“L’arte del dubbio” di Gianrico Carofiglio: brevi riflessioni sulla tecnica del controesame.


La cross-examination, ovvero l’esame incrociato, costituisce uno dei principali mezzi di acquisizione della prova testimoniale nell’ambito del processo penale.

Essa è costituita dalle domande che le parti rivolgono alle persone chiamate a testimoniare e dalle risposte che quest’ultime danno.

Non sempre, tuttavia, mediante tale tecnica, è possibile rappresentare, in dibattimento, la reale situazione dei fatti; ciò perché, come molto spesso si afferma, non esiste un’unica realtà ma versioni diverse della medesima realtà perché diversa è la percezione che di essa ne hanno i singoli protagonisti.

Chi si presenta al dibattimento, durante l’ escussione probatoria, può essere sottoposto a quattro tipi di esame: l’esame diretto in cui le parti tendono a far emergere fatti inquadrati in una versione della storia che possono influenzare favorevolmente chi deve giudicare e attraverso il quale si cerca di ottenere, mediante la cooperazione dei propri testimoni, una versione utile alla propria finalità; il controesame tendente a dimostrare che i fatti asseriti nell’esame diretto non sono veri, non sono esatti o non sono completi e nel quale si mira a screditare il teste, forzarlo ad ammettere fatti descritti in precedenza in maniera diversa; il riesame che ha lo scopo di interrogare nuovamente e direttamente il proprio testimone già sottoposto dall’avversario a controesame per chiarire, rettificare e completare quanto emerso nel controesame o per ristabilire la sua attendibilità; l’interrogatorio del giudice ex art 422 c.p.p.

I fattori da tener presente nello studio dell’“arte di porre domande”, ovvero le variabili sulle quali si basa la formulazione della domanda sono:

 – il contesto in cui essa viene posta,

 – gli elementi che la compongono,

 – i fini e gli obiettivi che si vogliono perseguire formulandola.

Sono vietate, ai sensi dell’ art. 499 c.p.p., le domande che possono nuocere alla sincerità delle risposte, mentre nell’esame diretto e nel riesame sono vietate le domande suggestive, ossia quelle che suggeriscono le risposte possibili.

Un dato di fatto verificabile nelle aule di giustizia è la diffusa inadeguatezza di molti nel gestire gli strumenti dell’assunzione orale della prova e, in particolare, nella pratica della cross-examination.

Ed infatti, una delle regole della cross-examinationm è quella di non formulare una domanda di troppo perché un risultato brillante fino a quel momento raggiunto potrebbe venire sciupato o addirittura essere capovolto.

E’ bene capire, dunque, quando attaccare frontalmente il teste e quando limitare i danni, ossia fare domande “guidanti” per evitare che durante il controinterrogatorio vengano rafforzate le teorie che si intendeva contrastare.

Tale concetto è ben rappresentato da Gianrico Carofiglio[1] nel noto brano tratto dal libro “l’arte del dubbio” che di seguito si riporta.

“Un uomo veniva accusato del reato di lesioni personali per aver staccato, con un morso, un pezzo d’orecchio al suo avversario durante un litigio.

Dopo che il pubblico ministero aveva esaminato il principale teste d’accusa (presente ai fatti) toccava al difensore dell’imputato procedere al controesame per tentare di incrinare l’attendibilità della deposizione precedentemente resa”

            Avvocato: Allora, lei afferma che il mio cliente ha staccato l’orecchio alla persona offesa?

            Teste:

            Avvocato: A che distanza dalla colluttazione si trovava lei?

            Teste: Una ventina di metri, forse anche di più.

            Avvocato: Che ora era, più o meno?

            Teste: Le nove di sera.

            Avvocato: Ed eravate nel parcheggio del supermercato, all’aperto, esatto?

            Teste: Sì, esatto.

            Avvocato: Era ben illuminato?

            Teste: Non molto.

            Avvocato: Si può dire che il tutto è accaduto nella semioscurità?

            Teste: Si, più o meno. Insomma, non c’era molta luce.

Avvocato: Mi faccia riepilogare: il fatto è accaduto alle nove di sera, in un  parcheggio male illuminato e lei si trovava a più di venti metri dal punto in cui si svolgeva l’azione. E’ esatto?

Teste: E’ esatto.

Avvocato: E lei vuol farci credere che in queste condizioni è riuscito a vedere il mio cliente che staccava un piccolo pezzo di orecchio al suo avversario?

Teste: Ma io non l’ho visto mentre lo staccava l’ho visto mentre lo sputava subito dopo.

 

Con questa breve premessa Gianrico Carofiglio mostra, attraverso una raccolta di racconti, tratti da storie tragiche e comiche di esseri umani, le diverse soluzioni a cui può giungere l’attività degli specialisti nelle varie tecniche del controinterrogatorio.

Il controinterrogatorio deve tendere ad insinuare il dubbio minando la consistenza e la coerenza del teste “interrogato” e la sua attendibilità.

Secondo l’autore ciò che rileva, al di la della tecnica scelta, non riguarda il metodo del controesame quanto, piuttosto, il criterio in base al quale decidere se procedere o meno al controesame.

Egli, infatti, ritiene che si dovrebbe procedere al controesame solo se è possibile raggiungere un obiettivo significante sotto il profilo probatorio, in caso contrario sarebbe più utile non fare alcuna domanda e rinunciare alla cross-examination.

Ciò perché ottenere delle risposte piuttosto che altre dipende non solo e non tanto dal substrato di informazioni e conoscenze in possesso dall’interrogato e dal suo livello di sincerità, ma anche dai modi e dai contesti in cui la domanda viene posta.

Nel caso in esame è di tutta evidenza che il difensore non si è attenuto alla regola. Egli, nella prima parte del controesame, aveva ottenuto un risultato utile a scalfire l’attendibilità delle dichiarazioni del teste potendo sostenere, in sede di discussione, che non era possibile riuscire a vedere l’azione del morso date le difficili condizioni in cui si era svolta l’azione delittuosa.

Tuttavia egli deroga una delle regole fondamentali del controesame vanificando negativamente tutti i risultati fino a quel momento raggiunti.

Per ciò che attiene la verità dei fatti narrati più corretta è, secondo l’autore, l’affermazione secondo cui non esista un’unica realtà ma versioni diverse della stessa realtà perché diversa è la percezione che di essa ne hanno i singoli protagonisti.

Tale concetto è dall’autore ulteriormente approfondito attraverso il richiamo alla famosa opera cinematografica, del regista giapponese Kurosawa, Rashomon.

Il film in esame è il racconto di un delitto nel quale la morte del protagonista viene narrata da quattro soggetti diversi: dal brigante autore dell’omicidio; dalla moglie del protagonista assassinato, dallo stesso samurai assassinato evocato da una maga e da un boscaiolo presente ai fatti.

 Ognuno di questi personaggi racconta una storia completamente diversa dei fatti, per cui tutte le versioni date appaiono al tempo stesse vere e false perché ognuna di esse è dominata dagli interessi di chi le racconta.

Tale storia mostra come la percezione soggettiva dei fatti incida sulla rappresentazione, sulla narrazione e sulla creazione della realtà giungendo, in alcuni casi, anche a distorcerla.

Ciò che, nel libro in esame, Carofiglio intende sottolineare, è mostrare come i modi di richiedere le informazioni e di porre le domande influiscano sulla narrazione e sulla creazione della stessa realtà.

 a cura dell’Avv. Claudia Grieco

giugno 2009


[1] Gianrico Carofiglio, nato a Bari, nel 1961, è sostituto procuratore antimafia presso la Procura di Bari.

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