FERIE PER MALATTIA SI…MA NON IN MOTO!


Il combinato disposto dell’art. 36 della Costituzione e dell’art. 2109 del Codice Civile riconosce al prestatore di lavoro subordinato il diritto irrinunciabile ad un periodo annuale di ferie retribuite, al fine di consentire il reintegro delle energie psicofisiche consumate nello svolgimento dell’attività lavorativa. Ogni accordo tra datore di lavoro e lavoratore,volto ad impedire il corretto esercizio di questo diritto, è nullo, salvo che in presenza di eccezionali esigenze aziendali.

Un’eccezione a questa regola è rappresentata dai dirigenti, l’unica categoria che può rinunciare volontariamente alle ferie come stabilito dalla Cassazione, 18.06.1988, n. 4198.

Diversa la regolamentazione in caso di lavoratore ammalato, infatti, l’ art. 2110 del codice civile a proposito di malattia stabilisce che è dovuta al prestatore di lavoro la retribuzione o un’ indennità nella misura e per il tempo determinati dalle leggi o dai contratti collettivi. Nello specifico per malattia si intende lo stato patologico che comporti la “incapacità lavorativa”, intendendo la stessa in senso largo e ricomprendendo quindi la necessità di sottoporsi a particolari terapie inconcepibili con la presenza sul lavoro e i casi in cui la eventuale prestazione lavorativa comprometterebbe la guarigione del soggetto (convalescenza). Sia in caso di inizio come di prosecuzione della malattia, quest’ultimo deve osservare scrupolosamente una serie di norme tra cui in primis quella di avvisare l’azienda entro il primo giorno di assenza premurandosi di comunicare l’eventuale diverso domicilio presso il quale si trovi durante il periodo di assenza per malattia. La legge 638/83 (art. 6) predispone le normative in materia di controllo di malattia in base alla quale un decreto ministeriale ha fissato, per altro le fasce orarie in cui il lavoratore deve essere reperibile al proprio domicilio e nel caso in cui dovesse assentarsi, per giustificati motivi, deve comunque secondo il contratto nazionale darne notizia all’azienda. Il lavoratore ha l’obbligo di inviare, nei tempi previsti dai singoli contratti, il certificato medico all’Azienda e all’INPS al fine di giustificare al datore di lavoro la propria assenza e per convalidare all’INPS il diritto all’erogazione dell’indennità di malattia. Il certificato medico va rilasciato dai sanitari, in duplice copia e l’esemplare con la diagnosi va spedito al datore di lavoro. A tal proposito rileva il caso del dipendente che assentandosi per malattia dal luogo di lavoro, viene sorpreso in moto in procinto di recarsi al mare. “Il lavoratore che resta a casa per malattia non può concedersi di fare un giro in moto” questo l’avvertimento lanciato dalla Cassazione che con sentenza n°9474/2009 ha accolto  il ricorso di una clinica privata che si opponeva alla reintegra nel posto di lavoro del lavoratore “furbetto”. Pare inoltre che nella “galeotta” giornata assolata il lavoratore dopo essersi refrigerato comodamente al mare avesse raggiunto un’altra azienda in cui svolgeva un secondo lavoro, poiché il primo impiego era part-time pur avendo dichiarato di avere ARTROSI ALL’ANCA! Quello che contesta la Cassazione è la scarsa attenzione prestata dal lavoratore in primis per la sua salute mettendosi alla guida di una moto di grossa cilindrata considerata la patologia, che certo avrebbe escluso il giro in modo a dispetto dello svolgimento rituale del lavoro meno gravoso certamente per la sua anca. Dopo la prima sconfitta con la Corte d’ Appello che si era opposta al licenziamento del lavoratore accaldato, la clinica si rivolge alla Suprema Corte sottolineando quanto fosse insolito che un malato per di più di artrosi all’anca se ne  andasse in giro in moto. La Corte ha così chiarito che “ l’espletamento di altra attività lavorativa ed extralavorativa da parte del lavoratore durante lo stato di malattia è idonea a violare i doveri contrattuali di correttezza e buona fede nell’adempimento dell’obbligazione, posto che il fatto di guidare una moto di grossa cilindrata, di recarsi in spiaggia e di prestare seconda attività lavorativa sono indici di scarsa attenzione ai doveri di cura di se stessi per cui ritardano la guarigione”. L’ultima parola alla Corte d’ Appello di Napoli deputata a riesaminare il caso!

a cura della Dott. ssa Olga Izzo

settembre 2009

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