Di Raffaele Esposito

 Pur avendo avuto, per anni, due grandi maestri, Giovanni Pansini e Renato Orefice, due tesori inestimabili, ho sempre avvertito imperiosa l’esigenza di un’ars combinatoria dei vari saperi dei Maestri cercandoli tra avvocati e giudici.

Sono fermamente convinto che facendo interagire tra di loro modelli mentali forti, provenienti dall’Avvocatura e dalla Magistratura, si rafforzino avvocati e giudici per una Giustizia degna di questo nome.

Corrado Carnevale (fonte foto Wikipedia)

Confesso che il Presidente Corrado Carnevale, non più tra di noi, è stato per me uno dei più grandi Maestri.

Mi esaltava il suo cursus honorum: l’essersi laureato a 21 anni summa cum laude; l’essere stato il primo nel concorso in Magistratura; il Presidente più giovane nella storia della Suprema Corte di Cassazione.

Dominava, con padronanza assoluta, tutto lo scibile giuridico.

Davanti a Corrado Carnevale, tutti noi che prendevamo la parola dovevamo compiere esercizi di umiltà; si trattava di un vero e proprio esame di Stato, vecchia maniera, e cioè quando la scuola era la casa naturale del sapere ma anche l’archivio dei nostri incubi.

Sia che il ricorrente fosse un avvocato, sia che fosse un accademico, si avvertiva in aula un’aria di soggezione davanti a Corrado Carnevale che amministrava la Giustizia con i suoi saperi trasversali, con solennità, con una parità effettiva tra accusa e difesa.

Ho constatato de visu con quanta deferenza discutevano davanti a lui giuristi del calibro di Delfino Siracusano, Massimo Nobili, Enzo Gaito, Ennio Amodio, Giovanni Aricò e tanti altri, tutti aperti al dialogo e ad un arricchimento reciproco.

L’averlo definito un giudice “ammazzasentenze” per i numerosi annullamenti con rinvio di sentenze per reati di mafia, di terrorismo, di camorra, fino al punto da farlo incriminare e condannare in primo grado per concorso esterno in associazione mafiosa, assolto poi in appello nel 2001 e definitivamente assolto nel 2002 dalla Cassazione a Sezioni Unite perché “il fatto non sussiste”, è stata una freccia avvelenata al cuore di Corrado Carnevale, un esercizio di crudeltà inedito.

Ha applicato la Legge non solo nella forma (vizi procedurali) ma anche nella sostanza.

Le sue sentenze conservano ancora una rilevanza epocale con riferimento ai vizi di motivazione che vanno connotati da un a priori di fondazione: il dominio cognitivo che aveva del fatto che per lui era il presupposto della legalità della decisione.

Le sentenze di Corrado Carnevale erano per tutti noi lezioni di ermeneutica giuridica.

Il paradigma di cui all’art. 192 n. 2 e 3 C.P.P. è stato oggetto di ermeneutica giuridica rigorosa, in un momento storico nel quale, agli albori del nuovo codice di rito, la dichiarazione di correo trovava impreparati tutti gli operatori del diritto, compresi gli studiosi del diritto processuale.

Carnevale, aiutandosi con il suo sapere giuridico, la sua cultura e la sua sottile logica, riuscì a delineare, nelle sue mirabili sentenze, i presupposti ermeneutici e giuridici di questa norma che mieteva vittime innocenti, in un periodo storico in cui si muoveva un’acerrima lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo.

LE SUE SENTENZE FACEVANO DUNQUE AVANZARE IL PROGRESSO DEL DIRITTO E SI PONEVANO COME OPERA DI CIVILTÀ GIURIDICA.

Quelle sentenze hanno fatto comprendere a tutti noi,avvocati e giuristi, che cosa sia la prova e l’indizio e cosa invece sia il sospetto, la congettura, l’ipotesi di lavoro, il ragionamento probatorio, il riscontro oggettivo che, ancora oggi, in alcune sentenze è una regione desertica. 

Oso pensare che il sacrificio di Corrado Carnevale, accompagnato dal sospetto nei suoi confronti usque ad mortem, sia dovuto al fatto che, per un complesso di castrazione in senso freudiano, non l’abbiamo compreso.

La sua visione della Giustizia, e cioè quella del giudice che dev’essere suddito solo della Legge, trasudava in ogni sillabazione motivazionale delle sue sentenze.

Se vogliamo essere seri con la verità; se vogliamo essere giusti con Corrado Carnevale almeno post mortem, bisogna prendere atto che, in un’intervista del 16 giugno 2014, il Presidente enunciava, con una solennità testamentaria, qual è il dovere del giudice, l’etica della sua responsabilità, la sua finitudine, la sua miseria, la sua grandezza, la sua libertà:

<<Un giudice che ha dubbi su una norma, può chiedere alla Consulta di cancellarla. Ma finché la norma c’è, la deve rispettare. Gli piaccia o non gli piaccia. Non può scegliere, le deve rispettare tutte. Non può inseguire le sue chimere (salvare il mondo) fossero anche le più nobili. Suo compito è applicare tutte le regole che l’ordinamento si è posto>>.

È questo il suo insegnamento che resiste all’erosione della ragione e del tempo e che costituisce un capitolo della vergogna inedita per i suoi detrattori.

È un’infamia affermare che Corrado Carnevale dava rilievo solo alla forma, ai vizi procedurali e non alla sostanza e al fatto.

A questo punto, in nome di una domanda di verità,intendo raccontare un episodio di Corrado Carnevale che mi ha visto suo interlocutore.

Mi trovavo in Cassazione per discutere un mio ricorso; percorrendo il corridoio della Cassazione incontrai il Presidente, già sospeso dalle sue funzioni ed imputato di concorso esterno in associazione mafiosa.

Era un uomo solo e triste.

Convinto che il dolore non conosce geografia e che dispone di un dizionario universale in nome del quale getta in una solitudine insulare, indifferentemente, sia il grande uomo che quello modesto, mi avvicinai a lui e cercai di rincuorarlo con parole rassicuranti per una battaglia giudiziaria nella quale ne sarebbe uscito vincitore.

Mi ringraziò per le mie parole, ed in particolare, per un’intervista che io avevo rilasciato per lui, allora ancora nelle sue funzioni, su richiesta del Partito Radicale.

Quando gli dissi che la mia parola era disinteressata perché con lui avevo vinto unus vel duo ricorsi di modesta entità, si fece serio e mi disse che i miei ricorsi, per come esposti, lo coinvolgevano per lo stile e per la dialettica argomentativa, e che lo costringevano a ripercorrere le fonti processuali per verificare dove si annidava il mio inganno.

Questa indagine per lui era doverosa perché il fatto restava pur sempre il cuore del processo e la legittimità della decisione.

Sicché, a parte le irregolarità procedurali, il fatto era per lui, anche in sede di legittimità, la sua ossessione lirica.

È stato un giudice libero, servo della verità ed ha pagato il prezzo della sua grandezza.

Aveva previsto gli abissi nel CSM, vittima delle sue correnti ideologiche; aveva sostenuto il sorteggio dei componenti del CSM; non aveva rilasciato dichiarazioni specifiche sulla separazione delle carriere; ma in ogni suo enunciato motivazionale emergeva la visione del giudice terzo.

Vero è che non ci siamo mai rassegnati di fronte all’evidenza che Corrado Carnevale era superiore a tutti noi: avvocati, giudici, amici, nemici e tra questi alcuni giornalisti “rapiti dall’estasi del non sapere”.

Non abbiamo ancora compreso che il Maestro non ha bisogno di scrivere libri perché è egli stesso il libro.

Raffaele Esposito

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