione del bollino sia obbligatoria e che il non rispetto di tale obbligo significhi indizio di un comportamento illecito.

Tale valenza indiziaria avrebbe potuto essere riconosciuta qualora le norme sull’obbligo del contrassegno fossero state dichiarate incostituzionali, dal momento che, nel nostro ordinamento, la norma dichiarata incostituzionale è invalida, ma efficace, e quindi obbligatoria per i cittadini e le P.A. fino alla dichiarazione di incostituzionalità.

Tale valenza, ad avviso della Suprema Corte, non può invece riconoscersi nella vicenda in esame posto ché le regole tecniche non comunicate alla Commissione non sono divenute efficaci e quindi non possono essere ritenute applicabili ai privati.

Altra parte della giurisprudenza, riflettendo sulla natura giuridica del contrassegno che, nell’ordinamento giuridico italiano, non ha solo lo scopo di condizionare la libera circolazione del prodotto ma anche quello di favorire una rapida identificazione dei prodotti abusivi assicurando così una tutela più incisiva e pronta alle violazioni del diritto d’autore, ritiene che nell’ipotesi in cui l’apposizione del contrassegno sia obbligatoria, la mancanza assume valenza indiziaria in ordine all’illecita provenienza del supporto proprio perché il contrassegno SIAE consente di distinguere il prodotto originale da quello contraffatto (Cass. 32064/2008).

Il diverso atteggiamento della Suprema Corte è ancorato su una diversa previsione normativa che in ordine ai reati di cui agli articoli 171bis, commi 1 e 2, e 171ter, comma 1, lettera d), relativi a supporti privi del contrassegno, prevede che il fatto non sia previsto dalla legge come reato, attesa l’inopponibilità nei confronti dell’imputato dell’obbligo di apporre il contrassegno.

Resterebbero punibili invece i reati aventi ad oggetto supporti illecitamente duplicati o riprodotti, perchè non prevedono come elemento essenziale tipico la mancanza del contrassegno (come il reato ex articolo 171ter, comma 1, lettera c).

In tale ultimo caso, ad avviso della Suprema Corte, la mancanza del contrassegno SIAE continuerebbe a mantenere una valenza indiziaria in ordine all’abusività della copia ma non sarebbe elemento di tale significatività ed univocità da sorreggere da solo, in carenza di altre emergenze, la conclusione in  ordine alla abusiva o illecita riproduzione dell’opera protetta, necessitando perciò del conforto di altri elementi circa l’illecita duplicazione o riproduzione (Cass. 32064/2008).

  dicembre 2008

Avv. Claudia Grieco

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.