Addio Eluana: la vita si spegne, i dubbi rimangono


Eluana è morta. E’morta lo scorso 9 febbraio, a diciassette anni da quell’incidente che l’ha privata per sempre della possibilità di relazionarsi agli altri e di comprendere e reagire al mondo che le stava intorno. E’ morta dopo un contenzioso legale durato dieci anni e che ha visto pronunciarsi più volte i Tribunali di primo grado, la Corte d’Appello di Milano, la Corte di Cassazione e finanche il T.A.R. e la Corte Costituzionale.  E’ morta  mentre Senato e  Camera si impegnavano in un’inutile corsa contro il tempo per fermare, con l’opinabile strumento della decretazione d’urgenza prima e di un disegno di legge da approvare frettolosamente poi, l’autorizzazione alla sospensione dei trattamenti concessa dalla Magistratura nel luglio dell’anno scorso.

Ora che i riflettori dei talk show e gli improvvisati tavoli di discussione affollati di  opinionisti e politici più o meno informati hanno spostato altrove la loro attenzione, vale sicuramente la pena chiedersi se, nel fondo del calderone mediatico che ha accompagnato gli ultimi momenti di vita della giovane di Lecco ed i primi giorni immediatamente successivi alla sua morte, sia rimasto qualcosa per avviare un dibattito costruttivo sulle tematiche di fine vita e sul riconoscimento  giuridico del testamento biologico.

Al di là degli aspetti umani ed ideologici, che hanno costituito oggetto di un dibattito fin troppo abusato negli ultimi giorni,  un dato di fatto inoppugnabile è che il caso Englaro ha evidenziato, in tutta la sua drammaticità, una netta spaccatura tra mondo politico e mondo giudiziario su temi che, data la delicatezza ed importanza dei diritti in gioco, richiederebbero invece la ricerca di un consenso quanto più esteso possibile.

Basta un rapido confronto tra le ultime pronunzie della Cassazione (sentenza n. 21748 del 16.10.07), della Corte d’Appello di Milano (decreto del 9.7.2008 est. Lamanna),  e del TAR. Lombardia (sentenza n. 214 del 26.1.2009) con i provvedimenti adottati nell’imminenza della morte di Eluana dal Direttore Generale della Sanità della Giunta Regionale Lombardia (atto del 3.9.2008), dal Ministro del Welfare e della Salute (circolare del 16.12.2008), oltre che dal Consiglio dei Ministri (decreto legge del 5.2.2009), per rendersi agevolmente conto di come il mondo politico abbia chiaramente rigettato la soluzione giurisprudenziale resa dalle Corti di merito e di legittimità. Senza entrare nel merito di tali valutazioni politiche, che in quanto tali sono ovviamente condivisibili o opinabili a seconda delle convinzioni di ciascuno, il problema che sicuramente si pone, nell’attuale prospettiva de jure condendo, è in che modo tale contrasto possa essere superato da un’eventuale regolamentazione giuridica delle tematiche di fine vita da parte del Parlamento, quello stesso Parlamento che nel settembre scorso arrivava finanche a sollevare un conflitto di attribuzioni dinanzi alla Corte Costituzionale, poi ritenuto insussistente dalla Consulta con l’ordinanza n. 334 dell’8.10.2008.

Nella situazione di vuoto normativo perdurante ormai da anni, la giurisprudenza aveva infatti elaborato, soprattutto sul caso Englaro, una serie di orientamenti che oggi, almeno nei testi attualmente all’esame del Parlamento, appaiono se non sovvertiti, quantomeno messi fortemente in discussione. Ci si riferisce ad esempio alla ricostruzione per cui “non v’è dubbio che l’idratazione e l’alimentazione artificiali con sondino nasogastrico costituiscono un trattamento sanitario. Esse, infatti, integrano un trattamento che sottende un sapere scientifico, che è posto in essere da medici, anche se poi proseguito da non medici, e consiste nella somministrazione di preparati come composto chimico implicanti procedure tecnologiche. Siffatta qualificazione è, del resto, convalidata dalla comunità scientifica internazionale” (Cassazione, n. 21748/07). Nella medesima pronunzia  la Suprema Corte affermava “deve escludersi che il diritto alla autodeterminazione terapeutica del paziente incontri un limite allorché da esso consegua il sacrificio del bene della vita” e che il diritto del singolo alla salute “come tutti i diritti di libertà, implica la tutela del suo risvolto negativo: il diritto di perdere la salute, di ammalarsi, di non curarsi, di vivere le fasi finali della propria esistenza secondo canoni di dignità umana propri dell’interessato, finanche di lasciarsi morire”.

Sulla base di tali presupposti, la Corte d’Appello di Milano, dopo aver ribadito la “natura medica” del trattamento finalizzato all’idratazione/alimentazione artificiale, si spingeva altresì ad affermare che “la possibilità di considerare legittima una richiesta del tutore volta all’interruzione del trattamento di sostegno vitale non può essere poi esclusa […] neppure nei casi in cui sia di fatto impossibile ricostruire una volontà presunta dell’incapace orientata al rifiuto del trattamento”. Tale volontà, espressa o ricostruita sulla base di  elementi di prova chiari, univoci e convincenti veniva ritenuta dalla Suprema Corte, unitamente all’irreversibilità acclarata dello stato vegetativo, presupposto necessario per legittimare la richiesta di interruzione dei  trattamenti di sostegno vitale nei malati che versano nella condizione di Eluana.

I principi sopra sinteticamente delineati, che costituiscono soltanto una minima parte delle argomentazioni che hanno poi consentito a Beppino Englaro di ottenere, seppur dopo dieci anni di contenzioso, la sospensione dei trattamenti che tenevano in vita sua figlia, sono evidentemente il punto di arrivo di un’evoluzione giurisprudenziale pressoché incessante in materia di consenso informato ed autonomia del paziente. Tale giurisprudenza, che ha come indiscutibile riferimento e punto di partenza l’art. 32 della Costituzione, si è ormai ampiamente consolidata intorno al principio, ben sintetizzato dal TAR Lombardia nell’ultima sentenza sul caso Englaro, secondo cui “Il diritto costituzionale di rifiutare le cure, […], è un diritto di libertà assoluto, il cui dovere di rispetto si impone nei confronti di chiunque intrattenga con l’ammalato il rapporto di cura, non importa se operante all’interno di una struttura sanitaria pubblica o privata. La manifestazione di tale consapevole rifiuto rende dunque doverosa la sospensione dei mezzi terapeutici il cui impiego non dia alcuna speranza di uscita dallo stato vegetativo in cui versa la paziente e non corrisponda con il mondo di valori e la visione di vita dignitosa che è propria del soggetto”. L’esercizio di tale diritto “farebbe immediatamente venir meno il titolo giuridico di legittimazione del trattamento sanitario (ovvero il consenso informato) […] anche ove si tratti di trattamento di sostegno vitale il cui rifiuto conduca alla morte” (T.A.R. Lombardia, Milano, sent. n. 214 del 26.1.2009).

Risulta pertanto quantomeno problematico accettare, alla luce di tali orientamenti – lo si ripete –  ormai consolidatisi da diversi anni a questa parte, atti come quello con cui lo scorso 3 settembre il Direttore Generale della Sanità della Lombardia, rigettando l’istanza dei legali della famiglia Englaro, adduceva che nelle strutture afferenti alla Regione “deve essere garantita l’assistenza di base che si sostanzia nella nutrizione, idratazione e accudimento delle persone”, oppure come il Disegno di legge attualmente all’esame del Parlamento (testo unificato del 26.1.2009 a firma del senatore Calabrò), in cui si legge “alimentazione ed idratazione, nelle diverse forme in cui la scienza e la tecnica possono fornirle al paziente, sono forme di sostegno vitale e fisiologicamente finalizzate ad alleviare le sofferenze e non possono formare oggetto di Dichiarazione Anticipata di Trattamento” nonchè “nel caso in cui le D.A.T. non siano più corrispondenti agli sviluppi delle conoscenze tecnico-scientifiche e terapeutiche, il medico, sentito il fiduciario, può disattenderle”.

E’ invero un dato di fatto, che prescinde da qualsivoglia impostazione ideologica, che tali posizioni stridano chiaramente con tutta l’evoluzione giurisprudenziale quantomeno degli ultimi venti anni, che ha recepito l’evoluzione, sotto il profilo della deontologia medica, dal principio di beneficenza a quello di autonomia. Per risolvere tale conflitto occorrerebbe quantomeno intavolare un dialogo sereno nel mondo politico come nel paese, che tenga conto, più di ogni altra cosa, della voce e della volontà della gente, piuttosto che di quelle posizioni di principio ideologicamente orientate che si sono evidenziate nel carosello mediatico svoltosi al capezzale della giovane di Lecco.

Per tale motivo, nonostante i molteplici inviti a provvedere formulati da più parti sull’onda di indignazione montata intorno al caso Englaro, non si può fare a meno di essere scettici sulla reale possibilità che il Parlamento riesca a trovare quel consenso necessario all’approvazione di una normativa che regoli le tematiche di fine vita ed il testamento biologico. Del resto, il caso di Piergiorgio Welby, che non più tardi di due anni or sono sollevava praticamente le stesse problematiche, è invero assolutamente indicativo di quanto sia complesso, sui temi di bioetica, il passaggio dall’urgenza delle cronache ad un dibattito legislativo che possa diventare realmente costruttivo.

 a cura dell’Avv. Mauro Fusco

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