“Dimensione sociale e giuridica della dignità umana. La dignità della persona come valore supremo dell’ordinamento giuridico internazionale e come fonte di tutti i diritti”. Corso di formazione “Tutela dei diritti fondamentali della persona”


Si è tenuta il 5 aprile 2016, presso la storica biblioteca A. De Marsico in Castel Capuano, la sessione di apertura del Corso di formazione “Tutela dei diritti fondamentali della persona” organizzato dalla Commissione Diritti Umani del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli con il riconoscimento del valore formativo da parte del Consiglio Nazionale Forense, sessione dal titolo “Dimensione sociale e giuridica della dignità umana. La dignità della persona come valore supremo dell’ordinamento giuridico internazionale e come fonte di tutti i diritti”.

LOCANDINA

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Ha moderato la sessione l’avv. Luca Zanchini, Componente della Commissione Diritti Umani dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, che ha ringraziato la Coordinatrice della Commissione e tutti i componenti per averlo reso partecipe del progetto fortemente voluto e sostenuto dal padre Avv. Flavio Zanchini. Visibilmente emozionato, ha ricordato la dedizione e l’impegno del compianto Presidente proprio per rilanciare la Biblioteca A. De Marsico che tanto amava, vanto per la classe forense e per i giuristi partenopei.

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La dott.ssa Maria Rosaria Cultrera, Presidente Vicario della Corte di Appello di Napoli, anche in sostituzione del Presidente della Corte di Appello dott. De Carolis di Prossedi, ha ringraziato il Consiglio dell’Ordine per aver organizzato il corso di formazione sulla tutela dei diritti fondamentali della persona, argomento importantissimo non solo dal punto di vista etico, morale e giuridico, ma anche di strettissima attualità.
Nonostante gli impegni per le operazioni di elezione del nuovo Consiglio Giudiziario, la dott.ssa Cultrera ha voluto portare il suo contributo come giudice attento al valore della dignità umana, soprattutto in un momento come questo in cui assistiamo ad un esodo “biblico”; tema, peraltro, affrontato proprio con la Commissione Diritti Umani lo scorso 22 marzo con la tavola rotonda “Donne e bambini coinvolti in un esodo: una sfida per il futuro”.
Il centro dell’attenzione deve essere rivolto a quelle persone che stanno vivendo il tremendo momento dell’esodo dai propri paesi di origine, persone cadute nel buco nero della violenza, della fame, della persecuzione, fuggono dal presente in cerca di una speranza che dovremmo tutti sforzarci di dare loro.
Il tema della dignità umana tocca come persona, sensibile al dolore e sofferenza dei soggetti più deboli, sopratutto per le condizioni disumane in cui si trovano le persone coinvolte nell’esodo.
Come giudice ha tenuto a ribadire che, nonostante la scarsezza dei mezzi a disposizione della magistratura, l’Italia ha accolto tante vite umane, prendendo le distanze da certi atteggiamenti di chiusura degli altri paesi europei.
Ha sottolineato ancora una volta come la dignità umana spetti a qualunque individuo, indipendentemente dalla cittadinanza o nazionalità.
Il giudice si deve rendere conto che l’ordinamento nazionale va letto e reso concreto seguendo necessariamente l’ordinamento sovranazionale, in cui confluiscono i precetti ed i valori costituzionali appartenenti alla nostra cultura giuridica, ma che si rinvengono anche in trattati internazionali, nella Carta di Nizza, nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e, soprattutto, nella giurisprudenza della Corte Europea dei diritti dell’uomo che spesso ha anche bacchettato e condannato l’Italia proprio in relazione all’esercizio della giurisdizione che, a volte, non ha tenuto in debito conto i diritti fondamentali della persona consacrati nella CEDU, precetti vincolanti e di rango superiore a cui dobbiamo adeguare la nostra legislazione e giurisprudenza.
La dott.saa Cultrera ha terminato il suo intervento con l’invocazione del valore del “diritto vivente”, nel significato doveroso di adeguamento della nostra legge alla luce della giurisdizione espressa dalle giurisdizioni superiori : Corte Costituzionale e Corte Europea dei diritti dell’uomo.
Il primo principio da rispettare è che la dignità appartiene all’uomo in quanto essere umano, senza alcuna distinzione di nazionalità; anche il peggior criminale è portatore di un diritto al riconoscimento della sua dignità che va comunque garantita e tutelata.
Ha inoltre precisato che ciò che distingue uno stato civile e democratico è proprio l’esercizio della professione forense: l’Avvocato è un presidio di difesa e legalità, dato acquisito nella nostra cultura.
Sia nel privato che nell’esercizio delle rispettive funzioni – concorrenti ma non antagoniste – Avvocati e Magistrati, come operatori di Giustizia, devono tener conto di quei principi e valori sovranazionali.

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Il dott. Luigi Riello, Procuratore Generale della Repubblica presso la Corte di Appello di Napoli, nel ringraziare per l’invito, ha rivolto un pensiero al grande avvocato Flavio Zanchini, avvocato insigne e galantuomo che fino all’ultimo minuto della sua vita si è speso per Castel Capuano, per l’Avvocatura e per la Biblioteca e a cui tutti dobbiamo tantissimo.
Nell’evidenziare l’importanza dell’incontro, anche per l’autorevolezza dei partecipanti alla discussione, tra cui l’eccellenza partenopea dott. Guido Raimondi Presidente della Corte, di cui siamo tutti fieri, ha ringraziato la Commissione D.U. del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli per aver organizzato questo importante momento di incontro.
Il Procuratore si è detto molto colpito dal titolo della sessione “la dimensione sociale e giuridica della dignità umana” e dal suo sottotitolo “la dignità come valore supremo e fonte di tutti i diritti”, non sfugge a nessuno, infatti, che viviamo in un’epoca di grandi emergenze: economica, immigrazione, terrorismo che purtroppo bussa alla nostra porta e semina terrore. In questo delicato momento storico si avverte con maggior impellenza la necessità di delimitare con nettezza, pur in un momento di emergenze, e di delineare i limiti invalicabili, punti irrinunziabili che devono guidare l’attività dei governanti, del legislatore, dei giudici, perché la dignità della persona umana, al centro della nostra attenzione, non può non costituire il valore supremo, soprattutto quando gli eventi esterni – sui quali non manca di soffiare i venti del populismo e della demagogia – sembrerebbero incitarci ad andare in una direzione opposta.
Ha ribadito che i diritti e la dignità di ogni individuo vanno riconosciuti sia che si tratti di malati inermi, di pacifici manifestanti, di giornalisti, evitando di dare credito alla paura indotta dal terrorismo che ci porta ad andare fuori strada, mentre dovremmo essere consapevoli che i terroristi, contro i quali dobbiamo senz’altro combattere, non arrivano sui barconi dei disperati in fuga.
Dobbiamo rispettare la persona umana anche quando abbiamo di fronte criminali pericolosi, perché lo Stato democratico è tanto più forte quanto più riesce ad essere rigoroso, perché non è una rinuncia alla severità che dobbiamo invocare, ma non deve essere posto in discussione il rispetto della persona umana, né dobbiamo dimenticare i principi del nostro ordinamento giuridico.
Ha evidenziato che, in alcune recenti pronunce della Corte EDU, si può constatare la tensione tra le legittime esigenze di tutela e di sicurezza di una società democratica e quelle relative al rispetto della persona umana .
La tematica del fine vita, ad esempio, nella sentenza Lambert ed altri c/ Francia o Pretty c/ Regno Unito, ma anche noi italiani abbiamo vissuto il dramma di Eluana Englaro accompagnato dal “dramma” di una Magistratura che, facendo il suo dovere con la sentenza della Corte di Cassazione, I^ Sezione Penale, ha affrontato questo tema nella sostanziale inerzia del legislatore.
Infatti, ha stigmatizzato il Procuratore, dopo la legge 141/2001 non vennero varati i decreti attuativi, eppure mentre la magistratura si accingeva con grandi patemi ad affrontare questi temi, si parlò dell’emissione di un decreto legge che avrebbe dovuto sanare una pretesa “invasione di campo”.
Nel ricordare altre pronunce (la nota pronuncia Abu Omar nel 23/2/2016, la condanna della Grecia per le condizioni vergognose di detenzione di un cittadino irakeno alla stazione di frontiera del novembre 2015, la tutela incondizionata della libertà di espressione e la condanna recente della Francia per la condanna di un avvocato, la condanna della Polonia per le perquisizioni personali e della Svizzera per il negazionismo dell’olocausto), pur nella loro eterogeneità, si dimostra come forse nessun paese può considerarsi immune da censure che riguardano la dignità umana.
Il Procuratore ha concluso con l’esortazione rivolta a tutti a sentirci incitati a guardare a cosa accade al di là di mura e di muri, sia che si tratti del carcere o dell’ospedale che sorge a poca distanza da noi, così come delle barriere che di frequente vengono innalzate per cercare, inutilmente, di chiudere delle frontiere che sono state aperte, prima che dagli uomini, dalla Storia.

Il dott. Alfonso D’Avino, Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Napoli, anche in rappresentanza del Procuratore presso il Tribunale di Napoli dott. Colangelo di cui ha portato i vivi saluti, ha ringraziato il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati per aver organizzato attraverso la Commissione D.U. questo corso in una sede così prestigiosa come la biblioteca De Marsico, un vero tempio della cultura, associandosi alle parole di chi lo ha preceduto nel ricordo dell’Avv. Flavio Zanchini.
Ha osservato che i diritti fondamentali della persona sono oggi più che mai scossi nel mondo, dal problema dei migranti, a quello degli ammalati, oltre al problema del terrorismo di matrice islamica, ragion per cui, quando si parla di dignità umana, non bisogna guardare a ciò che accade soltanto nell’occidente, ma a tutte le stragi che si commettono nel mondo, in zone dove ci sono meno interessi a far emergere queste drammatiche realtà.
In questo risiede il valore di questo corso, nel far convergere la presenza e l’interesse di magistrati ed avvocati che, ciascuno nella propria competenza, devono fornire l’apporto necessario per lo sviluppo della cultura dei diritti fondamentali.
Con l’auspicio del recupero sempre più forte della cultura della legalità e rispetto dei diritti della persona, ha concluso il suo intervento.

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Il dott. Dario Raffone, Presidente della V^ Sez. Civ. del Tribunale di Napoli, in sostituzione del Presidente del Tribunale di Napoli dott. Ettore Ferrara del quale ha portato i ringraziamenti sentiti, si è complimentato con il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli che, anche attraverso le attività della Commissione Diritti Umani, si sta caratterizzando per una notevole vivacità culturale e formativa.
Non è mancata una parola di sentito ricordo per l’Avv. Flavio Zanchini cui il dott. Raffone si è detto molto legato da ricordi professionali ed umani, esprimendo compiacimento e rammarico al contempo, per l’esperienza umana irripetibile e straordinaria che riecheggia alla memoria soprattutto in questa biblioteca mantenuta in vita grazie al suo impegno.
Ha raccontato della sue esperienza di giovane studente e del suo incontro con il prof. Benedetto Conforti che era non solo sempre disponibile, ma addirittura dormiva presso gli uffici dell’Università, ricordando il suo carisma straordinario e la sua affabilità.
Alla sua domanda su a cosa servisse il diritto internazionale, essendo un diritto sfornito di sanzione, il prof. Conforti rispose che non serve a granché però in qualche modo impegna, in qualche modo introduce criteri di ragionevolezza, costringe a confrontarsi.
L’esperienza del diritto internazionale nasce così, gli Stati sottoscrivono questi trattati e poi dopo si trovano coinvolti nel rispetto degli impegni presi ,su cui i giudici costruiscono il diritto vivente.
Non sono mancate critiche all’incapacità di reale adeguamento del nostro ordinamento interno alle pronunce sovranazionali, come ad esempio accaduto con riferimento alla sentenza sullo spazio vitale dei detenuti a cui si è risposto, con una “furbata all’italiana”, aprendo le porte delle celle per aumentare lo spazio pro capite, osservando come la dignità sia un concetto che noi riteniamo condiviso, ma che in realtà faticosamente viene messo in pratica.
Se nel paese cresce un sentimento ostile per la paura, il diritto cede il passo all’irrazionalità che va combattuta dal punto di vista della crescita culturale della società.
Infatti, nel percorso di riconoscimento della dignità umana la Corte Costituzionale e la Corte di Strasburgo fanno la loro parte, ma poi la sovranità popolare deve riuscire a mostrarsi coerente con i valori espressi, sentendoli parte del diritto vivente, altrimenti dovremmo assumerci la responsabilità di questi “blocchi” della democrazia vera.
Come correttamente osservato, il diritto di per sé non si fa strada da solo e non viene spontaneamente rispettato, se non accompagnato dalla convinzione della coscienza, dal riconoscimento culturale dei valori da difendere.
Il dire formalmente che dobbiamo assicurare ai migranti il rispetto della loro dignità, non basta, occorre procurare le risorse affinché quest’affermazione di principio trovi pratica realizzazione.
I diritti hanno un costo che deve essere consapevole, altrimenti rischiano di restare un magistero sospeso.
Con il richiamo alla responsabilità dei giudici e degli operatori giuridici e a ciascuno nella propria individualità per la piena attuazione di tale percorso culturale, ha concluso il suo brillante intervento.

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L’avv. prof. Franco Tortorano, Presidente dell’Unione degli Ordini regionali della Campania e Presidente del Consiglio Distrettuale di Disciplina, si è congratulato con la Commissione Diritti Umani del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli per l’organizzazione del corso di formazione, ricordando che i diritti umani come individuati al livello sovranazionale sono sempre stati rispettati anche nei giudizi disciplinari e complimentandosi per l’importante opera di sensibilizzazione al rispetto dei diritti fondamentali della persona ha salutato i partecipanti alla sessione.

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L’avv. Maurizio Bianco, Consigliere Segretario dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, nel portare i saluti del Presidente dell’Ordine avv. Armando Rossi, impossibilitato a presenziare per ragioni istituzionali, e dei Consiglieri presenti in sala, si è detto molto emozionato, lasciando spazio alla tristezza ed alla gioia per il ricordo così vivo del compianto avv. Flavio Zanchini, soprattutto in questa Biblioteca, dicendosi felice di vedere il figlio Luca moderare questo evento.

Ha speso parole di ringraziamento per il Consiglio dell’Ordine per la spinta che anche grazie alla Commissione Diritti Umani sta portando finalmente l’Avvocatura al di fuori delle aule dei Tribunali.

Il tema ed i partecipanti alla prima sessione del corso di formazione realizzano un luogo di confronto tra giuristi senza barriere, senza sotto distinzioni.
Ha sottolineato l’importanza del confronto tra giuristi sui principi sommi contenuti nella nostra Costituzione, in particolare, sul principio di ragionevolezza e di eguaglianza, indispensabili soprattutto nell’affrontare la realtà dei soggetti più deboli ed in difficoltà.
Augurando che il confronto accompagni il percorso verso il riconoscimento dell’altro e la sua comprensione umana e giuridica, ha concluso il suo intervento.

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L’avv. Francesco Caia, Presidente della Commissione Diritti Umani del C.N.F., ha iniziato il suo intervento evidenziando che, nonostante la tristezza della sua perdita, l’esperienza umana e professionale del compianto avv. Flavio Zanchini continua, come testimonia la scelta del luogo e la presenza del figlio come moderatore e come dimostrato dal fatto che l’Ordine di Napoli abbia raccolto in pieno il suo messaggio e la sua testimonianza, portando avanti i progetti a cui teneva nel luogo che tanto amava, coltivando la sua memoria e continuando l’impegno per la Biblioteca A. De Marsico.
Si è complimentato con gli illustri relatori ed in particolare ha ringraziato il giudice Raimondi, gloria partenopea, ha ringraziato l’Ordine di Napoli e la Commissione Diritti Umani per aver organizzato un corso di formazione di questa levatura che richiede impegno e forte motivazione, e rientra nell’applicazione della raccomandazione del Consiglio d’Europa del 2004 che impegnava i giuristi alla formazione e diffusione della conoscenza sui diritti umani, bagaglio indispensabile per i giuristi, ma soprattutto per gli Avvocati.
Strumento fondamentale di tutela, visto che le pronunce della Corte di Strasburgo riguardano la nostra comunità, come ad esempio nel caso delle unioni civili.
Pregio di questo corso, oltre all’aspetto formativo, è la costituzione di una rete tra professionisti ed operatori sul campo che si prefigge l’obiettivo di dare il via anche ad azioni positive, perché è importante mettere in atto azioni positive e concrete, soprattutto per lo stato del nostro Mediterraneo, non soltanto per risolvere problemi ma per offrire un aiuto concreto.
Ha informato delle imminenti iniziative della Commissione D.U. del CNF che prevedono dal 28 al 30 aprile la presenza dell’avv. Caia ad Instanbul per parlare proprio in quel paese del rispetto dei diritti fondamentali della persona e sul restringimento del diritto di difesa, altro diritto fondamentale.
Altra iniziativa sarà presa a breve a tutela dell’attività difensiva dall’organismo che racchiude gli Ordini francesi e spagnoli.
Non è mancata la viva esortazione agli Avvocati, nel rispetto della elevata funzione sociale, ad essere capaci di indicare gli scenari del prossimo futuro, mettendo in campo una forte progettualità, lasciando da parte la logica dell’emergenza, affinché l’Europa possa essere vero motore a tutela dei diritti fondamentali.
Gli Avvocati devono assolutamente uscire dal Tribunale, entrare nella società civile, far sentire la propria voce, per rispettare la missione fondamentale di incidere sui temi sociali.
Si deve intervenire sui temi e anche contribuire con azioni positive e concrete, anche con posizioni critiche forti, bisogna essere esemplari per la tutela dei diritti fondamentali, protagonisti positivi della nostra comunità nazionale ed internazionale.
Con l’accorato invito ad accettare questa sfida, con la giusta e concreta progettualità, si è conluso il suo intervento.FOTO 8

L’avv. Veneranda Nazzaro, Coordinatrice della Commissione Diritti Umani del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, ha introdotto la sessione spiegando le ragioni del corso di formazione che si caratterizzano per l’acquisizione di nuove conoscenze e saperi scientifici, tecnici e culturali utili al perfezionamento delle competenze professionali in materie giuridiche e interdisciplinari, in ossequio al regolamento per la formazione forense del 2014.
La commissione diritti umani svolge il compito formativo attraverso due percorsi, entrambi diretti a promuovere il carattere fondamentale dei diritti umani: quello della formazione giuridica sulla materia, attraverso questo tipo di attività di taglio prevalentemente teorico, ed anche attraverso azioni concrete in supporto ad associazioni, enti e comunità operanti nel settori del disagio umano e sociale.
Altra ragione va rinvenuta nella necessità della formazione dell’avvocatura sui diritti umani, da anni indicata come necessaria dalla rappresentanza europea dell’avvocatura e dal Parlamento Europeo. Il Parlamento Europeo nella Risoluzione del 23 marzo 2006 intitolata sulle professioni legali e l’interesse generale nel funzionamento dei sistemi giuridici ha affermato che la protezione adeguata dei diritti umani e delle libertà fondamentali cui ha diritto ogni persona, nel campo economico, sociale, culturale, civile e politico, richiede che ogni persona abbia effettivo accesso ai servizi legali forniti da una professione legale indipendente.
Gli stessi principi venivano ribaditi nel 2008 nella Carta dei principi fondamentali dell’avvocato europeo e codice deontologico degli avvocati europei e nel 2010 in occasione della Conferenza europea organizzata dal Consiglio Nazionale Forense e dalla Scuola Superiore dell’Avvocatura sul tema i diritti umani e fondamentali nella formazione dell’avvocato europeo che si concludeva con la dichiarazione finale contenente la raccomandazione al CCBE, all’organo di rappresentanza degli ordini forensi d’Europa, di impegnare le avvocature europee all’inserimento in modo stabile nei programmi di formazione dell’Avvocato, per l’accesso e permanente, dello studio dei diritti umani e fondamentali. Quanto agli obiettivi del percorso formativo si rinvengono nella dimostrazione dell’interdipendenza dei diritti fondamentali della persona, perché questioni come diritto alla vita e difesa della vita umana; ambiente, tutela delle condizioni personali e sociali, tutela della vita privata e familiare, accesso alla giustizia non sono solo macro aree di vicende umane che evocano esperienze attuali come del passato rinviandoci a fatti di discriminazione, di abusi, di malattia, di emarginazione, di degrado, di disservizi ma sono tematiche giuridicamente rilevanti per violazione o, di converso, per attuazione di diritti fondamentali della persona, e connotate da una inscindibile unitarietà ed interdipendenza.
Non dimenticando che proprio la interdipendenza dei diritti fondamentali della persona, costituisce uno strumento professionale validissimo su cui mobilitare le spinose denunce di incertezza, contraddizione ed illegittimità di segmenti legislativi che ormai, per svariate ragioni politiche ed economiche, affliggono l’ordinamento giuridico interno.
Altro obiettivo è connesso alla graduale nuova configurazione della professione e del servizio giustizia in una sempre più inevitabile sua dimensione europea cui consegue la necessità di adeguare il passo e di essere pronti, nell’attività difensiva a rendere diritto vivente tutte le prescrizioni contenute non solo nella Carta costituzionale, ma anche in quelle internazionali; tecnicamente abili a sollecitare l’applicazione degli orientamenti provenienti in materia di diritti umani dalle Corti Costituzionali e sovranazionali, di rivolgerci direttamente, o indirettamente tramite sollecitazione ai Giudici interni competenti, anche alle Corti sovranazionali le quali stanno via via creando una giurisprudenza corposa sulla loro applicazione e tutela.
Inoltre, obiettivo che specifica questo percorso formativo è la centralità della RETE cui questo Corso dedica una sezione in ogni lezione.
La Rete è essenziale perché è lo strumento, oltre la formazione, con cui operare per rendere la categoria dei diritti umani un diritto vivente ed attraverso cui realizzare azioni concrete, peraltro prevista come obiettivo nel programma della Commissione diritti umani del CNF, al fine di elaborare progetti sui temi condivisibili.
Nel corso di formazione, la specifica sezione Rete per ogni evento, ha lo scopo di collegare la materia oggetto del Corso con l’esperienza delle altre commissioni di studio del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli, e, anche, di ospitare la testimonianza di operatori di settore in ambito non solo giuridico, ma anche sociale o culturale, con un profilo pratico degli interventi.
Altro obiettivo risiede nell’implementare l’expertise conoscitivo, pratico ed operativo, sui diritti fondamentali, fornendo strumenti tecnici attraverso cui aumentare il grado di professionalità in materia e difendere la funzione stessa della categoria.
Infine, nel descrivere la struttura delle sessioni in cui si articola il Corso, ha brevemente indicato le tematiche che saranno affrontate: il dritto alla vita e la difesa della vita umana (28 aprile), la tutela della proprietà tra CEDU ed ordinamento interno (24 maggio), ambiente e diritti umani (30 giugno), la tutela delle condizioni personali degli ammalati e diversamente abili (15 settembre), la tutela dei minori (6 ottobre), la tutela della vita privata e familiare (27 ottobre), la tutela delle condizioni sociali dello straniero (10 novembre), il diritto all’accesso alla giustizia (22 novembre) e l’incidenza del giudicato interno delle sentenze della Corte europea dei diritti dell’uomo che accertano violazioni attinenti al diritto penale sostanziale (15 dicembre).
Concludendo il suo intervento, ha sottolineato come la dignità della persona sia la protagonista di questa sessione e di tutte le altre che seguiranno, come filo conduttore che i diversi relatori delle sessioni dovranno tenere ben presente, verificando, nell’ambito delle varie tematiche che affronteranno, la coerenza dei contesti normativi e giurisprudenziali con la tutela della dignità della persona e con il suo necessario collegamento rispetto a tutti gli altri diritti fondamentali della persona .

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Il prof. Giuseppe Cataldi, Ordinario di Diritto internazionale presso l’Università degli Studi di Napoli L’Orientale, Direttore del Centro di Eccellenza Jean Monnet sulla Tutela dei diritti dei migranti nel Mediterraneo, Responsabile scientifico della Commissione diritti umani del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli ha aperto la discussione scientifica della sessione, ringraziando il Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli e la Commissione D.U. e ricordando in special modo l’impegno profuso dall’avv. Flavio Zanchini per l’istituzione della commissione e per la realizzazione dei suoi obiettivi formativi e di tipo pratico e sociale.
Ha inoltre ringraziato il collega ed amico prof. Lorenzo Chieffi e il dott. Guido Raimondi, proveniente come lo stesso prof. Cataldi dalla scuola dell’illustre maestro Conforti, che ha consentito che il diritto internazionale fosse inteso come diritto tout court e dunque considerato alla stessa stregua di altre branche del diritto ed applicato tra gli Stati attraverso un’evoluzione di cui si vedono gli effetti con la sentenza 238/2014 della Corte Costituzionale sull’indennità da danno civile subito dai deportati in Germania.
Ha precisato che le ragioni di un corso sui diritti umani rivolto agli Avvocati sono da un lato da rinvenire nel difficile equilibrio tra tutele dei diritti individuali ed esigenze di sicurezza pubblica, assicurato allorquando i giuristi ed i poteri dello Stato possono compiutamente fare il loro lavoro. Dinanzi ad una sfida che le emergenze internazionali pongono, in un paese democratico la sintesi delle diverse voci fa sì che si trovi il punto di equilibrio.
Il ruolo dell’Avvocatura è importantissimo in questo senso, perché dà voce ai diritti umani soprattutto nelle aule di Giustizia. Il risvolto della formazione non è da intendersi solo come momento alto dal punto di vista culturale, ma anche come occasione professionale importantissima nell’utilizzazione degli strumenti giuridici internazionali; se fosse conosciuto di più il diritto internazionale potrebbero vincersi molte cause portando alcuni dati giurisprudenziali sovranazionali o la normativa sovranazionale a suffragio delle proprie tesi.
Il tema odierno è incentrato sulla dignità che è alla base di tutti i diritti fondamentali, ma va tenuto presente che la dignità umana risente di un approccio occidentale incentrato sull’uomo, mentre in altre culture la dignità è valutata di per sé senza l’aggettivo umana,valendo per tutti gli esseri viventi.
Noi accogliamo il concetto di dignità in un’ottica kantiana, come rispetto della persona altrui, ma anche della propria, concetto che è stato rivoluzionario e figlio della cultura moderna, dove dignità sta ad indicare anche ribellione e difesa ed auto difesa della propria dignità.
Da qui discende il principio di autodeterminazione dei popoli riconosciuto nel diritto internazionale, il problema della mercificazione del corpo o della difesa della sua integrità ed anche la presunzione di fare del corpo e della persona una sorta di oggetto.
Gli attentati alla dignità umana emergono anche dall’utilizzo comune di alcune accezioni negative, ha evidenziato il prof. Cataldi, invitando all’attenzione o ad astenersi dal loro utilizzo, in quanto portano a definire l’uomo come oggetto: quando si parla di napoletani se i ladri hanno tale origine, quando si parla di clandestini o si individuano i detenuti con il numero o si usa la parola handicappato, il rischio è quello di far sentire l’essere umano un oggetto, smarrendo il valore della sua individualità.
Le parole sono pietre, oggettivizzare la persona, ridurla ad oggetto, già costituisce un vulnus alla dignità, senza pensare a quanto accaduto nel passato dalla stella di david al numero tatuato nei campi di concentramento, o al berretto verde dei falliti.
Ci sono tanti casi in cui la dignità viene in rilievo e saranno trattati nelle varie sessioni del corso.
Casi importanti si sono avuti con la vicenda Englaro in cui la dignità è collegata al diritto alla vita ma anche alla coscienza e, dunque, al diritto a scollegare la vita quando la coscienza o l’esperienza non c’è più.
La Cassazione in quel caso ha fatto applicazione della Convenzione di Oviedo sulla bioetica che parla di dignità umana in maniera particolare e merita un cenno di attenzione dal momento che tale convenzione è stata ratificata dall’Italia, ma la ratifica non è stata mai consegnata al Consiglio d’Europa.
La dignità nasce nei testi giuridici internazionali soprattutto con la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo dopo la seconda guerra mondiale, è evidente che va considerata come una risposta a quella situazione di completo annientamento della dignità umana che è stata la seconda guerra mondiale.
Una risposta forte, tanto che proprio nel preambolo si parla di dignità umana, ripetendolo in altri articoli.
Viene quindi messo in atto un processo di codificazione importante sulla dignità che segna, a differenza del passato, la consapevolezza sul suo valore. La dignità continua ad essere calpestata, però oggi vi è consapevolezza sia del valore in sé della dignità umana, sia dell’antigiuridicità delle condotte lesive poste in essere.
La Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea è il testo più compiuto sulla dignità dal punto di vista del diritto internazionale perché semplicemente nel capitolo I che si intitola “dignità” contiene il nocciolo duro di quello che definiamo dignità, il diritto alla vita, l’integrità delle persone, il divieto di pene o trattamenti inumani e degradanti, proibizione della schiavitù e del lavoro forzato.
Il concetto fondamentale è che la dignità umana non è bilanciabile, è noto che esiste un’esigenza di bilanciamento tra interessi e diritti contrapposti, mentre la dignità umana non è mai bilanciabile e questo è evidente in molti casi concreti.
In una sentenza molto nota avente ad oggetto il “lancio del nano”, una pratica di gioco utilizzata negli anni 80′ in Francia per cui una persona affetta da nanismo si faceva lanciare in aria, e si gareggiava a chi lo lanciasse più lontano.
Questa pratica fu vietata e la decisione fu confermata dal Consiglio di Stato perché contraria al principio della dignità umana. La cosa interessante, ha evidenziato il prof. Cataldi, è che a ricorrere contro questa decisione fu proprio un nano che si ribellò sia deducendo che aveva finalmente trovato un lavoro ed essendo consenziente contestava che tale pratica dovesse essere vietata.
Inoltre, fece appello al rispetto dei diritti umani facendo valere il principio di non discriminazione, siccome il divieto non era generico, bensì limitato alle persone affette da nanismo, per cui si sarebbe potuto realizzare il lancio di persona non affetta da nanismo da cui “l’ingiusta discriminazione”.
Il ricorrente portò il caso davanti al Comitato dei Diritti Umani, cioè dinanzi all’Organo previsto dal Patto dei diritti civili e politici delle Nazioni Unite, che dovette affrontare da un lato la violazione della dignità umana, dall’altro la condizione della persona affetta da nanismo che aveva perso il lavoro e si sentiva discriminato rispetto alle altre persone.
Innanzitutto il Comitato confermò che il principio di non discriminazione non significava non poter applicare principi diversi a fattispecie diverse, ed inoltre ribadì che il principio della dignità umana è non bilanciabile con nessun altro principio: quando si viola la dignità umana non bisogna nemmeno più guardare alla persona singola nel caso concreto, ma si deve pensare all’umanità, l’attacco che si realizza è da considerare un vulnus all’intera umanità, respingendo la relativa domanda.
Un’altra sentenza singolare ed interessante è quella della Corte di Giustizia dell’Unione europea del 2004 nel caso “Omega”, avente ad oggetto un gioco di simulazione di omicidi attraverso armi a raggi infrarossi (al buio si faceva una gara e ci si sparava) vietato in Germania, in quanto reputato lesivo della dignità umana perché la persona, sia pure con atti fittizzi e simulati, veniva comunque colpita e non rispettata in quanto tale. La Corte di Giustizia confermò il divieto, facendo leva sulla violazione della dignità.
Una sentenza sui migranti ha ritenuto il reato di clandestinità incompatibile con la cd. Direttiva rimpatri dell’Unione Europea, proprio in quanto lesiva della dignità umana.
Altro caso è quello “Torreggiani” per lo spazio vitale dei detenuti.
Il prof. Cataldi, dopo un’attenta disamina delle decisioni più rilevanti in materia, si è soffermato sul caso Regeni, triste vicenda umana in cui è palese la violazione della dignità umana, poiché questo povero ragazzo è stato torturato e sfigurato al punto tale che la madre ha potuto riconoscerlo solo dalla punta del naso.
Sul caso è stata aperta un’indagine della procura di Roma che il prof. Cataldi teme non possa avvenire per il reato di tortura, atteso che siffatto reato non esiste nell’ordinamento italiano che non contempla il reato di tortura e tanto in violazione anche della Convenzione di New York sulla tortura, che prevede che vi debba essere tale previsione negli ordinamenti interni.
Tale dato è piuttosto inquitetante e preoccupante perché è proprio la tortura che si sta imputando alle autorità egiziane, allora sarebbe giusto, ad avviso del prof. Cataldi, farsi un’esame di coscienza, visto che siamo stati condannati nel caso “Abu Omar” dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, proprio perché abbiamo aiutato l’Egitto a compiere atti di tortura nei confronti di questo Imam che è stato rapito in Italia con il consenso delle autorità italiane e poi deportato in Egitto.
Anche se sul fatto è poi calato il segreto di Stato, noi abbiamo partecipato a queste torture, rispondendo alla superficiale osservazione che l’Italia non commette torture, va contrapposta la considerazione che l’Italia ha comunque consentito che tali torture venissero compiute.
Quando nel 2006 allo Stato italiano fu contestata dalle Nazioni Unite la circostanza di non aver previsto il reato di tortura, l’Italia rispose che la tortura “non è nel nostro abito mentale”, culturalmente non concepita nel nostro paese.
Il prof. Cataldi al riguardo ha evidenziato che siffatta risposta è abbastanza discutibile, proprio per la sussistenza di casi di condanna per questo motivo provenienti dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, ma poi non può tacersi che l’istituzione del reato specifico avrebbe consentito l’attivazione di indagini su atti di tortura a carico di cittadini italiani all’estero.
Ha esortato, inoltre, a non considerare la dignità come una sorta di “premio per i buoni” da togliere ai “cattivi” o presunti tali, ma a rispettarla in quanto tale come elemento essenziale e connesso all’essere umano di per sé.
E nella scelta delle teorie sulla dignità, l’ottica che abbiamo sposato nella realizzazione del corso di formazione, ovvero quella comune a tutti noi giuristi, non è quella del terrore della rivoluzione francese durante la quale Sait Just riteneva “Nessuna libertà per i nemici della libertà”, bensì quella di Kant secondo cui una violazione della dignità umana commessa in qualunque parte del mondo si sarebbe riverberata altrove andando a colpire l’intera umanità.
Con la citazione di Primo Levi “Considerate se questo è un uomo che lavora nel fango, che non conosce pace, che lotta per mezzo pane, che muore per un sì e per un no” si è concluso il suo intervento, accompagnato dall’esortazione alla ricca Europa a riflettere attentamente su queste parole specie per quanto accade alle tante persone che fuggono dai loro paesi in guerra.

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Il prof. Lorenzo Chieffi, Ordinario di Diritto pubblico generale alla Seconda Università degli studi di Napoli e Vice Direttore del Centro Interuniversitario di Ricerca Bioetica, nel ringraziare per l’ottimo incontro gli organizzatori del corso di formazione ed i partecipanti, ha osservato come il tema della dignità nella giurisprudenza costituzionale sia molto esteso e si accompagni a tutti i diritti e libertà.
Nel suo intervento ha preferito offrire un’analisi di tipo metodologico ed interpretativo, proprio perché il principio della dignità è assolutamente ambiguo e pericoloso, potendo consentire tutto ed il suo contrario, se interpretato isolatamente.
Tanto vale in particolare quando il concetto della dignità viene applicato al biodiritto ed alle questioni eticamente sensibili.
Ad esempio nel caso di Eluana Englaro la dignità può essere interpretata in modi contrastanti, da un lato ritenendo degno che si collabori perché la vita continui e dall’altro perché venga interrotta allorquando non è più connotata dalla qualità della vita che la persona percepisce.
Analogo contrasto si realizza sugli embrioni – materia nella quale esiste un dissidio tra Corte Costituzionale e Corte Europea – da un lato si può ritenere degno utilizzare l’embrione per la sperimentazione, come strumento per salvare vite umane attraverso le cellule staminali e, quindi, facendo proseguire altre vite che diversamente non potrebbero farlo senza questo supporto, oppure si deve ritenere degno che l’embrione anche se selezionato debba essere obbligatoriamente crioconservato e non utilizzato, come ritiene la Corte Costituzionale con sentenza n. 229/2015.
Dal raffronto con questi casi giurisprudenziali viene in luce quanto la nozione di dignità si presti a svariate interpretazioni, in cui incidono molto l’etica, la religione, il modo di pensare di una persona.
L’esercizio che il prof. Chieffi ha raccomandato è quello di partire dagli insegnamenti di Max Weber, ovvero dare rilievo alla storicizzazione di un principio, per scoprire quale è l’origine e le motivazioni che spinsero il nostro Costituente, nel dibattito del 1946-1947, ad introdurre questo principio di della dignità in alcune disposizioni costituzionali.
Una volta storicizzato, bisogna chiedersi come si relativizza per attagliarsi al caso concreto, quindi vanno osservate le interpretazioni che questo principio assume anche grazie all’intervento della giurisprudenza della Corte EDU.
La dottrina sulla dignità negli ultimi anni è stata alluvionale, i costituzionalisti si sono occupati di questo tema nei suoi svariati aspetti, ma dall’analisi emergono espressioni secondo cui la dignità può definire una cosa e quella opposta, ecco perché si è giunti anche a definire la dignità come un concetto ambiguo la cui natura e i cui destinatari mutano a seconda dei contesti variabili e difficilmente prevedibili o controllabili.
Va dunque individuata l’origine storica che indusse il Costituente ad introdurre il concetto in molti articoli (artt. 30, 32, 46, 41) non solo in Italia (troviamo il riferimento nella Costituzione tedesca all’art.1 e all’art. 10 di quella spagnola) e non solo nelle carte costituzionali, visto il riferimento alla dignità nella Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nella Convenzione di Oviedo, nella Carta dei diritti fondamentali di Nizza, nella Dichiarazione Unesco sulla bioetica e diritti umani del 2005, a riprova del tratto universale e cosmopolita di questa nozione.
L’attenzione dell’ordinamento sovranazionale è per così dire erede del patrimonio del costituzionalismo contemporaneo post bellico, il nostro Costituente sentì l’esigenza di inserire questa nozione non solo nel campo dei rapporti economico – sociali, a tutela del lavoratore e della sua famiglia contro i pericoli di sfruttamento da parte di un capitalismo incurante dei rapporti sociali e dei diritti dei lavoratori, ma anche nelle disposizioni che riguardano le autonomie e l’autodeterminazione dell’individuo, proprio per ribaltare una convinzione subalterna dell’uomo che ha caratterizzato tutta la legislazione fascista.
Il tentativo del Costituente è quello di ribaltare attraverso l’autonomia e la dignità della persona quelle doverosità che erano imperanti durante quel regime, le nozioni su cui fece leva non furono solo quelle di dignità, ma soprattutto di rispetto della persona umana.
Ad esempio, nell’art. 32 Cost. non si parla di dignità, concetto che poteva essere equivocato, ma si parla di rispetto della persona umana, proprio per dare maggior concretezza interpretativa al concetto e come reazione al degrado dei diritti umani che aveva ad esempio condotto il regime fascista ad inserire il 3°comma dell’art. 1 del c.c. che prevedeva limitazioni alla capacità giuridica derivanti dall’appartenenza a determinate razze attraverso l’adozione di misure speciali – comma che determinò tutta la legislazione razziale del 1938 – che poi per la vergogna fu cancellato nel 1944.
A questa vergogna dell’umanità si voleva contrapporre la tutela dei diritti fondamentali della persona umana e soprattutto la dignità umana.
In analoga considerazione, sempre il Costituente, memore dell’impiego delle pratiche sperimentali della sterilizzazione compiute a fini eugenetici e razziali da parte dei medici nazisti, pervenne nella prima versione dell’art. 32 della nostra Carta Costituzionale ad escludere qualunque pratica potesse essere giudicata lesiva della dignità umana.
Era opinione di Aldo Moro che fu l’autore di questo comma che lo Stato non avrebbe potuto considerarsi democratico se non avesse posto alla base delle sue fondamenta i valori della persona umana, se non avesse avuto tra i suoi obiettivi la dignità, la libertà e l’autonomia della persona umana.
Ma alla fine l’espressione “dignità” fu rimossa, perché si riteneva equivoca ed ambigua e fu proprio Giovanni Leone a spingere per tale rimozione e per la sostituzione del termine dignità con quello di rispetto della persona umana.
Il motivo, espresso da Gaetano Martino, era l’inopportunità di mettere nella nostra Costituzione la garanzia della dignità umana perché priva di cristallina chiarezza, mentre il rispetto della persona poteva trovare nella storia giuridica maggiore continuità.
La Corte Costituzionale nel tentare di definire la dignità umana, in molte sentenze, affronta il tema del trattamento sanitario lesivo della dignità qualificando tale ogni pratica in cui il corpo della persona umana venisse considerato avulso dalla persona e sottoposto ad un trattamento che, non essendo stato sufficientemente sperimentato, non desse la sicurezza di particolare affidamento.
Ed ancora, la Corte Costituzionale con la sentenza 161/1985 in tema di trasformazioni del sesso, afferma che occorre far coincidere il soma con la psiche, accogliendo il mutamento del sesso quando non è possibile sottoporsi ad interventi chirurgici.
Al termine di tale approfondita analisi storico giuridica il prof. Chieffi ha sottolineato come l’origine storica del concetto di dignità umana coincida con l’affermazione dell’autonomia della persona, potendo giungere a definire la dignità come rispetto dell’autonomia e dell’autodeterminazione della persona.
In tal modo si riesce a dare maggior certezza al concetto giuridico di dignità, attraverso questa interpretazione che si ricava da quel ribaltamento storico giuridico che il Costituente ha realizzato da doverosità di mantenersi in buona salute e doverosità di soggiacere a delle leggi che impediscono la propria autonomia sino al moderno riconoscimento dell’autonomia della persona umana.
La Corte Costituzionale ha tentato un’interpretazione autonoma della nozione, ma non ci è riuscita perché comunque tale nozione in qualche modo rientra sempre in altre disposizioni e nozioni della nostra Carta.
Ad esempio in una sentenza sulla violenza carnale, la Corte qualifica la violenza come violazione della libertà e dignità della persona, oltre a dar luogo a pregiudizi alla vita di relazione, pur se tali lesioni hanno autonomo rilievo, la violazione che viene posta in essere attiene sia all’aspetto morale di mortificazione ma anche all’autodeterminazione di una donna che subisce gravi limitazioni.
Tale tentativo di autonoma definizione si rinviene anche nella sentenza riguardante il prelievo ematico del reo che viene consentito perché ritenuto non incidente sulla dignità della persona, in quanto rientrante nella routine.
Oggi, peraltro, il dibattito sul prelievo ematico è stato accantonato, vista la moderna utilizzazione dell prelievo di saliva e di dna e, quindi, questa giurisprudenza che tentava di ricostruire per questa via il concetto di dignità è stata in parte superata.
Il prof. Chieffi ha analizzato il dibattito che verte intorno al quesito se la dignità costituisca un valore che vada in qualche modo a rafforzare altri principi della Carta Costituzionale.
Ad avviso di molti, la dignità non può essere individuata autonomamente, ma costituisce una premessa dei diritti fondamentali, quindi un suo rafforzamento, alla stregua di una sorta di super norma costituzionale: un valore che rafforza altri principi costituzionali.
La maggior parte dei commentatori che definisce la dignità come una precondizione valoriale di ogni diritto riconosciuto all’uomo è stata costretta a collegare il concetto a quello di libertà, in modo da pervenire nelle diverse situazioni concrete a conclusioni convergenti.
In una sentenza del Tribunale costituzionale spagnolo è stata definita come il germe o nucleo di alcuni diritti che vi sono inerenti, costituendone il prius logico ed ontologico per la specificazione e l’esistenza di altri diritti, per rafforzare quegli stessi beni personalistici come l’integrità psico – fisica, l’autodeterminazione, la riservatezza ed altri diritti richiamati nei testi costituzionali, consentendo di circoscrivere con maggior precisione l’esercizio della discrezionalità legislativa.
Il prof. Chieffi ha mostrato apprezzamento per la definizione di dignità offerta da Stefano Rodotà, quella di “motore esegetico” a fini rafforzativi di altri principi costituzionali, che consente di conferire dei significati che accrescano la portata dei diritti tradizionali, pur nel mutare delle condizioni.
L’intento è quello di assicurare attraverso questa metodologia il progressivo ampliamento delle condizioni di vantaggio in modo da farle entrare nel patrimonio assiologico del costituzionalismo occidentale, adeguandolo alle nuove trasformazioni che sono intervenute nella tecnologia e nella biofisica.
Ad esempio, nel campo della procreazione assistita dal 2009 con la sentenza 151 (cui è seguita la sentenza 162 del 2014, e poi la 55 e la 229 del 2015) c’è stato uno scardinamento della legge n. 40 del 2004.
Attraverso questa giurisprudenza, il Giudice delle leggi rimetteva alla discrezionalità del legislatore di introdurre ulteriori integrazioni, dopo la cancellazione di alcune parti della legge 40, per raggiungere un ragionevole punto di equilibrio tra i diversi beni costituzionali coinvolti, “nel rispetto della dignità della persona umana”, tra cui i diritti del nascituro e la responsabilità dei genitori.
Successivamente la giurisprudenza, anche influenzata dalla sentenza Parrillo della Corte EDU (che non ha risolto il problema della sperimentazione, stante il margine interpretativo di discrezionalità lasciato allo Stato, anche a causa della particolare specificità del caso), la Corte Costituzionale nel 2016 ha dichiarato inammissibile la questione legata alla proposta di cancellazione del divieto di sperimentazione dell’embrione, qualificato “vita degna di essere vissuta”, perché la Corte Costituzionale ha in qualche modo scaricato sul legislatore questo compito di regolamentazione.
E quindi, ha stigmatizzato il prof. Chieffi, si dovrebbe aprire un altro fronte di analisi sull’incapacità della politica e del legislatore di dare seguito agli stimoli provenienti sia dalla Corte Costituzionale che dalla Corte EDU, in modo da esercitare la propria discrezionalità rivolta però ad ampliare gli ambiti di tutela, come avvertiti all’interno della società.
Esiste, infatti, una discrasia tra interpretazioni possibili della dignità ed effettività di una legislazione che, nelle questioni eticamente sensibili nonostante queste forti spinte sovranazionali, tarda a prendere coscienza e quindi ad affermare i relativi diritti, costringendo in questo settore le persone ad andare all’estero per soddisfare le proprie aspirazioni.
Infine va analizzata questa spinta proveniente dalla Corte EDU, nel campo delle nuove tecnologie
Numerose sono le sentenze della nostra Corte Costituzionale che hanno tratto spunto dalla Corte EDU soprattutto nella definizione degli ambiti dei diritti fondamentali ed, in particolare, della dignità.
Nonostante la qualificazione di norma interposta della CEDU, è indiscutibile l’influenza esercitata dalla Corte di Strasburgo sul sindacato svolto dal nostro Giudice delle leggi, come è sempre più frequente nel “ritenuto in fatto” il riferimento alla giurisprudenza della Corte EDU, ma anche nel “considerato in diritto” – anche se non è detto espressamente – quelle ragioni di ragionevolezza su cui si fondano le decisioni sono tutte tratte dalla giurisprudenza della Corte EDU, ai fini di un ampliamento della tutela già predisposta dall’ordinamento interno.
Sia sull’inizio vita (embrione) e sull’accertamento delle origini genetiche, nella sentenza che riguarda stamina la Corte EDU ha dato delle indicazioni, in qualche modo ha inciso, rispetto all’incapacità talvolta della nostra Corte Costituzionale che, come ha osservato il prof. Chieffi, a volte decide di non decidere, per ragioni anche di convenienza politica che le impediscono di poter incidere ampiamente.
Quindi l’utilizzazione dell’art. 8 della CEDU si ritrova nella sentenza 221 del 2015 che riguarda ancora una volta le trasformazioni di sesso, in cui la Corte non si riferisce al diritto giurisprudenziale ma alla normativa CEDU e pur rigettando la questione della legittimità costituzionale, consente che questa trasformazione possa avvenire anche senza la chirurgia, consentendo ad una persona che non si identifica più nel proprio sesso di poter chiedere il cambiamento del suo stato civile.
Tale sentenza costituisce un’interpretazione evolutiva dell’art. 8 della CEDU.
Ultimo aspetto da considerare è come le Corti interne applichino i principi enucleati dalla Corte EDU e dalla stessa CEDU, anche la nostra Cassazione teorizza la disapplicazione delle norme interne in contrasto col la CEDU, ma il prof. stigmatizza “l’uso alternativo del diritto” legato a difetti procedurali, dal momento che i giudici di merito per consentire l’affermazione dei diritti dovrebbero, a suo avviso, impegnarsi nel sollevare questioni di legittimità costituzionale delle normative interne in contrasto con i diritti fondamentali piuttosto che ricorrere ad interpretazioni evolutive.

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Il dott. Guido Raimondi, Presidente della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel ringraziare per l’invito ricevuto la Commissione Diritti Umani e l’Ordine degli Avvocati di Napoli che gli ha consentito un gradito ritorno alle origini, si è unito alle parole di ricordo per l’avv. Flavio Zanchini, per il prof. Benedetto Conforti e per il prof. Luigi Ferrari Bravo.
Ha introdotto il suo intervento osservando che, in questo momento storico in cui vi è il rischio elevato di appannamento della memoria, il tema della sessione ci riconduce alle ragioni profonde del progetto europeo, anche se il concetto di dignità ha una valenza universale, essendo il riferimento alla dignità contenuto nella Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo e nella Carta delle Nazioni Unite e, dunque, non limitato all’Europa.
Il riferimento al progetto europeo è necessitato dall’analisi che il dott. Raimondi è chiamato a svolgere sul ruolo della dignità nella Corte EDU e la cui origine è da rinvenire nella volontà di scongiurare la guerra sul nostro continente attraverso l’affermazione dei diritti e quindi attraverso la CEDU e l’opera della Corte EDU chiamata ad interpretarla ed applicarla, ed attraverso il mercato con l’opera dell’Unione Europea, nata come Comunità Europea.
In ciò va ravvisato il nucleo del progetto europeo e la dignità si attaglia a tale progetto, perché la dimensione importantissima della dignità si deve proprio alla reazione prodotta dalla sua negazione durante la seconda guerra mondiale ed anche nel periodo tra le due guerre.
Negazione della dignità a cui purtroppo anche il nostro Paese aveva contribuito, come già evidenziato nel pregevoli interventi che lo hanno preceduto.
Al livello europeo il riferimento alla dignità si rinviene nella Costituzione tedesca, come effetto del senso di colpa per la responsabilità del popolo tedesco per la shoah, per l’olocausto.
Su questo terreno ideale e politico si comincia ad operare per la valorizzazione di questo concetto di dignità, definito bello, forte e potente.
Per la sua ricostruzione giuridica però non è un concetto agevole da definire e concettualizzare, come ben illustrato dal prof. Chieffi.
Del concetto si sono occupati i giuristi ed i costituzionalisti in particolare con una giurisprudenza alluvionale, ma c’è una forte tensione all’idea di affermare il concetto di dignità proprio dal punto di vista giuridico, per le notevoli difficoltà concrete di individuazione.
Occorre innanzitutto distinguere l’idea giuridica di dignità dalle elaborazioni teoriche del concetto ad opera della teologia o della filosofia, quindi la ricostruzione di un concetto giuridico di dignità non è operazione facile.
Come già detto il rischio risiede nell’ambiguità che ha condotto alcuni costituzionalisti, come Gustavo Zagrebelsky, addirittura a consigliare di mettere da parte questo concetto dal mondo giuridico, perché potrebbe dar luogo a pericolose devianze per la sua ambiguità.
Come esempio di questa difficoltà di ricostruzione del concetto si fa riferimento alla famosa sentenza del “lancio del nano”, ben illustrata dal prof. Cataldi, perché è difficile risolvere il quesito se la dignità sia figlia della libertà o viceversa.
Tali difficoltà possono in parte spiegare la parsimonia con cui la Corte EDU ha utilizzato questo concetto, pur riconoscendone l’enorme importanza e la natura della dignità come fonte di tutti i diritti e somma di tutti i diritti che spettano alla persona umana.
L’idea di dignità va certamente contestualizzata e attagliata all’ambito dell’ordinamento giuridico in cui si muove la persona, in ambito europeo, ad esempio, i diritti riconosciuti alla persona sono quelli indicati dalla CEDU.
Allora, ad avviso del dott. Raimondi, va superata l’idea di un riconoscimento sociale della dignità, ovvero l’idea antica di dignità collegata al riconoscimento della collettività. Nel passato, infatti, quando una persona assurgeva ad una carica, ad una posizione socialmente elevata, si usava dire che la persona aveva ottenuto la dignità, come segno del riconoscimento sociale della sua posizione.
Questa idea è stata superata, con l’importante passo di evoluzione culturale che abbiamo compiuto, la dignità è considerata coessenziale alla natura umana, quindi chiunque ha necessariamente la dignità, anche la persona che abbia commesso i delitti più gravi.
Ha osservato che se dal punto di vista socio culturale questo passaggio sia fondamentale, sul piano della definizione e ricostruzione giuridica non ha condotto a reali passi in avanti.
Dal punto di vista della Convenzione europea, e dunque relativamente ristretto – nel senso che la CEDU protegge essenzialmente non tutta la sfera dei diritti fondamentali, ma solamente quelli di natura civile e politica – può avere un senso la definizione kantiana della dignità che fa riferimento all’uso della persona come fine e non come mezzo; il che ci consente di definire che si realizza un attacco alla dignità umana ogniqualvolta la persona viene considerata come mezzo e non come fine.
Nonostante queste difficoltà ricostruttive la Corte EDU ha considerato la dignità umana un concetto di grandissima importanza.
Va osservato come si tratti di un principio implicito nella Convenzione, anche se tante volte considerato fondamentale dalla giurisprudenza in svariati campi, come emerge dallo studio delle sentenze sulle condizioni di detenzione dei prigionieri, sul diritto di asilo, sulla libertà di espressione o sulla questione gravissima dei malati che si trovano in fine di vita.
Per analizzare il tema del suo intervento sull’impiego del concetto di dignità vanno approfondite le due direttrici che sono riconoscibili nella giurisprudenza della Corte EDU, da una parte la tensione verso il tentativo di definire il concetto e precisare la nozione di dignità e dall’altra la conciliazione con gli altri principi protetti dalla convenzione.
Il modo con il quale la costituzione tedesca protegge la dignità è un modo assoluto, il che comporta però anche l’idea inevitabilmente ristretta del concetto di dignità perché se un diritto viene protetto in modo assoluto non è bilanciabile con altri diritti e dunque deve essere circoscritto adeguatamente.
Al contrario, nel contesto della CEDU, la dignità si collega con un diritto ma anche ad altri diritti, ad esempio si può citare il caso di conflitto tra il diritto alla libertà di espressione protetto dall’art. 10 CEDU e il diritto alla reputazione protetto dall’art. 8, entrambi i diritti danno luogo alla dignità, ma le due posizioni vanno comunque bilanciate perché si raggiunga il risultato voluto dalla convenzione.
Per la Corte EDU la dignità e la libertà dell’uomo insieme, sono l’essenza stessa della convenzione, come si evince in diverse sentenze tra cui la famosa sentenza sul caso Haas c/ Svizzera del 2011, in tema di fine vita.
La Corte a partire dagli anni 90 utilizza con una certa frequenza questa stessa formula nel caso Bouyid c/ Belgio nel 2015 in cui si considera trattamento degradante un ceffone dato in una stazione di polizia ad un minore maleducato.
La Corte ha trovato per la dignità umana diversi punti di raccordo alla Convenzione, attraverso la protezione contro trattamenti inumani e degradanti, affermando che l’inibizione a trattamenti inumani e degradanti sono inseparabili dal rispetto del principio di dignità umana.
Inoltre, nell’importante caso Ranstev c/ Cipro e Russia (avente ad oggetto la morte sospetta di una donna di nazionalità russa a Cipro), la sentenza del 2010 ha legato la dignità umana alle libertà fondamentali per considerare che ogni tipo di traffico di esseri umani rileva del divieto della schiavitù imposto dall’art. 4 della CEDU, osservando che sussiste l’obbligo di proteggere la vita umana ex art. 2 CEDU che implica ed esige per gli Stati la conduzione di indagini efficaci in casi di morti sospette e che sussiste la violazione dell’art.4 qualora gli Stati membri non adottino misure legislative adeguate e non collaborino al fine di reprimere il fenomeno della tratta degli esseri umani.
Questi riferimenti alla dignità sono stati poi rafforzati dopo l’adozione del Protocollo n. 13 alla Convenzione che ha vietato la pena di morte, in ogni circostanza anche in tempo di guerra, introducendo l’idea di dignità nel testo, come valore che inerisce a tutti gli esseri umani.
Il dott. Raimondi ha esaminato tre casi relativi al suicidio assistito (Pretty c/ Regno Unito, Haas c/ Svizzera e Lambert ed altri c/ Francia) in cui la Corte ha esteso la nozione di dignità a criteri di qualità della vita unendola alla protezione della vita privata assicurata dall’art. 8 della CEDU, per giungere alla considerazione che costituisce minaccia alla dignità umana sia il comportamento che conduce alla sua totale rimessa in discussione ma anche semplicemente quello che ne fa derivare una sua minorazione, potendo giustificare la qualifica di trattamento inumano o degradante, come tale vietato dall’art. 3 CEDU (Pretty c/Regno Unito).
Qui poi entra in gioco un argomento importante che è quello soggettivo, la Corte ritiene che la violazione dell’art. 3 possa derivare dall’analisi della sola psicologia, ovvero dal solo sentire della vittima che percepisce un trattamento come umiliante, anche se altri non dovessero ritenerlo tale (caso Bouyid c/Belgio).
Il sentimento di minaccia alla dignità umana può anche costituire solo un criterio della violazione dell’art. 3 CEDU che deve essere cumulato, affinché la violazione sia riconosciuta, con altre sofferenze fisiche o morali che facciano raggiungere la soglia prevista per la violazione.
Una logica simile a questa traspare anche da una sentenza importante della Corte, anche se al momento sub judice perché ne è stato disposto il rinvio alla Grande Camera, resa nel luglio 2015 nel caso V.M. ed altri c/Belgio (avente ad oggetto le condizioni di accoglienza di una famiglia di nazionalità serba, richiedenti asilo in Belgio che, essendo stati costretti ad abbandonare il territorio belga, sono stati privati dei mezzi di sussistenza e costretti a tornare nel loro paese di origine dove uno dei loro figli, che era gravemente handicappato, ha perso la vita proprio a causa di queste ristrettezza).
La Corte ha ritenuto che i ricorrenti sono stati vittime di un trattamento che mostrava mancanza di rispetto per la loro dignità e che tale situazione, senza dubbio, aveva suscitato dei sentimenti di paura, di angoscia o di inferiorità tali da indurli alla disperazione.
La scelta effettuata dalla Corte di utilizzare termini basati sulla psicologia dei ricorrenti sta a sottolineare la parte di soggettività che, per la giurisprudenza della Corte, è ineliminabile rispetto all’accertamento della violazione della dignità umana.
Più raramente la Corte si riferisce alla sola nozione di dignità allorquando si riferisce alla nozione di identità, come nel caso del genocidio armeno, in cui si tratta di proteggere la memoria del genocidio in quanto protezione della dignità dei discendenti delle vittime e di coloro che sono sfuggiti al genocidio, perché queste persone costruiscono la loro identità sulla base della memoria di quei tristi fatti (caso Perinçek c/ Svizzera del 15.10.2015 della Grande Camera).
Dall’analisi effettuata appare evidente la difficoltà di fissare frontiere chiare alla nozione di dignità, quale usata dalla Corte, che sembra essere implicitamente violata tutte le volte in cui si riconosce l’esistenza di un trattamento inumano o degradante, ma può essere anche ancorata anche alla nozione di identità della persona.
L’esame di tutti i casi affrontati, conduce il dott. Raimondi a considerare che l’attentato alla dignità umana si realizzi quando è raggiunta una certa soglia di disagio oppure quando questo disagio non è più giustificato.
Se la Corte ha potuto riconoscere che il trattamento di un malato o di una detenzione inevitabilmente comporta una parte di sofferenza fisica e morale, senza che lo Stato ne debba rispondere come conseguenza connaturata a tali eventi, occorre che la violenza fisica o qualunque sofferenza subisca un detenuto sia strettamente necessaria e sia provocata dalla condotta del detenuto, come si evince dall’esame del caso Abu Omar che riguarda l’Italia ed Embassy c/ex repubblica Jugoslava della Macedonia per extraordinary renditions, ovvero operazioni condotte dalla CIA negli anni successivi all’attentato terroristico del 2001.
La violazione della dignità è profondamente legata alle valutazioni del caso specifico, la Corte continua a dire che il semplice fatto di sottoporre una persona ad un trattamento limitativo della libertà non è per sé sufficiente per stabilire una violazione dell’art. 3 CEDU, occorre sempre perché le ingerenze siano giustificate che comunque le azioni limitative siano svolte in maniera appropriata al rispetto della dignità umana, come nel caso Lindström e Mässeli c/ Finlandia del 14.2.2014 di perquisizioni personali anche intrusive effettuate nei carceri di massima sicurezza.
Rimane alta la vigilanza della Corte sul rispetto della dignità umana nell’esecuzione delle operazioni intrusive che per essere giustificate devono essere necessarie, e occorre che venga comunque rispettata la dignità nell’esecuzione di siffatte pratiche.
La direttrice di analisi sui bilanciamenti ha visto la Corte affrontare il tema del bilanciamento tra vari principi protetti dalla Convenzione.
Nel caso più volte richiamato Pretty c/Regno Unito (avente ad oggetto una signora gravemente malata che voleva porre fine alla propria vita e non era in grado di farlo da sola per cui aveva chiesto l’aiuto del marito, il quale aveva a sua volta chiesto una specie di autorizzazione preventiva al pubblico ministero che gli aveva risposto di non poterla fornire perché non consentita dalla legge britannica) la Corte ha riconosciuto che la scelta della ricorrente di evitare una fine di vita indegna e dolorosa si collegava al rispetto della sua dignità ed al rispetto della sua vita privata protetta dall’art. 8 CEDU ed allo stesso tempo ha dovuto risolvere la questione del conflitto tra il diritto alla vita protetto dall’art. 2 CEDU e quello di un possibile trattamento inumano o degradante ex art. 3 CEDU.
Alla fine la Corte ha sottolineato il rifiuto del Regno Unito di impegnarsi a non perseguire il marito non si poteva considerare come un trattamento inumano o degradante, non avendo il Regno Unito posto in essere direttamente alcun trattamento inumano e non contenendo l’art. 3 alcun obbligo positivo dio impegnarsi a non perseguire il marito.
Inoltre, al fine di trovare un equilibrio tra libertà e rispetto della vita privata e possibile ingerenza dello Stato che è destinato a proteggere la dignità umana, la Corte ha fatto appello alla nozione di consenso che costituisce un limite tra diritto all’intimità e libero esercizio di pratiche sessuali particolarmente violente
La Corte ha cercato di sviluppare criteri tangibili e trasponibili da un caso all’altro per definire le ingerenze e gli attentati alla dignità umana, così ad esempio prende in considerazione la durata di una detenzione messa in bilanciamento con le condizioni di detenzione, su questo punto rilevante è la sentenza pilota Torreggiani che si è occupata del sovraffollamento carcerario in Italia.
Sulla questione specifica della rilevanza dei metri quadri la Corte dovrà ritornare a breve per affrontare l’oscillazione nella sua giurisprudenza in materia,infatti, in alcune sentenze si afferma che se si scende al di sotto dei 3 mq qualunque siano le condizioni di detenzione c’è comunque una violazione, mentre altre sentenze sono più sfumate ed altre più severe perché prendono in considerazione il limite dei 4 mq, consigliato dal Comitato Europeo per la prevenzione della tortura.
Queste questioni sono ora all’esame della Grande Camera che dovrà pronunciarsi nel caso Muršić c/ Croazia (avente ad oggetto un detenuto in condizioni di sovraffollamento e con condizioni igieniche inadeguate).
Nel caso di un detenuto che venga spogliato con la forza al fine di permettere una perquisizione, la Corte ha precisato che ciò è ammesso solo se sussiste una ragione imperiosa, evidenziando che una semplice necessità non sarebbe sufficiente a giustificare un simile attentato alla dignità umana.
Tutti gli esempi egregiamente illustrati dal dott. Raimondi evidenziano la difficoltà di estrapolare dalla giurisprudenza della Corte EDU criteri che abbiano una valenza generale, dovendo valutare il caso concreto al fine di appurare l’esistenza o meno di una violazione dei diritti fondamentali.
La personalità del ricorrente, inoltre, è un elemento che consente alla Corte di apprezzare la soglia oltre la quale ci si trova in presenza di una violazione della dignità umana, nel caso V.M. ed altri c/ Belgio ad esempio va valutata la vulnerabilità della vittima dell’ingerenza che viene denunciata.
Nel caso di soggetti vulnerabili, ed in particolare nel caso di bambini, il dovere dello Stato e delle Autorità è molto più intenso e la soglia di accettabilità dei comportamenti lesivi si pone ad un livello molto più basso.
Il dott. Raimondi ha ricordato che sulla questione della relatività esiste una sentenza non ancora definitiva, un caso italiano Khlaifia ed altri c/ Italia che riguarda l’accoglienza a Lampedusa, ma in un momento particolare, quello degli arrivi massicci che facevano immediato seguito alla “primavera araba”, in una situazione non facilmente gestibile dallo Stato italiano, e qui la Corte ha invocato la nozione di relatività per l’apprezzamento del minimo di gravità che comporta la violazione dell’art. 3 CEDU ed ha ribadito, quindi, che questa valutazione dipende dalla durata del trattamento ma anche dagli effetti psichici e anche dalle condizioni del genere, dall’età e dallo stato di salute della vittima.
Importante è sottolineare la prudenza della Corte nell’uso di questo concetto di dignità che viene invocato solo quando è assolutamente necessario per risolvere il caso di specie, vi sono casi famosi in cui la Corte ha dato soluzioni anche innovative, ma senza ricorrere al principio di dignità, come ad esempio nel caso Soering c/ Regno Unito, un caso famoso in cui si trattava dell’estradizione verso gli Stati Uniti di una persona che rischiava la pena di morte in quel paese e la Corte si è limitata a ricordare che nel corridoio della morte questa persona sarebbe stata esposta ad un trattamento inumano o degradante, ma non ha utilizzato il concetto di dignità.
Né il richiamo alla dignità è stato fatto nella celebre sentenza nel caso Öcalan c/ Turchia del 2005, anche se si trattava qui della pena di morte e nonostante fosse stato approvato già il Protocollo 13 sul divieto della pena di morte in cui si fa riferimento espresso al concetto di dignità.
L’omesso riferimento al concetto di dignità si è realizzato in più affari, nonostante nella fase nazionale tale nozione fosse stata utilizzata dalle parti nella loro discussione, un caso famoso e recente è quello M’bala M’bala meglio noto come Dieudonné c/ Francia, una decisione di inammissibilità, molto importante perché si trattava di un artista noto in Francia per i suoi spettacoli fondati sull’idea negazionista dell’olocausto, che per uno di questi spettacoli era stato sanzionato dalle autorità francesi e si era rivolto al giudice amministrativo che gli aveva dato torto e poi aveva invocato dinanzi alla Corte EDU l’art. 10 CEDU che protegge la libertà di espressione.
La Corte ha rifiutato di entrare in materia sull’applicazione dell’art. 10 CEDU ma ha affermato che quest’attività negazionista è talmente odiosa che non è neanche protetta dalla CEDU, facendo riferimento all’art. 17 della Convenzione che vieta l’uso della CEDU per proteggere posizioni che sono contrarie al suo stesso spirito, quindi ritenendo l’idea negazionista contraria in radice ai valori della Convenzione la Corte non è entrata proprio nel merito, ritenendo l’attività non protetta.
Il dott. Raimondi ha concluso il suo illustre intervento facendo riferimento ad un caso recente e molto importante, il caso Oliari ed altri c/ Italia (con riguardo a tre coppie omosessuali che hanno fatto ricorso per l’impossibilità di vedersi riconoscere in Italia la loro unione) in cui la Corte ha stabilito che sussiste una violazione degli obblighi positivi imposti dall’art. 8 CEDU se non si predispongono gli strumenti legislativi al fine di consentire un’effettiva regolamentazione alle coppie di persone dello stesso, pur senza riferirsi alla dignità ma al rispetto della persona.
Questa sentenza è stata alla base di un vivo dibattito in Italia e nel Parlamento che ha condotto al disegno di legge sulle unioni civili.

Il prof. Cataldi che ha tratto le conclusioni della sessione, ringraziando tutti gli intervenuti, in primis il Presidente Raimondi per l’onore della sua presenza, il che ci ricorda che la Corte è vicina a noi, l’idea che sia distante da noi è assolutamente sbagliata, anche dal punto di vista procedurale il ricorso alla Corte è agevole, sia pur con i suoi limiti e presupposti, ma è uno strumento da utilizzare, così come deve essere utilizzata la giurisprudenza della Corte e la stessa CEDU.
Questa vicinanza tra gli ordinamenti giurisdizionali deve essere quanto più sfruttata dagli operatori giuridici e a tal fine le successive sessioni del corso di formazione saranno approntate dal punto di vista scientifico ma anche pragmatico, per consentire agli avvocati di conoscere tutto quanto rileva sui diritti umani, non solo nell’ordinamento interno, ma anche in quello sovranazionale, come occasione di crescita professionale.
Ha evidenziato, infine, come l’utilizzo linguistico del concetto di dignità dimostri l’evoluzione culturale del principio, in un tempo passato, infatti, erano considerati “dignitari” solo gli eletti, mentre oggi tale nozione è riconosciuta come essenziale alla natura umana di qualunque persona.
La dignità oggi significa sostanzialmente non discriminazione e soprattutto rispetto dell’essenza della qualità e della natura umana in tutti i suoi aspetti, con pari dignità senza nessuna forma di gerarchizzazione tra persone e persone.

FOTO 12 CALENDARIO CORSO

a cura di Emanuela Monaco 

Allegati: calendario corso di formazione tutela dei diritti fondamentali della persona

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