Una visita a Giambattista Vico


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Questa mattina l’avvocato Vincenzo Improta, con il suo solito, imprevedibile entusiasmo, ha avuto l’idea feconda di invitare me, mio padre e mio fratello a visitare la casa di Giambattista Vico proprio nel giorno del compleanno del grande filosofo napoletano, affinché, diceva Improta, l’avvocatura rendesse un sia pur modesto omaggio al nostro più grande pensatore.

Da questa curiosa e stimolante idea è nata così la nostra visita in casa del Vico, e così, in una giornata  d’estate stranamente piovosa, ci siamo trovati nell’atmosfera irreale di San Biagio dei Librai, in un angolo di Napoli sospeso nel tempo, in cui è sempre natale, anche a fine giugno.

In una modesta casetta, adiacente alla piccola chiesa di San Gennaro all’Olmo, posta all’incrocio tra via San Gregorio Armeno e via San Bigio dei Librai, il 23 giugno del 1668  nacque il grande Giambattista, figlio di un modesto libraio che null’altro aveva da offrirgli se non il voluttuoso profumo della carta stampata dei libri antichi.

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Fu in questa casetta che quell’anima inquieta si immerse nelle letture e nelle meditazioni avvolto dal silenzio e dalla solitudine, quella solitudine che è il terreno di formazione dei grandi spiriti.

In quella casetta Giambattista concepì che doveva restar solo, che doveva immergersi nella lettura degli antichi per poter essere il più moderno dei moderni.

Aveva ragione l’amico Improta nel voler portare gli avvocati nella casa del Vico perché, a dispetto di quanto si legge nelle biografie, egli, sia anche per poco tempo, fu avvocato e seppe offrire all’avvocatura un patrimonio inestimabile.

Vico conobbe la vita del Foro, la grande eloquenza degli avvocati e le sottili dissertazioni giuridiche dei giuristi; nel 1685 frequentò lo studio di Francesco Verde e fece pratica forense con l’avvocato Fabrizio Del Vecchio, esiste anche una dotta e lunga memoria difensiva che dovette leggere in Castelcapuano, negli anni della sua esperienza forense.

Avvocato per poco tempo dunque ma sommo giureconsulto; basterebbe soltanto ricordare il De uno universi iuris principio et fine (1720) e il De constantia iurisprudentis (1721).

Avrebbe anche vinto il concorso alla cattedra “matutina” di diritto civile nell’Università di Napoli, discutendo un passo delle quaestiones di Papiniano, se quella cattedra non gli fosse stata soffiata con l’imbroglio e affidata al meno dotato Domenico Gentile.

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Ma il patrimonio inestimabile che egli offrì ai giuristi e agli avvocati fu un metodo del tutto nuovo.

Nell’insegnamento del Vico si formò quella cerchia di grandi giuristi napoletani, in primis Mario Pagano e Nicola Nicolini, che costituirono quella gloriosa scuola storica del diritto, così definita da Enrico Pessina.

Il metodo nell’esegesi della norma giuridica si arricchì di altre nuove scienze, come la filosofia, la filologia e la storia che rappresentarono le nuove frontiere di un approccio multidisciplinare alla scienza giuridica.

Se infatti Nicolini rinveniva nell’etimologia delle parole l’origine dell’istituto giuridico, Pagano e Pessina trovavano nella storia l’origine della norma, le sue finalità e anche le sue lacune.

L’interpretazione della norma giuridica, dunque, non rimaneva più ancorata al dato normativo in una specie di circolo vizioso ma diventava un’operazione ermeneutica che dalla norma risaliva ai principi del diritto e da questi a quelli della filosofia.

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Eravamo andati a casa di Giambattista per portare dei fiori ma abbiamo preferito visitare la casa, ascoltare rapiti le spiegazioni delle cortesi volontarie e immaginare quella misera casetta abitata da un così grande genio.

Ma la cosa più straordinaria è stata quella di sentire Giambattista Vico come un membro della nostra famiglia, quella degli avvocati, perché questo è stato il senso della nostra visita: non il filosofo volevamo visitare oggi ma l’avvocato.

a cura di Gaetano Esposito

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