Coronavirus: contratti e inadempimenti


Cosa abbia effettivamente curato il “Cura Italia” ancora non è molto chiaro, addirittura, sotto certi aspetti ha aggravato le posizioni di alcune categorie, basti pensare ai lavoratori subordinati che possono accedere alla Cassa Integrazione regolata in via emergenziale e di urgenza dal legislatore presidenziale in questi giorni e, sul punto, a sentire i Consulenti del Lavoro, le procedure sono complicatissime, cambiano continuamente le regole in corso d’opera di giorno in giorno ed il danaro non arriverà prima di fine maggio.


Le misure adottate per arginare l’epidemia in atto hanno riguardato anche le difficoltà oggettive connesse agli impegni contrattuali sottoscritti.
Peraltro, contratti e sentenze esistenti confermano il momento eccezionale non avendo entrambi mai veramente affrontato le conseguenze di un simile evento straordinario sulle obbligazioni reciproche.
La legislazione d’emergenza che impatta sul tema (cd. decreto “Cura Italia”) introduce una particolare attenuazione delle responsabilità del debitore dovuta a causa di forza maggiore in quanto connessa a un comportamento tipico attivo dell’agente: il rispetto delle misure di contenimento (art. 91: “Il rispetto delle misure di contenimento di cui presente decreto è sempre valutata ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 c.c., della responsabilità del debitore, anche relativamente all’applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti”).
Si tratterà quindi di verificare in concreto se ritardi o inadempimenti contrattuali (causa potenziale di risoluzione contrattuale) siano fondati sull’obbligo coattivo di rispettare le odierne misure con comportamenti quali non produrre, non circolare, non impegnare mano d’opera se non per servizi essenziali.
In tal senso occorre chiedersi se siano evocati i principi di forza maggiore o impossibilità sopravvenuta non imputabile al contraente in quanto essi attengono a valutazioni di fatto da provare (la pandemia come evento eccezionale scusante) piuttosto che alla semplice constatazione dell’intervento di un divieto di legge.
Peraltro, un conto è dover dimostrare l’eccezionalità dell’evento esterno che ha cagionato l’impedimento nell’adempiere, un altro è semplicemente indicare una norma che vieta di aprire l’azienda: la fonte che esime da responsabilità contrattuale è ben diversa.
D’altra parte, la norma in questione non crea nulla ma costituisce semplicemente un elemento rafforzativo di quanto già previsto dall’ordinamento.
Principi come, forza maggiore, impossibilità sopravvenuta, eccessiva onerosità sopravvenuta e la stessa responsabilità del debitore (art 1218 c.c. “Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l’inadempimento o il ritardo è stato determinato dall’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”) già permettono di dirimere complicazioni contrattuali per eventi eccezionali e straordinari ed è pacifico come la pandemia attuale (per giurisprudenza già costante) rientri tra quelli, anzi sia l’evento straordinario del secolo.
Peraltro, la fattispecie sul rispetto delle misure di contenimento da Covid-19 è valutata sia ai fini dell’esclusione della responsabilità del debitore che a quelli dell’inapplicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti.
Il punto di partenza del rapporto contrattuale che entra in crisi per la situazione socio-sanitaria attuale è quindi descritto da una doppia situazione di fatto in cui si viene a trovare la parte contrattuale in difficoltà di esecuzione della prestazione:
a) il contraente non esegue la prestazione perché vietata da misure di contenimento;
b) il contraente non esegue prestazione perché, pur potendo produrre, si trova in una difficoltà di mercato non dipendente da lui (blocco della filiera e delle consegne per la situazione precaria dei trasporti, crisi dei sub-appaltatori ecc.).
E se è di tutta evidenza (e non opinabile) che nel primo caso l’emergenza abbia portato a un intervento coattivo per ragioni di salute pubblica che ha prevalso sull’interesse privato contrattuale, nel secondo la mancata esecuzione per difficoltà oggettive dello scenario del mercato diventa opinabile: non si avrà a disposizione cioè la prova certa e indiscutibile della “inazione” dovuta al rispetto dell’obbligo di legge, ma si dovrà provare (con ampio spettro di domande ed eccezioni delle parti che potranno spaziare dalla valida giustificazione alla motivazione più precaria e sconfessabile) che la causa di forza maggiore e l’inadempimento sono giustificate da fattore endogeno indiscutibile, il che alla fine e, indipendentemente dal decreto proposto in questi giorni, rende il tema in discussione ancora una volta risolvibile con i principi cardine della civilistica in materia.
La questione di fondo pare quindi quella di dover affrontare il tema delle “circostanze di forza maggiore”, oltre e non solo in funzione dei provvedimenti legislativi di emergenza perché è chiaro che l’aggancio fornito dal legislatore per attenuare le responsabilità del debitore inadempiente riguarda il caso specifico in cui non si possa adempiere per dover assumere un comportamento forzoso richiesto dallo Stato (rispetto delle misure di contenimento).
Per il resto, Codice civile alla mano, ragioniamo intorno alla impossibilità o eccessiva onerosità sopravvenute o di forza maggiore.
In tali casi si devono manifestare circostanze obbiettive che rendono “non possibile” rispettare i termini del contratto, essendo chiaro che, in linea di principio (soprattutto per tutelarsi contro chi furbescamente voglia capziosamente invalidare un rapporto per sua negligenza invocando una disgrazia), è sempre difficile – o quantomeno non scontato – svincolarsi da un accordo, tantomeno sono sufficienti una “maggiore difficoltà” od ”onerosità”.
In ogni caso, una pandemia globale agevola la prova da addurre per sostenere in modo assolutamente nuovo e drammatico le ragioni dell’inadempiente.
Occorre anche valutare in concreto che cosa potrà accadere, da una prospettiva di analisi economica del diritto connessa al rischio di una mancata sostenibilità sociale dei troppi contratti che rischiano di essere posti nel nulla.
Se infatti molti dei contratti esistenti fossero invalidati, il rischio si estenderebbe al sistema economico in sé; pertanto si potrebbe in futuro riscontrare una tendenza “necessitata” degli interpreti (in primis i giudicanti) a non invalidare una mole troppo ingente di contratti, pur in presenza di oggettive ragioni che l’inadempiente avesse in buona fede e con evidente concausalità riferito alla pandemia da COVID 19.
Una soluzione equilibrata è da ritrovarsi in una saggia rinegoziazione dell’accordo dei contraenti in buona fede che porterebbe anche a un risparmio certo di tempo e denaro (compreso quello di un eventuale contenzioso).
Tra l’altro, sarà sicuramente inutile invalidare un intero rapporto contrattuale nella sua interezza, in presenza di fiducia commerciale reciproca, per una contingenza incolpevole (la pandemia).
La fattispecie giuridica corretta da descrivere in molti casi sarebbe quella di una impossibilità sopravvenuta di natura temporanea e non definitiva della prestazione a causa di un evento sopravvenuto, imprevedibile e straordinario indipendente dalla volontà delle parti.
In questo contesto, la parte inadempiente avrebbe solamente bisogno di vedersi assegnata una nuova data di consegna o un rinnovo d’ordine (ovviamente tranne in caso di termine essenziale che rende indifferibile il tempo della prestazione), terreno che, per l’appunto, è più adatto all’introduzione di nuove condizioni contrattuali, a una rinegoziazione con novazione oggettiva dell’accordo piuttosto che a quello di una sua estinzione.
Andranno, poi, considerate altresì eventuali clausole contrattuali che abbiano disciplinato il caso di forza maggiore.
Ritornando, poi, all’articolo 91 del decreto Cura Italia, e ciò anche a fini analogici, tenuto conto che la regola di attenuare le conseguenze negative per un debitore inadempiente, pur se riferita al caso del rispetto delle misure di contenimento del virus, dovrebbe rappresentare per le parti il perimetro entro il quale, nella grave situazione sociale ed economica presente e futura, dovrebbero muoversi per interpretare i reciproci comportamenti ed adempimenti.
Tale perimetro ed una auspicabile grande dose di ragionevolezza, dovrebbero, poi, condurre e motivare le parti del contratto ad una valutazione equa, semmai disgiunta dal rispetto diretto di misure cogenti di contenimento del virus.
Bisognerà ispirarsi a comportamenti aperti a disponibilità, proroghe, e concessioni nel rapporto privato.
In questo senso, un creditore che pretenda l’esatto adempimento a fronte della conclamata impossibilità del debitore di eseguirlo, potrebbe essere valutato secondo le maglie “moralmente” rigorose di un comportamento non in buona fede nell’interpretazione del contratto (art. 1366 c.c.) e nella sua esecuzione (art. 1375 c.c.), obbligo di buona fede che già porta alla “saggia rinegoziazione” sopra citata.
È indubbio che la pandemia mondiale (dichiarata tale dall’OMS, quindi a priori provata in ogni ambito di disputa futura come fatto incontestabile) è l’evento non bellico più imprevedibile, senza precedenti e grave nella storia contemporanea mondiale.
La sua imprevedibilità la si riscontra dal solo fatto che non si rinvengono clausole esistenti che abbiano mai pensato ad una regolamentazione articolata ed efficace tra le parti delle conseguenze commerciali reciproche correlate ad una situazione simile.

Il mercato deve prepararsi alle conseguenze in termini di inadempimento che saranno immediate e gravi.
Ricorrono, quindi, due scenari negativi principali che necessitano di risposta adeguata:
a) l’emergenza sanitaria;
b) la conseguente crisi economica.
La crisi contrattuale è uno dei grandi temi profili del secondo scenario a cui (le parti, i loro consulenti e, in ultima battuta, i Tribunali) si dovrà rispondere adeguatamente e secondo principi di certezza del diritto.
In definitiva, occorrerà distinguere per l’interprete tra i rapporti in essere e quelli che devono ancora instaurarsi.


Con riferimento ai primi per il caso di inadempimento (sia parziale che totale) potrà invocarsi
a) la forza maggiore ove la relativa clausola sia prevista nel contratto o la forza maggiore collegata ai principi di legge quali impossibilità sopravvenuta, eccessiva onerosità e buona fede nei rapporti tra le parti,
b) ovvero troveranno applicazione le norme straordinarie del nostro ordinamento (l’art. 91 del D.L. c.d. Cura Italia) applicabili ai rapporti tra le imprese nell’ambito dell’attuale emergenza sanitaria.
Per i nuovi rapporti, ovviamente lo scenario è tutto da costruire ed è riferibile a nuove forme di strutturazione contrattuale e a un generale ripensamento di tante regole d’impresa, semmai con l’introduzione nei contratti di clausole sulla forza maggiore ben strutturate e articolate.

Alessandro Gargiulo

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