Testamento biologico, ora si può!!La nomina dell’amministratore di sostegno dà valenza giuridica alle direttive anticipate di fine vita.


Quasi contemporanea con l’ultima e, si spera, definitiva pronunzia della Cassazione sul caso Englaro, che non poche polemiche ha suscitato nel mondo politico e mediatico, per la prima volta in Italia un tribunale ha attribuito piena valenza giuridica al c.d. testamento biologico, compiendo quel passo che il legislatore, nonostante i continui inviti, non riesce o non vuole compiere. Lo ha fatto sfruttando l’istituto dell’Amministratore di sostegno, di cui già si è avuto modo di parlare sulle pagine di questa rivista (cfr. Juris News n. 1 del maggio 2006), e che ha profondamente innovato negli ultimi anni la materia dell’incapacità delle persone fisiche.

Prima di passare però all’esame del Decreto con cui il giudice tutelare Guido Stanzani del Tribunale di Modena il 5 novembre 2008, ha accolto l’istanza di un privato cittadino che chiedeva il riconoscimento giuridico delle proprie “direttive anticipate di fine vita” e la nomina dell’amministratore di sostegno in caso di futura incapacità, è bene delineare seppure in breve, le caratteristiche salienti dell’istituto.

Previsto dagli artt. 404-413 del Codice civile, introdotti dalla legge n. 6 del 9 gennaio 2004, la figura dell’Amministratore di sostegno è prevista al fine di assistere la persona che, per effetto di una infermità ovvero di una menomazione fisica o psichica, si trovi nella impossibilità, anche parziale o temporanea, di provvedere ai propri interessi. Viene nominato con decreto del giudice tutelare del luogo in cui l’interessato ha la residenza o il domicilio su ricorso dell’interessato o di uno dei soggetti di cui all’art.417 c.c.. In considerazione del fatto che il beneficiario conserva la capacità di agire per tutti gli atti che non richiedono la rappresentanza esclusiva o l’assistenza necessaria dell’amministratore di sostegno e che “L’amministratore di sostegno può essere designato dallo stesso interessato, in previsione della propria eventuale futura incapacità, mediante atto pubblico o scrittura privata autenticata” è evidente come l’istituto ben si presti anche per dare attuazione a quelle che sono le cd. direttive anticipate di fine vita, più comunemente conosciute come testamento biologico. Si tratta, in estrema sintesi, di quelle indicazioni, direttive per l’appunto, con cui un soggetto esprime “ora per allora” il proprio consenso o dissenso all’applicazione di determinati trattamenti sanitari (rianimazione cardiopolmonare, trasfusioni, alimentazione artificiale, ecc.) da far valere nelle ipotesi in cui non sia in grado di esprimere consapevolmente la proprio volontà.

            E’ quanto fatto nel settembre scorso da XXX (nome omesso per motivi di riservatezza), che in perfette condizioni di salute e nel pieno delle proprie capacità, con scrittura privata autenticata da notaio dichiarava che “in caso di malattia allo stato terminale, malattia o lesione traumatica cerebrale, irreversibile e invalidante, malattia che mi costringa a trattamenti permanenti con macchine o sistemi artificiali che impediscano una normale vita di relazione, chiedo e dispongo di non essere sottoposto ad alcun trattamento terapeutico, con particolare riguardo a rianimazione cardiopolmonare, dialisi, trasfusione, terapia antibiotica, ventilazione, idratazione o alimentazione forzata e artificiale. Chiedo inoltre formalmente che, nel caso in cui fossi affetto da una delle situazioni sopraindicate, siano intrapresi tutti i provvedimenti atti ad alleviare le mie sofferenze, compreso, in particolare, l’uso di farmaci oppiacei, anche se essi dovessero anticipare la fine della mia vita“. La dichiarazione in questione si riferisce non solo al rifiuto dei principali trattamenti medici e di sostegno vitale che in caso di trauma/patologia grave consentono di prolungare l’esistenza in vita dell’individuo, ma contiene altresì l’esplicita richiesta di somministrare farmaci in grado di lenire il dolore (cd. “cure palliative”), da applicarsi anche se il relativo impiego dovesse anticipare l’esito infausto.

Nel medesimo atto veniva designata, ai sensi dell’art. 408 comma 2° c.c., come  amministratore di sostegno la moglie e, in caso di indisponibilità di quest’ultima, la figlia, con l’incarico, in caso di propria futura incapacità dovuta a malattia terminale o grave malattia/lesione cerebrale, di manifestare e far valere la sua volontà.

Con ricorso del 14 ottobre scorso, l’istanza di nomina di amministratore di sostegno veniva  sottoposta al vaglio del Giudice Tutelare del Tribunale di Modena Guido Stanziani che, ascoltati il ricorrente e i suoi familiari, conferiva loro la nomina di amministratore di sostegno con decreto del successivo 5 novembre.

Nel provvedimento in questione, che può sicuramente costituire un leading case per futuri, analoghi riconoscimenti, il giudice modenese non manca di richiamare alcune tra le più recenti pronunzie giurisprudenziali sulle problematiche di fine vita e sul consenso, rectius dissenso, informato all’atto medico. Tra queste spicca senz’altro la sentenza della Corte di Cassazione n. 23676 del 15 settembre 2008 sulla legittimità del diniego alle trasfusioni da parte dei Testimoni di Geova, nella quale veniva chiaramente affermato il principio, che affonda le sue radici  negli art. 2, 13 e 32 della Costituzione, secondo cui il rifiuto da parte dell’interessato all’atto medico viene ritenuto meritevole di tutela “anche se tale condotta lo esponga al rischio di morte“. Altrettanto importante è il riferimento alla discussa e ormai “storica” pronunzia della Suprema Corte sul caso Englaro, la n. 21748 del 16.10.2007, in cui si affermava in maniera esplicita la possibilità di interrompere i trattamenti di sostegno vitale (parificati pienamente ai trattamenti medici in senso proprio) in presenza di precisi presupposti, ovvero: a) l’irreversibilità dello stato patologico senza la benché minima possibilità di un qualche, sia pure flebile, recupero della coscienza e di ritorno ad una percezione del mondo esterno e b) l’accertamento, in base ad elementi di prova chiari, univoci e convincenti, della volontà del paziente medesimo di interrompere il trattamento medico, tratta dalle sue precedenti dichiarazioni ovvero dalla sua personalità e dal suo stile di vita.

Proprio al fine di riconoscere una valenza giuridica a tali manifestazioni di volontà, sancita tra l’altro dagli ordinamenti di molti altri paesi, da più parti si invoca, da svariati anni ormai, un intervento del legislatore che possa regolamentare in maniera definitiva ed inequivocabile il consenso/dissenso all’atto medico. In attesa di tale riconoscimento legislativo, lo strumento dell’amministratore di sostegno, combinato con una scrittura autenticata che contenga le disposizioni “ora per allora” in ordine al rifiuto di determinate pratiche mediche e la designazione di colui/colei che avrà il poter/dovere di manifestare ed attuare tale volontà, può costituire senza dubbio un valido rimedio per tamponare l’inerzia del legislatore. L’intervento del giudice tutelare e la sua successiva supervisione può, inoltre, contribuire anche ad evitare e risolvere molte delle questioni che hanno reso particolarmente  travagliate le vicende umane e processuali di Eluana Englaro e Piergiorgio Welby, solo per citare i casi assunti agli onori delle cronache. Tra queste, sicuramente, la prova della volontà dell’interessato e lo “scomodo” ruolo del medico, costretto tra i divergenti obblighi di salvare la vita del paziente e di rispettare la volontà dello stesso, qualora si opponga all’intervento medico.

L’altra faccia della medaglia è ovviamente costituita dai maggiori oneri del procedimento giudiziale, che richiede l’intervento di un notaio/pubblico ufficiale per l’autentica e di un avvocato per la successiva fase giudiziale, nonché tempi sicuramente maggiori rispetto ad un’eventuale dichiarazione fatta al medico di famiglia o ad un “testamento biologico olografo”. E’ tuttavia questa l’unica strada che oggi si può seguire, in mancanza di normativa specifica, per dare valore giuridico nel nostro paese al testamento biologico, soprattutto laddove l’interessato intenda manifestare il proprio dissenso a determinate  pratiche mediche per proprie convinzioni etiche, religiose o, semplicemente. per una propria, autonoma, scelta di vita.

 

 

dicembre 2008

 Avv. Mauro Fusco

dott. di ricerca in Bioetica

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