di Argia di Donato

Nel dibattito pubblico italiano, quando si parla di giustizia accade spesso qualcosa di paradossale: il piano tecnico e giuridico viene sistematicamente travolto (e stravolto) da quello politico e mediatico. Accade ancor più oggi, con particolare evidenza, anche in relazione al referendum sulla separazione delle carriere nella magistratura. Ho avuto modo di assistere a vari confronti sul tema tra giuristi, rappresentanti dell’avvocatura e della politica. Dibattiti tutti vivaci, ricchi di spunti e forieri di importanti sollecitazioni, che hanno però confermato una sensazione che, come avvocato che vive quotidianamente le aule di giustizia e il territorio, avverto sempre più forte: su questo referendum regna una profonda confusione comunicativa.

Una confusione che rischia di disorientare proprio il cittadino, ossia il soggetto che dovrebbe essere il primo destinatario di ogni riforma della giustizia. Si è infatti spostata l’attenzione dal merito giuridico della riforma a una valutazione politica su chi la propone. Come se l’assetto delle garanzie costituzionali dovesse dipendere dal colore del governo in carica. È una deriva pericolosa.

Argia di Donato

Il tema della separazione delle carriere non nasce oggi. Non è una “novità” del momento storico che viviamo. È una proposta che attraversa decenni di dibattito giuridico italiano, sostenuta con forza dall’avvocatura penalista e da ampi settori della dottrina. Già negli anni Novanta — all’indomani dell’introduzione del nuovo processo penale accusatorio — si iniziò a porre il problema della coerenza del sistema: un processo fondato sulla parità delle parti, ma con giudice e pubblico ministero appartenenti al medesimo ordine. Da allora si sono susseguiti progetti di riforma, commissioni ministeriali, proposte parlamentari, tutte animate dalla medesima esigenza: rendere effettiva la terzietà del giudice.

Non si tratta, dunque, di una battaglia ideologica. È una questione strutturale di equilibrio dei poteri. La nostra Costituzione, agli articoli 101 e 111, afferma principi cardine: la giurisdizione è esercitata in nome del popolo e il processo deve svolgersi nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a un giudice terzo e imparziale. Il punto centrale è proprio questo: la terzietà non deve essere solo formale, ma anche sostanziale. Se chi accusa e chi giudica appartengono allo stesso percorso professionale, condividono carriera, organi di autogoverno e spesso cultura istituzionale, quella terzietà rischia di restare un principio sulla carta.

Separare le carriere non significa indebolire la magistratura. Significa rafforzarne la credibilità e l’indipendenza. Significa rendere il giudice realmente equidistante dall’accusa e dalla difesa. Nelle moderne democrazie occidentali questo assetto è già realtà da tempo. Il nostro modello, invece, continua a presentare tratti di evidente obsolescenza. Ed è proprio questo che dovrebbe interessare il cittadino: non lo scontro politico, ma la qualità della giustizia che riceve. La storia recente dimostra, inoltre, come l’attuale sistema abbia prodotto degenerazioni gravi: correntismi esasperati, crisi di fiducia nelle istituzioni giudiziarie, interferenze reciproche tra politica e magistratura. Fenomeni che nulla hanno a che fare con l’autonomia che si dice di voler difendere.

Chi oggi sostiene che la separazione delle carriere metterebbe a rischio l’indipendenza dei magistrati, spesso fonda le proprie critiche su una lettura ideologica legata al contesto politico attuale. Ma le riforme della giustizia vanno valutate per ciò che producono sul piano delle garanzie, non per chi le promuove. Personalmente provengo da una cultura politica progressista, ma proprio per questo ritengo che l’equilibrio dei poteri, la terzietà del giudice e la tutela dei diritti dell’imputato non siano temi di parte: sono pilastri dello Stato di diritto.
Separazione delle carriere significa rafforzare il processo accusatorio voluto dal legislatore, significa rendere concreta la parità tra accusa e difesa, significa offrire al cittadino un giudice realmente indipendente da ogni funzione requirente. È coerente, inoltre, prevedere due distinti Consigli Superiori della Magistratura e meccanismi — come il sorteggio temperato — capaci di ridurre il peso delle correnti e restituire trasparenza all’autogoverno.

Il cuore del referendum non è politico.
È democratico.
È costituzionale.
È civile.

La vera domanda non è se piaccia questo o quel governo.
La vera domanda è se vogliamo una giustizia più equa, più credibile, più vicina ai cittadini. Io credo di sì.
Ed è per questo che voterò convintamente a favore della separazione delle carriere. Perché una giustizia più terza è una giustizia più giusta. E una giustizia più giusta è la prima, vera tutela del cittadino.

Argia di Donato

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