Vizi e Virtù: La Giustizia


di Salvatore Rotondi

“Se non è rispettata la giustizia, che cosa sono gli Stati se non delle grandi bande di ladri?”
(Sant’Agostino)
“In etica, come in altri campi del pensiero umano, ci sono due tipi di opinioni: da una parte quelle rette sulla tradizione, dall’altra quelle che hanno qualche probabilità di essere giuste.”
(Bertrand Russell)
“Non c’è tirannia peggiore di quella esercitata all’ombra della legge e sotto il calore della giustizia.”
(Montesquieu)
“Perché si uccidono le persone che hanno ucciso altre persone? Per dimostrare che le persone non si devono uccidere?“(Norman Mailer)
“La mente dell’uomo superiore ha familiarità con la giustizia; la mente dell’uomo mediocre ha familiarità con il guadagno.”(Confucio)
“La pace richiede quattro condizioni essenziali: verità, giustizia, amore e libertà.” (Giovanni Paolo II)

Porgi l’altra guancia

Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente; ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuol chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello. E se uno ti costringerà a fare un miglio, tu fanne con lui due. Dà a chi ti domanda e a chi desidera da te un prestito non volgere le spalle.” (Matteo 5,38-42)

Rappresentazione del “Porgi l’altra guancia”

Questi ultimi mesi di Guerra in Europa mi hanno fatto ricordare come, sin da ragazzino, il testo del Vangelo di Matteo, in particolare il periodo sopracitato che fa parte del cosiddetto “Discorso della Montagna” di Gesù di Nazareth, mi abbia sempre affascinato rispetto a quanto di esso potesse essere preso come spunto di riflessione relativamente a questioni molto personali, come ad esempio quelle inerenti al modo di comportarsi con gli altri. Nello scritto che qui presenterò, quindi, intendo aprire quella che per me è l’alternanza e la scala di grigi che esistono tra i vizi e le virtù proprie dell’essere umano. In particolare parlerò oggi della virtù della Giustizia; prima, però, un piccolo chiarimento su cosa intendo quando parlo di virtù.

Le virtù

La virtù, dal latino virtus (e in greco ἀρετή, ovvero aretè) che significa letteralmente “virilità” e forza fisica, è una disposizione d’animo volta al bene (da intendere come l’assunzione di valori espressi in modo assoluto, immutabili nel tempo), consistente cioè nella capacità individuale di eccellere in qualcosa, di compiere un certo atto in maniera ottimale, o di essere o agire in un modo ritenuto perfetto in base a alla cultura di riferimento. Mi capita spesso, infatti, di parlare con pazienti che attendono infinitamente nella loro azione, in attesa di essere “perfetti” e quindi, in un certo senso, di stare nella virtù propria e altrui, pertanto riconoscibile come “cosa buona e giusta”.

Piero del Pollaiolo, Le Virtù, 1469-70, Galleria degli Uffizi, Firenze

Se però ci apriamo alla visione originale greca, ci accorgiamo che la concezione dell’aretè indicava in particolare non tanto l’atto in sé come buono ma la forza d’animo, il vigore morale e anche fisico di chi lo compiva. L’aretè, quindi, andava a coincidere in un certo senso con l’espressione dell’essenza innata della persona, dell’essere umano così come esso è, ovvero della sua Umanità. In tal senso, quindi, si aprirono nei secoli i dibattiti, nella filosofia occidentale, su cosa realmente appartenesse alla virtù dell’essere umano. Dalla ricerca della comprensibilità e accettazione sociale degli atti individuali (al di là delle dottrine sull’egoismo di Thomas Hobbes), in cui l’etica inglese ha sempre teso ad esaltare l’atteggiamento della benevolenza come impulso naturale, attraversando l’oscillazione nella filosofia dell’età moderna tra l’esercizio di un controllo delle passioni, a cui rinunciare, e il comportamento istintivo e naturale dell’uomo inteso come volto al benessere della collettività, la storia del pensiero umano ci ha dato tanti esempi ed esemplificazioni di quanto pensatori, popoli e culture concepissero, in modo differente, la soluzione ad un quesito che ancora attraversa ognuno di noi: il mio bene, la mia virtù, può concepirsi come bene altrui? E, in una qualche forma di reciprocità, il male ricevuto mi autorizza ha rispondere con la stessa moneta (se non in modo peggiore) o, sotto un altro punto di vista, ad essere tutelato/vendicato/risarcito dalla Legge?

L’imperativo categorico

Rappresentazione dell’Imperativo Categorico Kantiano

In tal senso, una ripresa della concezione della virtù come repressione delle passioni umane la ritroviamo nella filosofia morale di Immanuel Kant che distingueva una “dottrina della virtù” dalla “dottrina del diritto”. Nel diritto, l’uomo si sottomette alla legge per rispettarne la formalità esteriore senza considerare il motivo della sua azione ma solo perché così prescrive la norma; nella morale, invece, per Kant l’uomo intende comportarsi secondo il dettato morale indipendentemente dalle conseguenze della propria azione, realizzando così la virtù come sottomissione della volontà individuale al cosiddetto “imperativo categorico”.

Rappresentazione dei Cinque Precetti Buddhisti

Secondo tale imperativo l’uomo compie uno sforzo (Streben), combattendo le proprie deboli inclinazioni sensibili e le passioni, nel conformare la sua volontà a ciò che l’imperativo comanda, ovvero di “superare” (come direbbe Hegel) la propria appartenenza all’Essere del Mondo come cosa, esprimendo così il proprio Esser-ci (come direbbe Heidegger) in quanto aperto alla Cura, cioè all’espressione in relazione all’Altro da Sé del libero arbitrio, dell’atto cioè della Scelta come responsabile conseguenza del proprio sentire e pensare (come, in un certo senso, sosterrebbe anche Cartesio e Husserl).
Sulla stessa linea, in un certo senso, di superamento delle tendenze passionali (ovvero “oggettuali”, come cose tra le cose di questo mondo, le quali aprono al male) attraverso quelle morali, ritroviamo anche il Buddhismo che, sostenendo la conciliabilità tra saggezza e virtù, rileva come un desiderabile obiettivo per l’uomo buono sia un continuo applicare a sé, come regole di autodisciplina e sensibilità necessarie alla meditazione (il secondo aspetto del sentiero verso l’Illuminazione) nella vita quotidiana, la regola dei “Cinque precetti” che consistono nello: astenersi dall’uccidere o danneggiare qualunque creatura vivente; astenersi dal prendere ciò che non ci è stato dato; astenersi da una condotta sessuale irresponsabile; astenersi da un linguaggio falso o offensivo; astenersi dall’assumere bevande alcoliche e droghe.

Rappresentazione del Mito del carro alato di Platone

Sull’orizzonte concettuale dei precetti buddisti ritroviamo poi, nella nostra tradizione occidentale, le virtù cardinali o morali umane principali della religione cristiana. Tali virtù, infatti, devono essere tutte perseguite, per i cristiani, onde conseguire la salvezza dell’anima e del corpo, conducendo così una vita retta, espressione di una azione volta al bene. Esse, comunque, possono sia essere infuse da Dio oppure acquisite attraverso la vita pratica; si differenziano però dalle virtù teologali che, invece, riguardano direttamente Dio. Le virtù cardinali, comunque, sono recuperabili già nel pensiero Platonico (in particolare nel Fedro, con il dialogo sul Mito del carro alato descrivente il rapporto dell’anima razionale con le due altre due facoltà dell’anima, quella irascibile e quella concupiscente) e risultano così essere fortemente connesse alle virtù intellettuali: sapienza, scienza ed intelletto.

La Giustizia

Rappresentazione della Giustizia

Le virtù platoniche erano comunque le seguenti: fortezza (ἀνδρεία o andréia), sapienza (σοφία o sophìa), temperanza (σωφροσύνη o sophrosyne) e la giustizia (δικαιοσυνη o dikaiosyne). Quest’ultima è stata interpretata poi dai platonici principalmente come giustizia distributiva o, meglio, redistributiva poiché, nella sua Repubblica, Platone stesso differenzia gli uomini comuni, amanti dell’opinione e di ciò che è sensibile, dai filosofi ovvero da coloro che amano la sapienza e la giustizia, intese nel senso greco della parola aretè, cioè come essenze che sono proprie di quanti, in vario modo, si approcciano alla ricerca della verità, del valore etico, scegliendo se limitarsi alla conoscenza sensibile oppure addentrarsi nella ricerca dell’episteme.
Non dobbiamo dimenticare, d’altronde, che l’iconografia tradizionale occidentale della Giustizia è rappresentata da una donna bendata con una bilancia e una spada. La sua cecità artificiale e l’uso dello strumento di misura legato all’equilibrio e alla misura (aequus, cioè “uguale” e libra, ovvero “peso, bilancia”), suggeriscono una connotazione ponderata e non discriminante del principio che con essa viene raffigurato. Per avere un’applicazione equa della giustizia è pertanto necessario equilibrare (dare cioè “il giusto peso”) le norme all’oggetto che è in questione. Tuttavia, bisogna prestare molta attenzione a come si stabiliscono tali equilibri: la benda della Giustizia non prevede infatti una scelta cieca e casuale; al contrario, il suo accostamento con la bilancia suggerisce una valutazione il più possibile puntuale e finalistica delle singole situazioni.
In una tale visione, a partire poi dal pensiero filosofico di Kant stesso, la cosiddetta “Legge morale” rappresenterebbe in un certo senso quella virtù capace di avvicinare l’Essere dell’Uomo al pensiero e, forse, all’azione stessa del divino, cioè di quel Principio la cui prova ontologica dell’esistenza era stata la base su cui si erano potuti costruire i legami tra gli uomini, i loro diritti, sino all’esercizio del potere (democratico o meno), ovvero al regnare stesso, voluto per volontà di Dio.
Lo Ius, propriamente “diritto”, deriva infatti da un nome protoindoeuropeo che significa “forza vitale, eternità”. Vi è inoltre un legame con il sanscrito yoh (salute), yos (della vita) e ayus (durata della vita); tale legame rende così evidente come si stia parlando di una espressione energetica destinata alla decadenza e alla distruzione, insomma a qualcosa che ha in sé un ché di necessariamente finito. Anche ius, quindi, reca in sé la stessa suggestione di finitezza del sanscrito: esprime, infatti, l’idea di un insieme di regole (e dunque limitazioni) per la vita e i premi e le punizioni per chi segue o infrange le stesse.
Il termine “Giustizia”, invece, deriva dal latino iustitia, ovvero è formata dall’aggettivo iustus e dal suffisso -itia che esprime “la condizione di essere”. La Iustitia significa quindi “la qualità di essere iustus”, ovvero di essere provvisto della Ius, di forza vitale, la quale rende diversi da qualsiasi oggetto del mondo che ne è privo. L’essere giusto, quindi, detiene quel dono, il libero arbitrio e l’imputabilità responsabile dei propri atti; quel dono stesso lo rende diverso da qualunque altra creatura sulla faccia della Terra (ricordiamo, in tal senso, come “essere giusto” fosse l’appellativo riservato a san Giuseppe, padre di Gesù, e al patriarca Abramo) e imputabile dell’imperativo categorico, ovvero di quella volontà costante e ferma di dare a Dio e al prossimo ciò che è loro dovuto, di loro diritto: rimettere cioè a sé ed agli altri la forza vitale di cui ognuno è portatore in quanto Essere Umano (ricordiamo così due passi del Vangelo di Giovanni (3,7 e 3,10): “chi pratica la giustizia è giusto come Egli [Cristo] è giusto” mentre “chi non pratica la giustizia non è da Dio”).

Guido Reni, San Giuseppe con Gesù Bambino in braccio, 1620-30, Ermitage, San Pietroburgo

Porgiamo allora, ad ogni nostro simile, l’altra nostra guancia: essa non verrà percossa finché saremo pronti ad applicarci alla legge morale che non prevede il “dente per dente” ma l’Attenzione a Noi stessi ed al Bene che dobbiamo operare, attraverso la Comprensione e l’Ascolto attivo, per non autorizzare l’Altro a percuoterci nuovamente per poterci aprire gli occhi su un Fatto ineluttabile: siamo tutti Esseri Umani, degni di Esistere come tali e non come oggetti, strumenti, semplici cose del Mondo sensibile.

a cura di Salvatore Rotondi

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