Di Raffaele Esposito

 Questa battaglia per il referendum è un’occasione storica per renderci conto, in termini di evidenza, che in Italia vi sono pochi intellettuali autentici.

I più sono al servizio del potere, di una logica calcolante, di un pensiero non meditante, tiranneggiati dall’istanza desiderante di fare carriera, di non esporsi, di mettere in scena solo se stessi a costo di sottrarsi ad ogni domanda di verità.

I nostri intellettuali hanno conosciuto, come una costante, la fuga e solo la fuga davanti a quello che più urge.

Non una parola, un monosillabo, un flatus vocis, un esercizio vocalico, sulle ingiuste detenzioni che dal 1992 al 2025 hanno raggiunto un numero impressionante e cioè di circa 32262 e cioè in media quasi 949 innocenti in custodia cautelare ogni anno.

In altri termini l’innocenza dell’imputato, la sua condanna ingiusta, la sua odissea, le sue croci tormentose, vedono silenti i nostri intellettuali forse perché la vita spezzata di un uomo è per loro parva materia.

Nietzsche risponderebbe (cito a memoria): quelle che voi chiamate piccole verità le chiamate tali perché non le avete lavate con il vostro sangue.

Non una parola sul carcere duro che riduce il detenuto ad un miserabile oggetto; sui femminicidi, sull’immigrazione.

Sfuggite ad ogni cartografia: non siete quelli che danno consigli; non siete intellettuali organici; ma, con un gesto fondatore, vi improvvisate intellettuali specifici per il NO al referendum attraverso un reticolo di errori, incertezze, disletture e, per dirla con Bataille “con il rapimento, l’estasi del non sapere”.

A mo’ di campione rappresentativo, intendo soffermarmi sullo storico Alessandro Barbero, studioso di storia medioevale e non solo, il quale lascia i suoi studi medioevali e con una disinvoltura inedita si arroga la pretesa di saperi specialistici (diritto penale, ordinamento giudiziario, processo penale, Costituzione) e pur di sostenere il NO al referendum si intrappola in confusioni babeliche (confusione tra funzioni e carriere del PM); parassita l’importanza della riforma, stravolge il contesto di senso e di logica della riforma al punto tale da provocare una sorta di collera epatica nel suo intervistatore che ha fatto dell’intervento di Barbero un archivio dello sciocchezzario (“le tante inesattezze di Barbero…”) al quale mi riporto.

Barbero, in quanto storico, è libero di dire la sua; ma quando lascia la storia, non può avventurarsi in saperiche ignora; non può sottovalutare lo studio delle prassi che ha affascinato storici del calibro di Paul Veyne, Arlette Farge, e pensatori della portata di Foucault, Deleuze, perché è nelle prassi, ed in particolare, in quelle giudiziarie penali, nelle quali le garanzie dell’art. 111 della Costituzione (indipendenza, imparzialità, terzietà del giudice) rischiano di essere solo una metafora.

È l’aula di Giustizia il luogo degli eventi che impone la separazione delle carriere, lo spazio dove è incombente il pericolo di un transfert tra PM e giudice.

Lei racconta la storia con simpatia; ha rievocato, con rigore filologico, il delitto Matteotti con animosimpellere.

Ebbene perché, in nome della parresìa, non ricostruisce coram populo l’avventura giudiziaria di Enzo Tortora la cui innocenza resiste all’erosione del tempo?

Nessuna riflessione critica ha fatto sulle correnti ideologiche del CSM con fonti di potere.

Le delusioni culturali che lei ha provocato nell’Avvocatura sono in parte comuni ai professori Massimo Cacciari e Luciano Canfora.

Massimo Cacciari che onora l’Italia e l’Europa in quanto filosofo, convinto di essere l’io plurale, per dirla con Deleuze, opponendosi con la sua logica energetica alla riforma costituzionale della separazione delle carriere, la definisce “un tentativo di smantellare l’autonomia della magistratura con conseguente assoggettamento del PM al governo, così ignorando la Costituzione scritta che, se oggetto di una corretta ermeneutica, prevede l’indipendenza della magistratura, ma non prevede né esplicitamente, né implicitamente, né per sottintesi, né con procedure analogiche, la soggezione del PM all’esecutivo.

Egregio Professore stiamo parlando della Costituzione e non di quella privata di casa Cacciari.

Il nostro filosofo, forte della sua autorità, con un improntitudine inedita, afferma che la riforma costituzionale è funzionale alla distruzione dell’indipendenza della Magistratura perché convinto che l’art. 111 della Costituzione che vuole un giudice indipendente, imparziale e terzo, sia una pagina bianca, una parola neutra della Costituzione.

E quello che più inquieta è che il nostro Cacciari, in nome di una domanda di verità, chiede “onestà intellettuale” quando proprio lui è tiranneggiato dall’istanza ideologica e nessuna sillabazione critica esprime sulle correnti di gruppo che pervertono il CSM trasformandolo in un governo dei giudici fondato sui rapporti di forza delle varie correnti ideologiche, a partire dalle quali, carriera, nomine dei magistrati, avvengono non già in virtù dei meriti del magistrato, ma dal fatto di appartenere alla corrente più egemonica.

Eppure Weber ha insistito tanto sull’etica della responsabilità e Gadamer ci ha insegnato che ogni responsabilità è etica.

Lei non dice una parola su questo; ha taciuto su Tortora; sulle innumerevoli ingiuste detenzioni; sui suicidi plurimi dei detenuti; non dice una parola sulle prassi giudiziarie e cioè sull’altra storia cara agli storici degli Annali, a Veyne, a pensatori come Foucault, Deleuze ed altri.

Ignora l’aula di Giustizia dove si incrociano transfert tra giudice ed accusa e le garanzie costituzionali diventano l’ultimo sogno dell’Avvocatura.

Lei si arrabbia in televisione come una sorta di preside senza indulgenza.

Ma questo non basta!

La società ha bisogno di una parola-azione.

E che dire del Prof. Luciano Canfora, insigne grecista, che mette provvisoriamente da parte i suoi studi classici per fare affermazioni scioccanti che postulano vuoti di sapere come quella di affermare che la separazione delle carriere non c’entra perché il vero fine è quello di demolire il CSM; da qui la necessità che la Magistratura sia un argine.

Quello che accomuna l’insigne grecista e l’illustre filosofo (Canfora e Cacciari) è questo vuoto gemellare del sapere giuridico fatto di parole erranti.

Cattivi Maestri, incapaci di uscire dal libro e di parlare di Giustizia a partire dalla parola vissuta.

Figli illeggittimi degli illuministi, animati da un complesso di castrazione, cattivi discepoli e patetici imitatori di Sartre.

Sartre, è bene ricordarlo, si espose con le sue battaglie contro il potere fino a quando la cecità non lo fece tacere.

I nostri intellettuali ignorano il diritto e i diritti, tacciono sui soprusi ma sono affascinati, in questo periodo, da un solo ramo dello scibile giuridico: l’ordinamento giudiziario.

Non sanno nulla delle battaglie per i diritti ma sono ossessionati dalle carriere dei magistrati, dal sorteggio e addirittura dal sorteggio dei giudici laici di cui finora si ignorava persino l’esistenza fisica.

Tutti noi (intellettuali, giuristi, avvocati, attori ed altri) non abbiamo colto l’essenza di questa riforma che, per quanto perfettibile, è di pertinenza esclusiva della Giustizia.

Questa riforma è diventata, invece, politica, rectius partitica, per cui il SI o il NO al referendum si è risolto in un automatismo, dipende dall’appartenenza a questo o a quel partito.

In questa competizione vi sono stati stili comportamentali e atteggiamenti mentali poco ortodossi.

Vi sono state esternazioni infelici di politici, di qualche magistrato.

Non si può sottacere l’intervento del Dr. Woodcock che è stata una pagina buia per la giustizia, una pagina che impone al magistrato napoletano di addestrarsi con la scienza del tacere sine die, dato il modo goffo in cui si è difeso dalle contestazioni pregresse fattegli da Mulè.

È il tema dell’innocenza dell’imputato che doveva tenere unita la società civile.

Erano in primis i giudici che, in questa battaglia di civiltà giuridica, dovevano essere custodi gelosi delle garanzie costituzionali e lasciare così la competizione solo al PM dal quale dovevano tenersi lontano per la volontà della Costituzione e per la libertà della giurisdizione.

Questo il dramma degli Avvocati: lottare per la terzietà di un giudice che vuole continuare a confondersi con la pubblica accusa; lottare per un popolo distratto, disinformato e strumentalizzato, quando non proprio indifferente.

Dopo la celebrazione del processo Tortora che ha visto alla sbarra alcuni di noi e il povero Tortora, innocente a livello molecolare, sembrava incarnare, nella sua solitudine insulare, la disperazione di A. Artaud: “Sono solo, solo nella notte delle mie angosce”, e poi ancora tanti innocenti, condannati ingiustamente, l’imperativo della separazione delle carriere è etico-processuale.

Lo so, il SI al referendum è solo un tassello, ma è con i tasselli che costruiremo la nostra rivoluzione molecolare.

Di fronte agli insulti, all’umiliazione dei vinti, nessuno esce indenne da responsabilità dal momento che l’innocenza, come osserva Maritain, chiama in causa l’intera società.

Avv. Raffaele Esposito

 

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