UN NUOVO RILIEVO ALLE PMI ATTRAVERSO LA MODIFICA DELL’ART. 41 COST. : SARA’ BRACCIO DI FERRO TRA STATALISMO ORIGINARIO E LIBERALISMO D’IMPRESA?


“L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perchè l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali” In questi giorni il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha espresso la volontà, che sembrerebbe trovare opinione favorevole  anche nell’Esecutivo, di una possibile modifica dell’art. 41 Cost. con l’obiettivo condiviso di elevare a rango costituzionale la valorizzazione in termini centralistici dell’impresa italiana; proposta che ha trovato subito un suo riscontro positivo sia da alcune forze politiche, sia da esponenti della stessa imprenditoria. Risaltare a livello istituzionale l’importanza sistemica dell’impresa nel nostro Stato, o meglio, delle PMI le quali rappresentano circa il 70% del nostro comparto imprenditoriale, appare di primo impatto e in generale scelta condivisibile, nonchè testimonianza concreta di un lieve rimodernamento fisiologico di cui brevi parti della Costituzione italiana sembrerebbero necessitare. Ad iniziare proprio dall’art. 41, il quale più di tutti sembra sentire ormai il “peso” degli anni. Ma prima di addentrarci nel dibattito, procediamo preventivamente in una attenta analisi allo stesso articolo. Da una attenta lettura del disposto di cui all’art. 41, si evince un carattere superficialmente ostativo verso l’iniziativa privata (II comma) ed una contestuale facoltà programmatica e di mero controllo (III comma) verso entrambe le attività (pubblica e privata, ndr.). Nel suo complesso, il disposto di quest’articolo costituzionale, se da un lato al primo comma lascia intendere una iniziativa oggettivamente libera ed in quanto tale tutelata dall’ordinamento giuridico, ai due comma successivi, quest’aspetto viene grandemente ridotto dando allo Stato un potere assai incisivo in termini di intervento nel campo della contrattazione e dell’impresa. Rispetto al tema degli interventi dello Stato nell’economia, prefigurando il cd. aspetto statalista, la stessa giurisprudenza costituzionale invero, è piuttosto indirizzata verso il senso di una prevalenza degli interessi pubblici su quelli privati, legittimando in praxis una sorta di liceità fattuale di molte forme di limiti, diretti o indiretti, all’iniziativa privata e il liberalismo d’impresa. Da contr’altare, occore evidenziare tuttavia che la Corte Costituzionale in diverse circostanze ha ribadito che i limiti all’iniziativa economica privata non debbono essere tali da rendere impossibile o estremamente difficile l’esercizio, e che gli interventi del legislatore “non possono condizionare le scelte imprenditoriali in grado così elevato ad indurre sostanzialmente la funzionalizzazione dell’attività economica, restringendone in rigidi confini lo spazio e l’oggetto delel stesse scelte organizzative”. Riassumendo, se l’articolo nel suo disposto complessivo lascia tutt’oggi intendere una chiara volontà statalista dei padri costituenti, tutt’oggi appare innegabile una graduale consapevolezza di una sempre più necessaria apertura sistematicamente liberale verso le imprese. In questo scenario, preventivamente descritto, la proposta di una modifica costituzionale, che ricordiamo non deve essere fatta secondo la legge ordinaria, bensì attraverso un procedimento “rinforzato” di revisione come prescrive l’art. 138 Cost., determina in un dibattito socio-istituzionale un possibile braccio di ferro tra una volontà originariamente statalista e garantista, ed una moderna e fisiologica opportunità di liberalismo dell’iniziativa economica privata. Un braccio di ferro di non poco conto. Un aspetto quasi dicotomico che ciononostante, a mio avviso, può trovare riscontro nonchè soluzione immediata, se travasiamo il discorso sul piano concreto. Infatti resta pacifico che il liberalismo d’impresa si traduce nei fatti in semplificazione burocratica, possibili incentivi fiscali per le medesime realtà imprenditoriali, sia dal punto di vista dell’iniziativa, che della successiva gestione, potenziamento dei servizi logistico-strutturali. Soluzioni queste che certamente non possono essere previste se non con legge ordinaria (o decretazione) a fronte di obiettivi preventivamente programmati dall’Esecutivo. Intanto in quel di Confindustria si è evidenziato come “l’iniziativa del Governo per la libertà d’impresa che punta ad una drastica semplificazione delle norme per le Pmi, è di grande interesse e potrebbe essere motivo di forte aiuto per far ripartire la crescita”. Discorso corretto, ma sarebbe ancora più corretto se questa aspettativa fosse fondata su reale progettualità in questa direzione. E ciò perchè in tutto questo discorso la modifica dell’articolo 41 detiene un valore esclusivamente dottrinale e di potenziale legittimazione istituzionale. Passaggio importante, ma non concretamente fondamentale. Le imprese italiane infatti hanno bisogno, e in tempi anche ragionevolmente rapidi, di concrete rifome strutturali tese ad incentivare la loro competitività sul mercato, mai così oggettivamente saturo e insidioso. Le riconoscenze o le leggittimazioni istituzionali del (giusto) valore all’impresa asservono nel breve termine, a mio modesto avviso, al solo dibattito politico, per giunta su quest’argomento sterile e poco consapevole. E’ giusto, più che giusto modificare in termini di liberalismo l’art. 41, ma si facciano prima le dovute riforme. Non si può pensare di apportare cambiamenti di sviluppo e crescita se si da aprioristicamente rilievo ad un dato seppur importante ma formale anzichè ai dovuti cambiamenti normativi sostanziali.

a cura di  N. Ruocco

Un commento

  1. applicando le modifiche proposte ai commi 2 e 3 dell’art.41, al settore della sanità privata, si rischia il venir meno delle garanzie finora perseguite dei “fini sociali”; dell'”utilità sociale” e della “dignità umana”.
    Quindi se il privato non è più soggetto ai programmi e ai controlli previsti per garantire i “fini sociali” allora dobbiamo aspettarci che i meno facoltosi non avranno accesso a quei servizi che ne nasceranno.

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