di Oscar
Nel dibattito sulla crisi della magistratura di pace — riacceso negli ultimi giorni dalle segnalazioni istituzionali e dagli interventi degli operatori del settore — si inserisce, quale elemento di rilevanza sistemica, la sentenza n. 213/2025 della Corte costituzionale.
Una pronuncia che, pur non essendo direttamente collegata alle recenti prese di posizione, offre oggi una chiave di lettura particolarmente significativa per comprendere alcune delle criticità emerse, soprattutto con riferimento al tema delle graduatorie e dell’accesso alla funzione onoraria.
Il principio affermato dalla Corte
La Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità del criterio che, a parità di titoli, limitava la rilevanza dell’anzianità professionale a un massimo di dieci anni, attribuendo poi preferenza al candidato più giovane.
Secondo la Corte, tale meccanismo si pone in contrasto con la legge delega e altera il corretto bilanciamento tra esperienza professionale e altri elementi valutativi.
Il principio affermato è chiaro: l’anzianità professionale, quale indice di esperienza, non può essere compressa attraverso limiti predeterminati che ne svuotino la funzione selettiva.
Il collegamento con le graduatorie GOP-VPO 2023
Alla luce di tale pronuncia, assume rilievo il tema delle graduatorie relative al bando GOP-VPO 2023, recentemente richiamato nel dibattito sulla scopertura degli organici della magistratura onoraria.
Come segnalato da una delegazione di idonei, una parte consistente dei candidati — pur avendo completato il percorso formativo ed essendo stati dichiarati idonei — non è stata immessa in servizio, rimanendo collocata in posizione non utile alla nomina.
In questo contesto, la sentenza n. 213/2025 introduce un elemento ulteriore di riflessione: la possibilità che i criteri utilizzati per la formazione delle graduatorie possano essere riletti alla luce dei principi affermati dalla Corte.

Tra carenza di organico e qualità della selezione
Le recenti segnalazioni hanno evidenziato una grave carenza di organico negli Uffici del Giudice di Pace, con ricadute sulla durata dei procedimenti e sull’effettività della tutela giurisdizionale. Tuttavia, il richiamo alla sentenza della Corte costituzionale consente di spostare l’attenzione anche su un diverso piano: quello della qualità e della coerenza dei criteri di selezione.
Il tema, dunque, non riguarda soltanto la quantità delle risorse disponibili, ma anche le modalità attraverso cui queste vengono individuate e valorizzate.
Il nodo dello scorrimento delle graduatorie
In tale prospettiva si inserisce la proposta, avanzata dagli idonei, di procedere allo scorrimento delle graduatorie come misura immediata per fronteggiare le scoperture.
Una soluzione che, oltre a rispondere a esigenze organizzative, assume oggi una valenza ulteriore, quella di valorizzare professionalità già selezionate, alla luce di un sistema di criteri che la Corte ha in parte rimesso in discussione.
Profili aperti e possibili sviluppi
La sentenza n. 213/2025 non determina automaticamente effetti sulle graduatorie già formate, ma introduce un parametro interpretativo destinato a incidere sul dibattito giuridico e istituzionale.
Restano aperte diverse questioni in primis la possibile revisione dei criteri di selezione per il futuro, l’eventuale incidenza della pronuncia sulle graduatorie vigenti e le implicazioni sul piano del contenzioso amministrativo.
Nel contesto attuale, caratterizzato da criticità operative e carenze strutturali, la pronuncia della Corte costituzionale rappresenta un elemento di riflessione che contribuisce ad arricchire il dibattito.
Non si tratta di un intervento risolutivo, ma di un passaggio che invita a considerare la crisi della magistratura di pace anche sotto il profilo delle regole che ne governano l’accesso.
Un piano meno visibile, ma non per questo meno rilevante.
Oscar





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