Dal diritto al morire al dovere di morire? Il Caso Nickilson divide l’Inghilterra


 Tony Nickilson  giocava a rugby. Tony Nickilson era manager di una società di ingegneristica. Tony Nickilson poteva abbracciare la propria moglie e giocare con le sue due figlie Lauren e Beth. Cinque anni fa, mentre si trovava ad Atene per lavoro, veniva colpito da un grave attacco ischemico che ha cambiato e sconvolto la sua vita. Da allora riesce a muovere unicamente la testa e gli occhi e può comunicare soltanto strizzando le palpebre o muovendo il capo dinanzi ad una lavagnetta con delle lettere ed un software capace di leggerle, non riesce neanche a mangiare da solo ed ha bisogno di assistenza infermieristica continua anche per svolgere le più basilari funzioni vitali.

 Oggi Tony Nickilson ha 56 anni e vuole morire. Chiede che gli sia riconosciuto il diritto di porre fine ad un’esistenza che ritiene contraria alla sua dignità di uomo ed alla sua privacy e chiede che sua moglie lo aiuti, somministrandogli un medicinale che gli provochi la morte. Per questo, nel luglio scorso, ha fatto istanza al Director for Public Prosecutions (il responsabile dei 43 distretti – Crown Prosecution Districts – che costituiscono gli uffici del pubblico ministero inglese) affinchè chiarisca la normativa inglese in materia di fine vita, in modo da assicurarsi che la moglie Jane possa assisterlo nell’esecuzione delle sue ultime volontà senza rischiare una condanna per omicidio.

 L’istanza, che ha riportato all’attenzione dell’opinione pubblica britannica i delicati temi dell’eutanasia e del suicidio assistito, ha profondamente diviso il paese. In Gran Bretagna, l’aiuto al suicidio è, infatti, perseguito a norma del Suicide Act del 1961, sebbene sul piano giurisprudenziale e giurisdizionale vi siano state negli ultimi anni alcune aperture all’eutanasia passiva. Per quanto concerne i malati terminali, l’Assisted Dying for the Terminally Ill Bill (Legge sulla morte assistita per malati terminali), che avrebbe consentito una forma di suicidio assistito simile a quella prevista dallo statunitense Oregon Death with Dignity Act del 1997, proposta da Lord Joffe, veniva definitivamente accantonata dalla Camera dei Lord in seconda lettura nel maggio 2006.

 Il problema di fondo è, tuttavia, che Tony Nickilson non è un malato terminale né patisce un dolore insopportabile che potrebbe giustificare l’atto eutanasico. Il dolore che sente e che lo spinge a chiedere di morire non si combatte con gli oppiacei ma è di diversa natura: è il dolore di chi si trova a vivere una condizione che ritiene priva di dignità, di chi ritiene la propria qualità della vita penosamente inaccettabile. Di fronte a tale condizione che, lo si ripete, è diversa da quella del malato terminale e da quella del paziente in stato vegetativo permanente che è privo della coscienza di sé e del mondo esterno, è lecito manifestare e rivendicare il proprio diritto a morire?

 La risposta è difficile sia sotto un profilo (bio)etico sia sotto un profilo più propriamente giuridico e richiederebbe sicuramente uno spazio ben maggiore di quello a disposizione. Tuttavia, senza entrare nell’ormai annosa e pressoché insolubile contrapposizione tra i principi di sacralità della vita e qualità della vita, il caso Nickilson solleva alcuni interessanti interrogativi.

  Innanzitutto la prima, basilare, domanda è se possa ritenersi tutt’ora attuale un divieto generale e senza attenuanti del suicidio assistito, come quello contenuto nel Suicide act inglese del ’61 o nell’art. 580 del nostro codice penale, atteso che in alcuni paesi come la Svizzera tale pratica è legalizzata. La questione, con un procedimento del tutto analogo (istanza rigettata dal  Director for Public Prosecutions), era già stata posta all’attenzione della Corte Europea dei diritti dell’Uomo nell’orma celeberrimo caso Pretty (Ricorso n. 2346/2002) deciso con sentenza del 29.4.2002. In tale pronunzia la Corte, pur evidenziando che l’articolo 2 della Convenzione non potrebbe, senza distorsione di linguaggio, essere interpretato come conferente un diritto diametralmente opposto, cioè un diritto a morire, ha ribadito che “è sotto il profilo dell’articolo 8 che la nozione di qualità della vita si riempie di significato. In un’epoca storica in cui si assiste ad una crescente sofisticazione della medicina e ad un aumento delle speranze di vita, molte persone temono di non avere la forza di mantenersi in vita fino ad un’età molto avanzata o in uno stato di grave decadimento fisico o mentale agli antipodi della forte percezione che hanno di loro stesse e della loro identità personale”.

 E’ proprio questa la situazione in cui versa oggi Tony Nickilson e da cui nasce la sua disperata quanto comprensibile istanza. Il problema è su quali basi di logica, più che di diritto, si può oggi ignorare o rigettare tale istanza, atteso che nessuna norma né nessun giudice potrebbe mai impedirgli di lasciarsi morire di fame e di sete o di affrontare un viaggio nella non lontanissima svizzera nella quale l’aiuto al suicidio è, invece, legalizzato.

Certo, è sicuramente innegabile che la ratio legis della disposizione che vieta l’aiuto al suicidio sia quella di evitare il  rischio di abuso su persone che si trovino in condizioni di estrema fragilità e vulnerabilità, o di evitare che da un’affermazione, seppur estrema, di autonomia e dignità dell’individuo, la richiesta di essere aiutato a morire possa diventare un “dovere di morire” per non gravare ulteriormente la famiglia e la società degli obblighi di assistenza dei confronti dell’ammalato. Il confine  tra le due situazioni è sicuramente difficile da individuare e, piuttosto che da una legge, per sua natura generale ed astratta, non può che essere individuato caso per caso.

Proprio per questo, qualora sia appurato, come nel caso di Tony Nickilson o del nostro Piergiorgio Welby, che l’istanza di morire sia il frutto di un’estrema espressione dell’autonomia dell’individuo, della sua dignità e, non da ultimo, della sua libertà, su quali basi è possibile negargliela? Come si può dire a Tony Nickilson che non gli resta altra scelta se non quella di rifiutare acqua e cibo e morire di inedia dopo giorni, se non settimane, di sofferenze atroci per lui e per i familiari che lo assistono? Sono questi interrogativi che dovrebbero far riflettere, intorno a temi su cui forse molto spesso le posizioni di principio finiscono col prevalere rispetto alla valutazione obiettiva della fragilità dell’uomo.

 Di Mauro Fusco

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