À la recherche della colpevolezza perduta – (Commento a Cass. pen., Sez. un., 22 gennaio 2009 – 29 maggio 2009, n. 22676)


Recentemente, componendo un annoso contrasto interpretativo, la Suprema Corte a Sezioni unite ha sentenziato che “… nell’ipotesi di morte verificatisi in conseguenza dell’assunzione di sostanza stupefacente, la responsabilità penale dello spacciatore ai sensi dell’art. 586 c.p. per l’evento morte non voluto richiede non soltanto che sia accertato il nesso di causalità tra cessione e morte, non interrotto da cause eccezionali sopravvenute, ma anche che la morte sia in concreto rimproverabile allo spacciatore e che quindi sia accertata in capo allo stesso la presenza dell’elemento soggettivo della colpa in concreto, ancorata alla violazione di una regola precauzionale (diversa dalla norma penale che incrimina il reato base) e ad un coefficiente di prevedibilità ed evitabilità in concreto del rischio per il bene della vita del soggetto che assume la sostanza. La prevedibilità ed evitabilità dell’evento morte devono essere valutate dal punto di vista di un razionale agente modello che si trovi nella concreta situazione dell’agente reale ed alla stregua di tutte le circostanze del caso concreto conosciute o conoscibili dall’agente reale” (Cass. pen., Sez. un., 22 gennaio 2009, n. 22676).

            Con questo arresto interpretativo le Sezioni unite portano a compimento la crociata intrapresa dalla giurisprudenza italiana per liberare il codice Rocco dalla responsabilità oggettiva.

            L’occasione per l’intervento del giudice della nomofilachia è stata offerta da un fatto di cessione di sostanze stupefacenti che, come spesso avviene, ha determinato la morte dell’assuntore.

            La Corte d’appello, riformando la decisione del giudice di prime cure, ha condannato l’imputato anche per il delitto di cui all’art. 586 c.p. (Morte o lesioni come conseguenza altro delitto).

            Com’è noto, questa figura di reato precostituzionale è, da circa vent’anni, bersaglio di serrate critiche da parte delle dottrina e della giurisprudenza di legittimità, per il fatto di imputare all’autore del delitto doloso l’evento aggravatore in forza del mero nesso di causalità, in asserito contrasto con il principio di personalità della responsabilità penale sancito dall’art. 27, comma 1°, Cost.

            Segnatamente, è stato invocato l’intervento dirimente della Suprema Corte per chiarire se la morte dell’assuntore di stupefacenti sia addebitabile allo spacciatore in forza del mero nesso di causalità materiale tra la cessione e il consumo, non interrotto da cause sopravvenute di carattere eccezionale, ovvero debba essere dimostrata la sussistenza di un profilo colposo per non aver preveduto l’evento letale.

            La costellazione delle soluzioni interpretative passate al vaglio del Supremo collegio si snoda attraverso il seguente percorso.

            Alcune pronunce imputano la morte del fruitore lo stupefacente a titolo di responsabilità oggettiva, ispirandosi al principio del qui versari in re illicita respondit etiam pro casu.

            Altre, confortate da alcune opinioni sapienziali, ritengono che l’exitus del cessionario sia da ascrivere all’agente a titolo di colpa specifica, atteso che nella disposizione incriminante il delitto base doloso si riscontrerebbe un duplice ordine di significati: uno repressivo della trasgressione  intenzionale; l’altro preventivo, la cui violazione integrerebbe una colpa presunta tale da rendere ultronea qualsiasi indagine sulla prevedibilità dell’evento o comunque sulla configurabilità di un’effettiva imprudenza, negligenza o imperizia.

            Un terza tesi, invece, richiede per l’addebito dell’evento mortale contemplato nell’art. 586 c.p. oltre il nesso causale anche la sua prevedibilità in astratto.

            Una quarta corrente di pensiero, sostenuta principalmente dalla dottrina, facendo leva sull’enunciato di cui all’art. 42, comma 3°, c.p., ritiene che nella fattispecie dell’art. 586 c.p. l’autore del reato base risponda dell’evento letale non voluto a titolo di c.d. responsabilità oggettiva da rischio totalmente illecito, vale a dire per un titolo diverso dal dolo e dalla colpa.

            Un ultimo e recente orientamento, infine, ravvisa nell’art. 586 c.p. una ipotesi di responsabilità per colpa in concreto, imperniata sulla violazione di regole cautelari di condotta e sulla necessità di un accertamento della effettiva prevedibilità ed evitabilità in concreto dell’evento non voluto da parte dell’agente, pena la violazione del principio di colpevolezza.

            Le Sezioni unite, operando un’interpretazione adeguatrice, propendono per quest’ultimo accostamento, sicché l’unica ermeneusi conforme al principio costituzionale è quella che richiede per l’imputazione dell’evento morte previsto nell’art. 586 c.p. una responsabilità per colpa in concreto, vale a dire ancorata alla violazione di regole cautelari di condotta e ad un coefficiente di prevedibilità ed evitabilità, in concreto, della situazione offensiva finale. In altri termini, secondo le Sezioni unite, sarà necessario verificare se dal punto di vista non di uno spacciatore modello, “… ma di una persona ragionevole, fornita al pari dell’agente reale (id est uno spacciatore), di esperienza nel campo della cessione ed assunzione di sostanze stupefacenti … consapevole della natura e dei normali effetti della sostanza che cede” (sic!), sia prevedibile la morte del fruitore. Nell’affermativa sussisterà la responsabilità ex art. 586 c.p.

            Questa pronuncia, senza dubbio, approfondisce la frattura fra il formante giurisprudenziale e quello legale.

            Essa, infatti, trascura di considerare le indicazioni provenienti dal codice Rocco, al quale è tutt’altro che ignota una forma di imputazione dell’offesa fondata sulla responsabilità oggettiva, basti pensare all’univoca indicazione testuale del comma 3° dell’art. 42, il quale, mediante l’uso dell’avverbio “altrimenti”, allude a un criterio di imputazione dell’illecito diverso da quello doloso, colposo o preterintezionale.

            Pare opportuno ricordare che la responsabilità oggettiva si compone di diversi modelli fenomenici(1) tra i quali se ne distinguono alcuni collimanti e altri collidenti con il principio di personalità della responsabilità penale.

            Limitando l’aperçu all’art. 586 c.p., esso rappresenta un’ipotesi di delitto aggravato dall’evento a struttura preterintenzionale, ove l’esito che supera la volontà dell’autore è addebitato purché non voluto e non previsto. Questa fattispecie è l’epifenomeno di una forma di responsabilità oggettiva spuria, attraverso la quale l’ordinamento accolla un’offesa al suo autore qualora costui, con una pregressa condotta dolosa o colposa, si sia già inoltrato in un’area di rischio non consentito, ad esempio cedendo illecitamente sostanze stupefacenti. Ovviamente, anche in questa ipotesi, potranno essere ascritti al reo i soli esiti che, in linea di principio, erano prevedibili ed evitabili, in quanto congrui con la potenzialità offensiva della condotta che li ha generati. In altri termini, come esplicitato dall’art. 45 c.p., costantemente, ma erroneamente, interpolato all’elemento soggettivo, sarà inibito ogni addebito responsabilitario in presenza di caso fortuito o di forza maggiore. Ciò significa che il demone del c.d. dolus generalis evocato dal principio del versanti in re illicita imputantur omnia quae sequuntur è già esorcizzato dal nostro ordinamento, senza necessità di ricorrere ad alcuna alchimia interpretativa. Pertanto, la responsabilità oggettiva, proiettata in una dimensione di dominabilità umana, non presenta alcun tratto di illegittimità costituzionale, tale da giustificare interpretazioni adeguatrici.

            L’esito paradossale, ai confini della legittimità costituzionale, cui invece giunge la Corte, mossa dall’ingannevole convinzione di dover piegare l’art. 586 c.p. al principio di colpevolezza, è quello di sostituirsi al legislatore convertendo una fattispecie preterintenzionale in un illecito colposo.

            Questo soluzione esegetica trascura di considerare le irriducibili differenze strutturali che distinguono la responsabilità colposa, la quale si sostanzia nell’inosservanza di cautele doverose nell’esercizio di attività consentite, dalla responsabilità oggettiva, nella quale la circostanza che l’autore versi già in re illicita giustifica l’addebito praeter intentionem dell’evento non voluto, sebbene, in linea di principio, astrattamente prevenibile.

            Anche in prospettiva di politica criminale, dunque, il fatto che nel nostro ordinamento trovi cittadinanza la responsabilità oggettiva spuria, purché collocata in un contesto di dominabilità umana, non desta alcun timore di derive oggettivistiche.

            Infine, sembra non inutile rammentare che, sebbene le garanzie del diritto penale mirino a tutelare la libertà dei consociati, questo, a fortiori, deve prioritariamente farsi carico di assicurare ai cittadini il fondamentale diritto alla vita. In questa prospettiva, non stupisce che il legislatore, con l’art. 586 c.p., abbia inteso offrire una particolare tutela all’incolumità fisica e alla vita dell’uomo imputando oggettivamente all’autore di condotte dolose gli esiti offensivi da queste prodotti, purché congrui con la pericolosità della trasgressione e non determinati da caso fortuito o da forza maggiore.

a cura dell’ Avv. Yuri Russo

settembre 2009


(1)           La più recente analisi della figura della responsabilità oggettiva si deve allo studio di G. Licci, Figure del diritto penale. Lineamenti di una introduzione al sistema punitivo italiano, Giappichelli, Torino, 2008, 317 ss.

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