Dalla lettura tecnica della riforma alle derive simboliche nel dibattito pubblico: il ruolo del giurista tra metodo, responsabilità e percezione di imparzialità.
di Argia di Donato
Ho sostenuto il “Sì” a questo referendum per una ragione molto semplice: sono un avvocato, e ho letto il testo.
L’ho fatto da giurista, ma anche nella mia qualità di direttore responsabile di una rivista giuridica a carattere divulgativo, consapevole che il diritto, quando esce dalle aule e incontra la collettività, richiede qualcosa in più: chiarezza, responsabilità, ma soprattutto consapevolezza.
Perché il diritto non è mai solo norma. È anche percezione, fiducia e, soprattutto, equilibrio.

Nel corso di queste settimane, attraverso i miei interventi, ho cercato di svolgere una funzione che ritengo essenziale, ossia tradurre un testo complesso senza tradirne il significato, offrendo strumenti di comprensione, non direzioni di voto. Non slogan, non appartenenza. Ma analisi.
Eppure, proprio questo tentativo di riportare il dibattito sul piano tecnico è stato spesso frainteso. L’analisi è stata letta come adesione, la posizione come appartenenza. Per aver esercitato un metodo, sono stata ricondotta ad un’identità specifica, e cioè additata come fascista, settaria e asservita al Governo. È un passaggio che, prima ancora di dividere, dovrebbe far riflettere. Perché quando il diritto smette di essere oggetto di comprensione e diventa oggetto di identificazione, cambia la sua natura, dato che si allontana dalla sua funzione.
In questo contesto, desta particolare riflessione anche quanto accaduto all’interno di una parte della magistratura — in particolare nel foro napoletano — dove il dissenso rispetto alla riforma ha assunto forme espressive fortemente simboliche. L’intonazione di “Bella ciao” – usato come espressione di esultanza per la vittoria del No – al di là del suo valore storico, introduce nel dibattito una dimensione che non appartiene al piano dell’analisi, ma a quello dell’appartenenza. E non si tratta di discutere il simbolo ma si tratta di interrogarsi sulle dinamiche e sui colori che hanno caratterizzato il dibattito pubblico. Vergognoso, a mio parere, e a discapito del cittadino.
La giurisdizione non richiede soltanto imparzialità. Richiede anche di essere percepita come tale. E ogni sovrapposizione tra funzione e identità rischia di alterare questo equilibrio sottile. È qui che la riflessione si amplia. Non riguarda più solo una riforma. Riguarda il modo in cui oggi il diritto viene vissuto, raccontato, utilizzato. Se il diritto entra nel linguaggio dello schieramento, se viene evocato anziché compreso, se diventa terreno di riconoscimento anziché spazio comune, allora il rischio non è solo quello di un dibattito impoverito. È quello di una progressiva perdita di fiducia. E senza fiducia, il diritto perde la sua dimensione più profonda. Quella di essere un luogo in cui le differenze trovano ordine, e non amplificazione. Per questo credo sia necessario recuperare una distinzione essenziale, che è prima di tutto culturale: quella tra interpretare e appartenere. Perché il diritto si interpreta ma non si evoca.
E, soprattutto, non si canta. O almeno non in questo modo. E quando smette di essere uno spazio di comprensione condivisa, smette, lentamente, di essere ciò che dovrebbe: un punto di equilibrio tra le persone, trasformandosi, soltanto, nell’ennesima forma di contrapposizione.





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