DOMANDA DI RISARCIMENTO DEI DANNI CONSEGUENTI ALLA VIOLAZIONE DEI DOVERI MATRIMONIALI NELL’AMBITO DEL GIUDIZIO DI SEPARAZIONE


Caia, ricorre al tribunale contro il marito Tizio poiché questi prima delle nozze le aveva tenuto nascosta la propria incapacità fisica a intrattenere normali rapporti sessuali, e, nel corso del giudizio di separazione giudiziale, chiede non solo l’addebito, ma anche il risarcimento dei danni subiti, a seguito della violazione dei doveri nascenti dal matrimonio.

Il giudice di merito respinge la domanda di risarcimento danni per responsabilità extracontrattuale in quanto domanda autonoma e distinta da quella di separazione.

Il caso esposto consente di esaminare una problematica che sempre più spesso si presenta nei giudizi di separazione e divorzio, interessante non solo da un punto di vista sostanziale, ma ancor più per i suoi risvolti processuali.

La domanda di risarcimento dei danni derivanti dalla violazione dei doveri matrimoniali (art.143 c.c.) proposta dalla parte ricorrente nei confronti del coniuge, nell’ambito del giudizio di separazione o divorzio, fa discutere perché attiene alla possibilità di ammettere un simultaneus processus tra domande soggette a riti diversi: quello camerale, per l’azione di separazione o divorzio; quello ordinario, per il risarcimento dei danni. 

Tale problema si è posto anche a proposito di altre domande, sempre soggette a rito ordinario, proposte simultaneamente a quella di separazione o divorzio ma le conclusioni cui è giunta la recente giurisprudenza sembrano riservare alla domanda di risarcimento dei danni una diversa considerazione rispetto alle altre.

Per quanto riguarda, ad esempio, le domande di scioglimento della comunione di beni immobili, di restituzione di beni mobili, di restituzione e pagamento di somme, la prevalente giurisprudenza di legittimità ritiene che l’art. 40 c.p.c. consenta nello stesso processo il cumulo di domande soggette a riti diversi, soltanto in presenza di ipotesi qualificate di connessione (artt. 31, 32, 34, 35, 36), così escludendo la possibilità di proporre più domande connesse soggettivamente ai sensi dell’art. 33 e dell’art. 133 c.p.c. e soggette a riti diversi. E poiché, come si è detto, il giudizio di separazione o divorzio segue il rito camerale, ne deriva che deve escludersi la possibilità del simultaneus processus, trattandosi di domande non accessorie e non legate dal vincolo di connessione, ma in tutto autonome e distinte dalla domanda di separazione o divorzio (Cass. 15 maggio 2001 n. 6660). Come afferma la prevalente giurisprudenza, il vincolo di accessorietà tra due pretese giudiziali, ex art. 31 c.p.c., tale da giustificarne il cumulo e la trattazione congiunta ai sensi dell’art. 40  comma 3, nel testo novellato dalla l. n. 353 del 1990, sussiste allorché l’una, oltre a connotarsi per il contenuto meno rilevante, risulti obiettivamente in posizione di subordinazione o dipendenza rispetto all’altra, nel senso che il petitum e il titolo della causa accessoria, pur mantenendo la loro autonomia, non possano concepirsi se non come storicamente e ontologicamente fondati su quelli della causa principale. Una tale situazione processuale non si verifica fra la domanda di separazione o divorzio e quelle di scioglimento della comunione legale, di restituzione e pagamento di somme, di divisione dei beni, poiché, da un lato, non è lecito assegnare a queste ultime il ruolo di domande accessorie – in quanto sia dal punto di vista giuridico, sia, soprattutto, da quello pratico, non possono considerarsi meno importanti rispetto alla prima – e, dall’altro, non ricorre alcuna dipendenza sostanziale, dal momento che la domanda di scioglimento della comunione legale, o quella di restituzione e pagamento di somme, o quella di divisione dei beni, non postulano la richiesta di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio, ben potendo la parte proporre tali domande una volta passata in giudicato la sentenza di separazione o divorzio (Cass. 17 maggio 2005 n. 10356).

Non sembra, però, che il medesimo principio possa essere applicato anche alla domanda che ha ad oggetto la condanna al risarcimento dei danni discendenti dalla violazione dei doveri matrimoniali(fedeltà, assistenza morale e materiale, coabitazione, collaborazione, art.143 c.c.). Che dalla violazione di tali doveri possa derivare al coniuge un danno patrimoniale e non, è principio ormai consolidato in giurisprudenza. Si ritiene, infatti, che la loro violazione è la conseguenza di comportamenti così gravi, da configurare aggressione ai diritti fondamentali della persona (fra i quali rientra anche il diritto alla sessualità) facendo sorgere il diritto dell’altro coniuge al risarcimento del danno patrimoniale e non patrimoniale, senza che possa ritenersi che la violazione di siffatti obblighi trovi la propria sanzione nelle misure tipiche previste dal diritto di famiglia, quali la separazione, il divorzio, l’addebito, l’assegno di divorzio, ecc.(Cass. 10 maggio 2005 n. 9801).  

Più complesso è, però, stabilire se tale domanda possa o meno essere proposta nell’ambito del giudizio di separazione o divorzio.

La risposta al quesito dipende dalla qualificazione del rito applicabile. Come è noto, a seguito delle recenti riforme, i procedimenti di separazione e divorzio, sebbene introdotti con ricorso e caratterizzati da una prima fase a cognizione sommaria dinanzi al Presidente del Tribunale, si sviluppano poi nella fase a cognizione piena secondo il rito ordinario, di cui sono richiamate le relative disposizioni e di cui sono pertanto applicabili le relative decadenze e preclusioni.

Dunque se le domande di separazione e divorzio sono soggette a rito speciale, il simultaneus  processus con domande soggette a rito ordinario può avvenire solo nei limiti di cui all’art. 40, comma 3, c.p.c., ovvero solo in presenza di una connessione ex artt. 31, 32, 34, 35, 36 c.p.c.; al contrario, se le domande di separazione e divorzio sono soggette a rito ordinario, il coniuge può sempre proporre, nell’ambito di tali procedimenti, qualsiasi domanda soggetta a rito ordinario, anche solo soggettivamente connessa, come, ad esempio, quella avente ad oggetto lo scioglimento della comunione, la restituzione di beni, di somme, l’accertamento di proprietà .

La giurisprudenza di legittimità, si è più volte pronunciata nel senso della specialità del rito dei procedimenti contenziosi di separazione e divorzio soprattutto perché in appello trova applicazione il rito camerale che costituisce una significativa deviazione rispetto al rito ordinario, che da sola è sufficiente ad attrarre i procedimenti di separazione e divorzio nell’alveo dei procedimenti soggetti a rito speciale. Dunque non può dubitarsi che a tali procedimenti debba applicarsi il rito speciale non solo in appello ma anche in primo grado con la conseguente inammissibilità della proposizione di domande soggette a rito ordinario al di fuori delle ipotesi di connessione qualificata(Cass.24/4/1997 n.9915).  

A tale conclusione sembra doversi pervenire in considerazione dell’art. 335 c.p.c., secondo cui tutte le impugnazioni proposte separatamente contro la stessa sentenza debbono essere riunite, anche di ufficio, in un solo processo. La norma rende inapplicabile in secondo grado la regola di cui all’art. 40, comma 3, c.p.c., ovvero il divieto di cumulare in un unico processo domande soggette a rito diverso fuori dai casi di connessione ex artt. 31, 32, 34, 35 e 36 c.p.c., ed impone nel secondo grado di giudizio il simultaneus processus tra le domande decise con la stessa sentenza.

Ma recentemente una parte della giurisprudenza di merito ha affermato l’ammissibilità della domanda di risarcimento del danno proposta, unitamente alla domanda di addebito, nell’ambito del giudizio di separazione, ritenendo esistente tra la domanda di addebito e la domanda di risarcimento del danno una connessione qualificata ex art. 31 e. p.c., ovvero una ragione di connessione espressamente richiamata dall’art. 40 comma 3,c.p.c. (Trib.Firenze 23/3/2006).

In effetti, l’unica strada che sembra percorribile, al fine di ammettere la proposizione della domanda di risarcimento del danno nell’ambito dei procedimenti in esame, è quella della sussistenza di una ragione di connessione idonea, ai sensi dell’art.40, comma 3 c.p.c. che, peraltro, appare configurabile solo rispetto alla domanda di addebito e non anche rispetto alla domanda di separazione o di divorzio, essendo tali pronunce del tutto neutre ai fini del riconoscimento della responsabilità aquiliana del coniuge.

Ma una parte della dottrina (Picardi)  prospetta una soluzione che appare condivisibile la quale, senza forzare il dato normativo, consentirebbe la piena realizzazione delle esigenze di economia processuale: prolungare la trattazione congiunta delle domande, pervenendo, prima della fase decisoria, alla separazione delle cause, in questo modo svolgendo un’unica istruttoria sui fatti comuni, senza tuttavia alterare il regime prescelto dal legislatore sia relativamente al rito applicabile in appello, sia relativamente all’individuazione dell’organo giudicante, che, per la domanda risarcitoria, è il giudice monocratico e non quello collegiale. 

marzo 2008

Natale Ferrara

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