di Gaetano Esposito

Devo premettere che non sono un filosofo né uno studioso di filosofia. Sono soltanto un avvocato che si pone delle domande e che ha il privilegio di essere un interlocutore del Maestro. 

Non ho pertanto titoli e competenze per scrivere su di un pensatore così complesso come il Professor Giuseppe Limone né posso avere la pretesa di racchiudere, in poche righe, un pensiero così multiforme e poliedrico che attraversa la poesia e spazia in tutti i rami della filosofia, a tacere dell’impegno civile.

Posso dunque soltanto cogliere i raggi di questo pensiero luminoso nei momenti della vita che ho avuto l’onore di condividere con lui; nei convegni, nella lettura dei suoi scritti e nelle numerose conversazioni telefoniche.

In un importante articolo dal titolo Sulla persona, il Professore pone, come incipit, due interrogativi cruciali.

Che cos’è, nel mondo umano, la persona? Tutto.

Che cos’è, nel mondo contemporaneo, la persona? Nulla.

Su questo tutto e su questo nulla dobbiamo meditare.

Allora meditiamo.

Il Professor Limone avverte che non dobbiamo chiederci che cos’è la persona ma chi è la persona. In questo “chi” c’è una enorme carica rivoluzionaria. Il “chi”, scrive il Nostro, <<è singolarità, interiorità, libertà>>.

La persona irrompe nel mondo come un sisma. È singolarità, è quindi eccezione e per questo resiste a ogni classificazione e a ogni generalizzazione.

In quell’aureo scritto si legge ancora che la persona è un <<giacimento di paradossi>>. Anche questa potente espressione descrive, in maniera plastica, un concetto complesso. La persona si sottrae a ogni definizione che possa racchiuderla in uno spazio definitorio angusto e stretto. 

Siamo ben oltre la celebre definizione di Maritain, secondo la quale la persona è un tutto. Dire che è un tutto contiene il rischio di finire per dire che è un niente.

Nei convegni ai quali ho assistito, il professor Limone era solito ripetere che la persona è: <<io, tu, il ragazzo che prende appunti mentre parlo, quella donna affacciata al balcone di fronte, insomma ciascuno di noi>>.

Attenzione: il Professore non diceva “tutti noi”, diceva “ciascuno”. C’è una differenza enorme, “tutti noi” è spersonalizzante, “ciascuno” esprime la singolarità.

Ogni persona è dunque un unicum, una specie di microcosmo fatto di gioia e dolore, sogni e incubi, speranze e delusioni, ascese e cadute. Ognuno di noi è un unicum ma non una monade chiusa e incomunicabile; ognuno di noi, avverte il Professore, è un unicum necessario a tutti gli altri.

La persona reca in sé il concetto di comunità.

Ognuno di noi è fatto per gli altri ed è necessario a tutti gli altri.

È un insegnamento prezioso che il Maestro ha sempre tenuto a ripetere come avvertimento a non cedere a forme di egotismo.

Nella mia esperienza di avvocato penalista ho avuto modo di sperimentare il significato reale di questo insegnamento. Ogni processo è diverso dagli altri perché ogni imputato è diverso dall’altro, e ogni uomo lotta per il riconoscimento della sua singolarità, per quella singolarità che sfugge alla legge generale e astratta.

La legge ignora la persona nella sua singolarità ma la giustizia non può attuarsi senza di essa. La legge conosce soltanto la fattispecie astratta, la giustizia ha bisogno del caso concreto e della persona. È questo uno dei tanti aspetti della differenza tra diritto e giustizia.

La persona, scrive Limone, resiste alla sua cancellazione.

Dunque la persona non è solo un centro di diritti, come dicevano i filosofi personalisti, ma è anche titolare di un diritto di resistenza, che poi è anche un dovere verso sé stessi e verso gli altri. È il dovere di lottare per non perdere la propria singolarità, cioè, per non farsi cancellare.

Questo ci porta alla seconda, tragica verità sopra ricordata: nel mondo contemporaneo la persona è nulla.

Maritain si poneva il problema della persona nell’epoca dei totalitarismi, Limone si pone il problema della persona nel tempo delle democrazie contemporanee, è uno dei pensatori più critici verso le moderne democrazie.

Devo tornare di nuovo al Diritto.

Nel mondo attuale proliferano convenzioni e trattati che tutelano i cosiddetti diritti della persona. Quasi ogni giorno nascono associazioni che proteggono i diritti umani, eppure, nella pratica reale, quella tutela si rivela tanto solenne quanto retorica, inefficace e vuota.

Il carcere, ad esempio, è l’emblema del fallimento della nostra civiltà dei diritti. Uno spazio che sfugge a ogni legalità e a ogni controllo, dove detenuti senza nome e senza storia dimorano ammassati in condizioni a dir poco penose. 

Abbiamo registrato, negli ultimi anni, un numero vergognoso di suicidi di detenuti senza che la società civile abbia detto una sola parola né mosso un dito. Il detenuto, abbandonato nella sua cella buia, è ridotto prima a una cosa, poi a un numero che accresce una statistica inquietante.

Altro capitolo della nostra sconfitta è rappresentato dal problema dei migranti e dei connessi centri di accoglienza o di permanenza,in cui uomini e donne vengono ristretti, colpevoli soltanto di essere sbarcati.

Se spostiamo lo sguardo verso la tecnica e l’economia, la situazione non è molto diversa.

La nostra società tecnologica riduce la persona ad algoritmo, l’economia neocapitalistica delle multinazionali riduce la persona ad anonimo consumatore perennemente indebitato. 

Possiamo affermare, senza alcuna esagerazione, che la persona, tutelata nei cieli alti dell’astrazione, viene abbandonata in una terra crudele.

Di fronte a tutto questo, risuona ancora più forte il monito di Giuseppe Limone a resistere alla nostra cancellazione. Il suo è un richiamo costante al diritto di resistenza.

Questo è un aspetto fondamentale nella vita e nell’opera di Giuseppe Limone. Potrei dire che tutto il pensiero del Maestro termina e si completa nell’impegno civile.

Una volta, quando eravamo confinati in casa per via dell’emergenza pandemica, il Professore mi disse che dovevamo <<salire sui tetti e urlare quello che non andava bene, quello che era ingiusto>>.

È quello che Egli ha sempre fatto e continua a fare.

È noto il suo impegno nel movimento Risorgimento atellano in cui, con l’umiltà che lo connota, si definisce come <<colui che ispira e che bacchetta>>; altrettanto noto è il suo Spazio dialogico permanente, nel quale affronta, da par suo, i problemi che più urgono in questo nostro adesso.

Ricordo quando s’impegnò a favore di un suo alunno caduto ingiustamente nelle maglie della giustizia e riuscì a farmi organizzare un convegno alla presenza di avvocati e magistrati. 

Non dimenticherò mai con quale acume ermeneutico denunciò le lacune e le ambiguità della norma e le pericolose derive della giurisprudenza.

Inutile dire che quel ragazzo fu assolto.

Ho più volte definito Giuseppe Limone una miniera inesauribile di idee e di iniziative preziose.

Potrei soffermarmi su tanti altri aspetti della sua multiforme speculazione ma sarebbe comunque riduttivo; ogni sintesi non rende giustizia al suo pensiero e rischierebbe di tradursi in un triste e arido quadro sinottico.

In questi tempi difficili in cui vaghiamo tra le tenebre, sul confine di un mondo che nasce e un altro che muore, mi viene in mente, pensando al Maestro, un suo meraviglioso verso che tutti noi alunni trasformiamo in canto: <<nel buio avvampa la tua luce>>.

Gaetano Esposito

 

 

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