Rilevanza penale della violazione degli obblighi di assistenza familiare: pluralità di reati.


Paolo e Francesca il 18 settembre del 2005 contraggono matrimonio. Tuttavia la loro unione naufraga burrascosamente a causa del comportamento fedifrago di Paolo, il quale, avendo instaurato una relazione extraconiugale con altra donna, lascia Francesca. Dopo pochi mesi dal provvedimento di separazione giudiziale Francesca, non ottenendo il versamento degli assegni di mantenimento stabiliti dal giudice né il ben che minimo interessamento del ex marito ai figli minori, querela Paolo ai sensi dell’art. 570 c.p. Paolo viene, pertanto, rinviato a giudizio e condannato ad una congrua pena perché resosi responsabile di più violazioni della medesima fattispecie penale.

 

In sede di separazione personale tra i coniugi o di divorzio, il coniuge economicamente più debole può, normalmente, chiedere ed ottenere la corresponsione di un assegno di mantenimento che gli permetta di riequilibrare la sproporzione patrimoniale tra i coniugi e godere del medesimo tenore di vita tenuto in costanza di matrimonio.

L’obbligo del versamento dell’assegno è, però, escluso quando la responsabilità della separazione sia da addebitarsi al comportamento di uno solo dei coniugi, in violazione degli obblighi nascenti dal matrimonio e che abbia determinato il verificarsi di fatti tali da rendere intollerabile la prosecuzione della convivenza e grave pregiudizio all’educazione e formazione della prole.

A tal proposito, l’art. 143, comma 2, del codice civile disciplina i diritti ed i doveri nascenti dal matrimonio disponendo che “dal matrimonio deriva l’obbligo reciproco alla fedeltà, all’assistenza morale e materiale, alla collaborazione nell’interesse della famiglia e alla coabitazione”. Pertanto, il coniuge che violi i doveri nascenti dal matrimonio o che, con il suo comportamento, arrechi grave pregiudizio all’educazione della prole, potrà essere ritenuto unico responsabile del deterioramento del rapporto coniugale e non avrà diritto a ricevere l’assegno di mantenimento da parte dell’altro coniuge incolpevole.

Tuttavia, perché sia riconosciuto l’addebito è, però, necessario che la violazione dei doveri coniugali da parte del coniuge sia la “causa” della rottura del rapporto coniugale e non la conseguenza di un rapporto già deteriorato per altri motivi.

Si rende responsabile di violazione degli obblighi di assistenza familiare (art. 570 c.p.) chi, invece, abbandonando il domicilio domestico (riectius: tetto coniugale), o, comunque tenendo una condotta contraria all’ordine o alla morale familiare, si sottrae agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà o alla qualità di coniuge.

Alle medesime pene soggiace chi malversa (ossia destina a finalità estranee agli interessi del titolare) o dilapida (ossia sperpera) i beni del figlio minore o del coniuge, o fa mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore o inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge cui non sia stata addebitata la separazione.

La giurisprudenza ha affermato costantemente che il delitto di omessa somministrazione dei mezzi di sussistenza non ha carattere sanzionatorio dell’inadempimento del giudicato civile che sancisce l’obbligo alimentare, potendo persino prescindere da una sentenza del giudice civile che dichiari l’obbligo medesimo e ne determini il contenuto. Ed infatti, “non occorre che il diritto agli alimenti sia stato già fissato dal giudice civile –an, quantum, quomodo-, ma è sufficiente che il colpevole, pur essendo in condizioni di adempiere alle prestazioni alimentari, si rifiuti o trascuri di somministrarle alle persone tassativamente specificate”(cfr: relazione al presidente della commissione ministeriale per il progetto del codice civile).    

Il concetto di mezzi di sussistenza, infatti, non coincide con quello di alimenti: i mezzi di sussistenza comprendono soltanto lo stretto necessario per la sopravvivenza, mentre l’obbligo di prestare gli alimenti deve commisurarsi anche avendo riguardo alla condizione sociale dell’alimentando.

In giurisprudenza si sottolinea che “il pagamento di una somma inferiore a quella imposta a titolo di assegno (alimentare) non basta ad integrare gli estremi del delitto in questione, e solamente qualora non venga corrisposta alcuna somma, o vengano versate somme irrisorie, è evidente che l’obbligato non sovviene alle necessità più elementari degli aventi dirirro agli alimenti e quindi commette violazione degli obblighi di assistenza familiare” (Cass.pen. 2001 n. 27851).

Non sussiste alcuna interdipendenza tra il reato di cui all’art. 570, comma 2, c.p. e l’assegno liquidato dal giudice civile, sia che tale assegno venga corrisposto nella misura stabilita, sia che venga corrisposto in misura ridotta, sia che non venga affatto corrisposto.

L’illecito in questione, infatti, è rapportato unicamente in relazione alla situazione fattuale oggettiva e, quindi, alla sussistenza dello stato di bisogno dell’avente diritto alla somministrazione.

Il concetto di “mezzi di sussistenza” va tenuto distinto da quelli civilistici di “mantenimento” e di “alimenti”. In questo senso, si è ritenuto in giurisprudenza che, non sussista il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, qualora il genitore non corrisponda l’assegno di mantenimento per il figlio, stabilito dal giudice civile, ma tuttavia non gli faccia mancare i mezzi di sussistenza per soddisfare le primarie esigenze di vita (Cass. pen. 2007 n. 14 – 2004 n. 32508).

Elemento essenziale per l’integrazione del fatto tipico è lo stato di effettivo bisogno dei soggetti passivi del reato.

Infatti la norma non è sanzionatoria dell’obbligo giuridico di prestare i mezzi di sussistenza ai figli minori, ma prevede un reato con evento costitutivo della mancata soddisfazione dei bisogni degli alimenti. Ed infatti, prevalente giurisprudenza ritiene la fattispecie penale costituita anche se un altro obbligato, un terzo o addirittura un ente assistenziale abbiano provveduto ad eliminare lo stato di bisogno (Cass. pen. 2001 n. 37419). Occorre, dunque, che si provi da un lato lo stato di bisogno dell’avente diritto e, dall’altro, la capacità economica dell’obbligato a fornire al primo i mezzi indispensabili per vivere (Cass. 2004 n. 37137).

Tale ultima sentenza ha, inoltre, stabilito che il fallimento dell’obbligato non è sufficiente ad escludere il reato, dovendo egli dimostrare di essere stato privato di tutti i suoi mezzi economici e di non essere in grado di sopperire alla privazione con una diversa attività.

Non da ultimo, recente giurisprudenza di legittimità, considera come causa di esclusione della fattispecie penale de qua anche lo stato di disoccupazione purchè lo stesso sia reale e non simulato.

Recentemente una pronuncia delle Sezioni Unite penali della Cassazione (Cass. 2008 n. 8413), nel dirimere una questione insorta all’interno della sesta sezione penale della Corte di Cassazione, hanno statuito che l’inosservanza dell’obbligo di provvedere ai mezzi di sussistenza determinerebbe, a carico del soggetto obbligato, una pluralità di reati ribaltando, con ciò, quanto precedentemente affermato dalla Suprema Corte la quale, viceversa, aveva escluso il concorso di reati affermando che “chi omette di corrispondere ai propri congiunti (coniuge e figli minori) l’importo mensile stabilito dal giudice, commette un unico reato e non una pluralità di reati in concorso formale o in continuazione fra loro”(Cass. pen. 2003 n. 30586).

L’ipotesi delittuosa di cui all’art. 570 c.p. prevede, infatti, un ventaglio di diverse condotte criminose: a) l’abbandono del domicilio domestico o il sottrarsi agli obblighi di assistenza inerenti alla potestà dei genitori, serbando una condotta contraria all’ordine o alla morale della famiglia; b) il malversare o dilapidare i beni del figlio minore o del coniuge; c) far mancare i mezzi di sussistenza ai discendenti di età minore, ovvero inabili al lavoro, agli ascendenti o al coniuge, il quale non sia legalmente separato per sua colpa.

Secondo le Sezioni Unite, dunque, solo con riferimento all’ipotesi di cui al primo comma (rectius abbandono del domicilio domestico) è possibile configurare l’esistenza di un reato unico “poiché diretto a tutelare esclusivamente la convivenza familiare e non essendo ipotizzabile una tutela differenziata dei vari componenti della famiglia”. Risulta, infatti, assai improbabile che possa realizzarsi un abbandono del domicilio domestico nei conforti di soltanto alcuni dei componenti il nucleo familiare.

Completamente differente è, invece, il contesto in cui si collocano le condotte di cui al secondo comma del medesimo articolo. Tali ipotesi, infatti, sono “dirette a tutelare non un’astratta unità familiare o un ordine o una morale familiare dai contorni indistinti ma ben precisi interessi economici quali la tutela del patrimonio del soggetto “debole” (a) e la vera e propria sopravvivenza economica di questi soggetti (b)”. E’ evidente, infatti, che in tali fattispecie criminose il soggetto agente possa malversare o dilapidare i beni di uno soltanto dei soggetti protetti, ovvero adempiere gli obblighi di assistenza economica soltanto in favore di uno o più di essi, e non anche degli altri. In tali ipotesi, dunque, non è possibile configurare un unico reato bensì un pluralità di rati commessi in danno di più congiunti.

In conclusione le Sezioni Unite, condividendo l’orientamento dei giudici di merito, hanno statuito che l’omessa somministrazione dei mezzi di sussistenza ai figli, configura l’esistenza del concorso formale di reati perché l’agente, con un’unica omissione, commette più violazioni della medesima disposizione di legge (art. 81 comma 1° cod. pen.) (Cass. pen. n. 8413 del 2008).

 Avv. Claudia Grieco

 

 

 

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