L’abc… del lavoro a progetto!


Come il professor Biagi ha sottolineato: “l’area contrattuale di maggiore incidenza della tendenza espansiva del diritto del lavoro è indubbiamente rappresentata dalle collaborazioni coordinate e continuative rese senza vincolo di subordinazione” (M. Biagi in Istituzioni di diritto del lavoro).

A distanza di ben quattro anni, infatti, dall’entrata in vigore della “Legge Biagi” fautrice dell’introduzione nel nostro ordinamento del contratto di lavoro a progetto, si constata quanto la fattispecie abbia subito un’impennata vertiginosa, determinata sicuramente dalla profonde mutazioni di questi ultimi tempi nel panorama del nostro mercato del lavoro.

Da una frettolosa analisi dell’attuale contesto socio-economico è innegabile che l’affermarsi di nuovi processi produttivi ha consentito alle aziende di orientarsi verso una politica di decentramento di una parte consistente della produzione, creando terreno fertile per l’emersione di nuove figure professionali tipizzate da ampi margini di autonomia gestionale ed organizzativa.

Il Ministero del Lavoro ha sottolineato nelle quattro circolari emanate, di cui ultima quella n° 8 del 31 marzo 2008 (D.L. 248/2007 conv. Legge 31/2008), l’importanza cruciale che tale forma contrattuale ha assunto nel nostro mercato del lavoro, fornendo una serie di chiarimenti e informazioni nel merito.

La polemica sottesa a tutto ciò è alimentata sostanzialmente da due scuole di pensiero, quelli che sostengono sia solo un tentativo di eludere la normativa sul lavoro subordinato, al contrario chi la vede come una scelta verso l’autonomia.

Il disegno ispiratore della riforma del mercato del lavoro, era quello di arrestare il ricorso a quelle forme atipiche di lavoro, come espediente per camuffare rapporti di lavoro subordinato.

Ai sensi dell’art 61 del d.lgs.276/2003 (legge Biagi), infatti, le collaborazioni coordinate e continuative devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro, sono pertanto, illegittimi i rapporti di co.co.co. posti al di fuori dello schema negoziale tipico, con la conseguenza della trasformazione del rapporto di lavoro a progetto in rapporto subordinato a tempo indeterminato sin dalla data della sua costituzione.

Una presunzione iuris tantum, come chiarito da dottrina e giurisprudenza (…”aderendo a quell’interpretazione che considera il comma 1, art 69 un’ipotesi di presunzione relativa, è onere del datore….” Trib. di Torino 17 maggio 2006; Trib. Ravenna 21 novembre 2005; Trib. Ravenna 24 novembre 2005).

Con le circolari nn.1/2004 e 17/2006 sono stati approntati i primi chiarimenti in via amministrativa, che hanno sottolineato l’importanza del “progetto” e quanto questo sia parte fondamentale per il contratto, da specificare per iscritto e ben delineato nei contenuti. Concetto ribadito, oltremodo, anche nella circolare n. 4 del 2008 del Ministero del Lavoro in cui si afferma che il Ministero offre organi di vigilanza concreti che forniscano indicazioni operative prevedendo anche  una più incisiva ed uniforme azione ispettiva volta a ricondurre l’utilizzo del contratto a progetto nell’ambito delle finalità individuate dalla legge.

Il Ministero, inoltre, fornisce un elenco di particolari attività lavorative che sembrano difficilmente compatibili con la tipologia del contratto a progetto:

-addetti alla distribuzione di bollette o alla consegna di giornali, riviste ed elenchi telefonici,

-addetti alle agenzie ippiche

-addetti alle pulizie

-autisti e autotrasportatori

-babysitter e badanti

-baristi e camerieri

-commessi e addetti alla vendita

-custodi e portieri

-estetiste e parrucchieri

-facchini

-istruttori di autoscuola

-letturisti di contatori

-manutentori

-muratori e qualifiche operaie dell’edilizia

-piloti e assistenti di volo

-prestatori di mano d’opera nel settore agricolo

-addetti alle attività di segreteria e terminalisti

Per tutte queste attività la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato si presume. Incombe, infatti sul committente l’onere di provare la riconducibilità del rapporto di lavoro nell’ambito dell’autonomia e, quindi, del rapporto di lavoro a progetto.

Quando si parla di specificazione del progetto nel contratto s’intende che esso non può in alcun modo limitarsi a descrivere l’attività esercitata dall’impresa, né può individuarsi nella semplicistica elencazione delle mansioni lavorative, ma deve essere indicato in modo specifico.

Non si dimentichi poi che il lavoro a progetto ha natura autonoma rispetto a quello subordinato, deve dunque mancare qualsiasi forma di direzione o controllo, da parte del committente , ed è inoltre, ininfluente il tempo impiegato per l’esecuzione dell’operato resta il risultato finale, ciò lo caratterizza, infatti, come un’obbligazione di risultato e non di durata, ecco perché il compenso non può essere commisurato in base soltanto al tempo impiegato così come avviene per il lavoro subordinato. (Trib di Milano sent. N. 2655/2006 “la prestazione priva di qualsivoglia riferimento a  risultato finisce per tradursi in una mera messa a disposizione delle energie lavorative con onere di diligenza, caratteristiche che ne determinano la natura subordinata. Dunque, il risultato si pone al centro del tipo normativo”Cons. Stato sent. N°1743/2006) .

La non ingerenza del committente comporta che egli non deve attuare alcun potere disciplinare in capo al lavoratore la cui prestazione non deve in alcun modo risolversi in una mera messa a disposizione delle energie lavorative in favore del committente, ma c’è di più, nel caso in cui il lavoratore a progetto, nell’esecuzione della prestazione, dovesse fare delle invenzioni, ha diritto al riconoscimento dell’invenzione fatta ,tale assunto è oggetto dell’art. 65.

Per quel che, invece, riguarda “i diritti e gli obblighi delle parti”, il Legislatore fa espresso riferimento alle leggi speciali, incluso l’art 12 bis della L. 22 aprile 1941 n. 633 e successive modificazioni.

La novità rilevante oggetto della riforma delle co.co.co. risiede nella previsione della durata determinata o determinabile della prestazione dovuta, che può essere certa o sottoposta a un evento e quindi determinabile (certus an, incertus quando), su questa cosa illuminante è la Circolare del Ministero del Lavoro 8 gennaio 2004 che chiarisce quanto la durata della prestazione è rimessa all’arbitrio del committente, altrimenti si tratterebbe non più di un termine, ma di una condizione potestativa. La circolare ha per altro ribadito che il contratto può essere rinnovato o prorogato nel caso in cui occorra più tempo per la realizzazione dello scopo, come non c’è dubbio che lo stesso possa essere rinnovato per un nuovo o analogo progetto.

Ma qual è la natura della forma richiesta?

Il Legislatore non si è limitato a qualificare la natura della forma richiesta, ma ha anche elencato quali elementi vanno a costituire tale tipologia di contratto e sono:

– indicazione della durata determinata o determinabile;

– indicazione del progetto, programma di lavoro o fasi di esso dedotto in contratto;

– il corrispettivo e i criteri per determinarlo nonché rimborsi spese e modalità di pagamento ulteriori;

– forme di coordinamento del lavoro (utilizzo di un tipo di  strumentazione piuttosto che un’altre, collaborazioni eventuali del personale dell’azienda) da parte del committente senza però limitare in alcun modo l’autonomia del lavoratore e sempre in funzione del progetto;

– eventuali misure per la tutela della salute o sicurezza del collaboratore a progetto.

La circolare ministeriale 1/2008 ha stabilito per altro, che il requisito della forma scritta è decisivo per l’individuazione della forma del progetto salvo restando la possibilità per il committente di provare in giudizio l’esistenza di un lavoro autonomo.

Ultimo riferimento è dato poi dalla Circolare del Ministero del Lavoro n. 8/2008 che fornisce nuove indicazioni sul processo di trasformazione e stabilizzazione dei rapporti di collaborazione in rapporti di lavoro subordinato (D.L. 248/2007 conv. Legge 31/2008), chiarendo che i giudici del Lavoro intendono la subordinazione come “assoggettamento gerarchico del lavoratore su cui i datori esercitano un potere di direzione e controllo”; la giurisprudenza dal canto suo ha provveduto a  dare degli indici a cui far riferimento per dimostrare un rapporto di lavoro subordinato:

– sottoposizione del lavoratore al potere del datore;

– obbligo di eseguire la prestazione nei tempi e modi individuati da contratto;

– predeterminazione continuità ideale della prestazione;

– periodicità e misura del compenso del lavoratore;

– l’assenza x il lavoratore del rischio circa il risultato finale;

– la mancanza di un’organizzazione propria autonoma del lavoratore;

– l’inserimento strutturale del lavoratore nell’organizzazione produttiva del datore;

Altro importante profilo da analizzare in merito al lavoro a progetto è il recesso; l’art.67 comma 1 prevede che i contratti di lavoro a progetto “si risolvono al momento della realizzazione dello stesso, o del programma, o della fase del progetto che ne costituisce l’oggetto” e al comma 2 che “le parti possono recedere prima della scadenza del termine per giusta causa”.

Questa, dunque, l’attuale disciplina della fattispecie sulla quale discetta un po’ e da un po’ la giurisprudenza a cui si lascia l’ultima parola necessaria per arginare le falle di un sistema legislativo talvolta lacunoso!

 a cura della dott.ssa Olga Izzo

 

 

 

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