GIOVANNI PANSINI: un gigante del Fòro e maestro senza cattedra


06-830x553Innazitutto, debbo implorare il generoso compatimento dei lettori (i trenta evocati da Jules-Amédée Barbey d’Aurevilly?) per le povere parole con cui io, piccolo avvocato, sfuggendo alla retorica del panegirico agiografico e dominando ogni furore apologetico, tenterò, all’approssimarsi del Maggio 2018, ossia a un cinquantennio dalla scomparsa, di disegnare il ritratto in piedi1 d’un gigante del Fôro: l’avvocato Giovanni Pansini, che, al pari del filosofo greco, aveva bevuto a tutte le coppe del sapere.

Profondo conoscitore del diritto patrio e del vecchio continente – aveva scandagliato il pensiero dei grandi sistematici del diritto penale, fra cui Goldschmidt e l’immenso Karl L.L. Binding -, cultore della filosofia del diritto (aveva dimestichezza pure con talune tendenze fondamentali della filosofia contemporanea), della medicina legale, della psicologia, della storia, della sociologia, delle discipline umanistiche: questo, entro un preciso disegno di coordinazione dei saperi, che forse si riallacciava alla speculazione del pensatore antiaristotelico francese Pierre de la Ramée2, e indubitabilmente all’analisi sull’unità dei saperi che Vico aveva svolto nelle pagine finali della Scienza Nuova seconda.

Ahimé! Non posseggo lo splendore della prosa alfieriana, in cui è evidente il riflesso culturale dei philosophes settecenteschi italiani e francesi, né l’originalità di Lacordaire, e neppure dispongo della maestosa eloquenza di cui s’avvaleva Jacques-Bènigne Bossuet, “l’aquila di Meaux” com’era chiamato, pronunciando le celebri Oraisons funèbres, fra cui quelle per Enrichetta Maria di Francia e per il Gran Condé, che gli procurarono la postuma, incondizionata ammirazione di Chateaubriand. Per questo, metaforicamente appoggio la mia mano amichevole sulla spalla del lettore e lo prego d’accontentarsi della mia “scrittura”.

S’impone un taglio diacronico.

Incominciai a calpestare il lastrico del cortile e i pavimenti delle aule di Castel Capuano mentre albicavano gli anni cinquanta del secolo corso, qualche giorno dopo avere effettuato l’iscrizione alla Facoltà di Giurisprudenza nell’Università di Napoli, ed esser stato ammesso, non senza per tale motivo aver vinto qualche ovvia perplessità, nello studio del penalista Luigi Patroni Griffi, esponente d’una ragguardevole dinastia di giureconsulti.

Un giorno, seguendone i passi, entro nella sala d’udienza della settima sezione penale della Pretura, allogata nell’antico carcere borbonico in piazza Capuana, dove da uno scolorito daguerreotype occhieggia il presidente della Repubblica.

Gran folla di principi del Fôro e avvocati di seconda fila, procuratori legali (allora, gli Albi erano separati: il Legislatore, cieco come una talpa, li ha unificati), praticanti, segretari, “patuti” delle aule di giustizia, quei patuti di cui scrive Elena Canino, figlia d’un magistrato e moglie del famoso architetto napoletano Marcello Canino, in Clotilde fa due guerre, felice racconto di vita fra invenzione e autobiografia.

Al banco degl’imputati, sorpresi a giocar d’azzardo in un Circolo cittadino, medici, imprenditori, ingegneri, funzionari di banche, qualche irrilevante uomo politico municipale, una farmacista, un veterinario e altri, tipici modelli di quella borghesia napoletana, sovente cinica e defilata rispetto a qualsiasi progetto ideale, che con prosa abilmente frammentata “racconterà” Raffaele La Capria.

Fra gli accusati, anche un malmesso discendente di quegl’irremovibili legittimisti borbonici – quale, per esempio, il marchese Franz Lecaldano di Sassolaterza, che dopo la partenza di Francesco II e Maria Sofia nel 1860 vestì strettissimo lutto -, i quali sopravvivevano arroccati in un orgoglioso isolamento a tutela di consunti e improbabili privilegi e respingevano chi vantasse quarti di nobiltà dalle origini dubbie o troppo recenti.

Una turba di cronisti giudiziari s’appresta a seguire lo svolgimento del processo, che ha provocato il pruriginoso interesse della pubblica opinione.

A giudicare, è designato Giuseppe Perrotti, la mano destra aggranchita da una ferita di guerra, magistrato temutissimo, grande conoscitore del diritto e della giurisprudenza.

Pubblico ministero, un uditore che nel corso degli anni sarebbe assurto agli alti gradi della magistratura: Gian Domenico Lepore.

Per il Sindaco, costituitosi parte civile, v’è l’avvocato Enrico Del Balzo conte di Presenzano: elegante, stilizzato, papillon e monocolo incastrato nel’orbita, come l’Erich von Stroheim di certi ritratti dipinti da Mino Maccari, il nano di Strapaese.

Esaurite le trame rituali d’apertura del dibattimento, l’anziano avvocato Luigi Goglia – allievo di Gaetano Manfredi -, muovendosi sapientemente lungo il labirinto della procedura e dipanando il groviglio delle disposizioni normative, propone una questione esegetica circa la regolarità di costituzione del rapporto processuale, a cui è affatto estranea qualsivoglia mistificazione mercè giochi d’astrazione, e che a suo parere non lascerebbe varchi all’estro interpretativo del giudice. A lui, fanno seguito altri tre difensori che dichiarano d’essere d’accordo.

Si leva a parlare l’avvocato Giovanni Pansini. Ai primi passi nel Castello, mai l’avevo veduto e di lui avevo soltanto vaghe notizie: mi colpiscono la bianchissima chioma e la voce leggermente roca: non mi s’accusi di far della letteratura di basso conio, se dicessi che quella voce mi fece pensare a Louis Armstrong.

Fin dalle prime frasi mi rendo conto che il tono è diverso da quello di coloro che l’hanno preceduto: la sua eloquenza è geometrica nelle argomentazioni, e affilata e chiara come la prosa del Code Napoléon del 1808, su cui Stendhal esercitava il suo stile: insomma, un’oratoria sulla vetta dell’arte. Fuor d’ogni dubbio, arte; anche se Benedetto Croce – al quale, ghignante, spesso scontento, neppure un poco andava a genio l’Avvocatura -, dissentendo da Hegel, con parole a fil di rasoio s’affannava a negare che l’eloquenza lo fosse.

Il gesto, poi: non precede, né segue la parola, la frase, bensì l’accompagna fastoso. All’autore della Rethorica ad Erennium (citata per la prima volta da San Girolamo come opera di Cicerone, ma chi la scrisse è rimasto ignoto) non era sfuggita l’importanza del gesto, mentre Daniello Bartoli, predicatore gesuita e letterato dallo stile esuberante, affermava che “non vi sia idea che non invochi a significato la mano come interprete”.

Si rifà alle questioni già illustrate con dovizia d’argomenti dagli altri difensori, l’avvocato Pansini, però in una dimensione piú alta: non riduce l’indagine sulla denunciata deformità che vìola la regola processuale a opaca sintassi esegetica, ancorché funzionale alla deliberazione, a sclerotica dialettica laboriosamente paludata quanto futile, ma l’innesta in una visione complessiva e sistematica della procedura, al cui interno mi sembra incubare una cruciale idea – e un’ideologia – del processo affatto nuova, un geniale pensiero anticipatore: trascorreranno calende decennali perché sia curata la vertigine della bulimia inquisitoria e attuata una conversione accusatoria.

A tal proposito, per dirla di passata, s’ha da ricordare che il sublime Pagano sosteneva il processo inquisitorio per i delitti politici, perché intendeva proteggere il principio dell’assolutismo monarchico, ma introduceva con ferma determinazione quello accusatorio per i reati comuni, ossia quelli che interessano la stragrande maggioranza dei cittadini3.

Nella nostra cultura giuridica – ed è alquanto strano – solo i problemi connessi all’interpretazione della legge e quindi alla verificabilità giuridica sono concepiti come questioni di logica (in gran parte dovrebbero venir recisi col rasoio di Occam!), mentre deperisce la propensione ad accertare la correttezza del procedimento di controllo relativo alla quaestio facti.

Ebbene, ancorché il processo contro gli amatori dell’azzardo riguardi una vicenda di affievolita rilevanza social-penale, fors’anche costituzionale, l’avvocato Pansini, paziente nell’analisi e potente nella sintesi, scarnificando l’amàlgama dei fatti, con ampiezza di respiro, sviluppa la sua tesi senza costringerla a meccanica deduzione logica, per ricondurre alla verità la realtà del diritto.

“Dove ha cattedra?”, sottovoce, timidamente interrogo un avvocato a gomito con me; poi saprò ch’è un principe del Fôro, Franco di Lella.

“Tutte le cattedre sempre pretendono un maestro – mi dice -, ma non sempre un maestro ha cattedra. Giovanni Pansini ha la clamide di maestro senza cattedra”.

Ancora quasi del tutto digiuno d’ogni principio e d’ogni regola del diritto, sul momento non ebbi possibilità d’andar oltre le riflessioni di cui innanzi ho scritto. Però, nel trapasso del tempo, scalando la montagna della scienza giuridica le mie cognizioni incominciarono a farsi piú chiare, talché quando (quasi ogni giorno) m’accadeva d’ascoltarlo mentre perorava in Tribunale, in Corte d’Assise o in Corte d’appello, m’era dato cògliere le ragioni profonde del suo essere avvocato: per un verso, ben che non fosse un teorico d’accademia, il tentativo di trovare il punto di equilibrio fra la deludente concezione paleopositivistica del diritto (di cui era stato, seppure timidamente, sostenitore il cosentino Bernardino Alimena) e l’idealismo, per lui – suppongo – non del tutto persuasivo; per l’altro, la convinzione secondo la quale, per esser sempre stata l’Avvocatura protagonista d’ogni rivoluzione politica e culturale ed espressione della coscienza civile, l’avvocato non dovesse sottrarsi alla funzione di “contropotere” (già Tacito aveva posto il problema della responsabilità sociale dell’avvocato nei rapporti col potere politico) e al fondamentale compito di non lasciare al margine la dialettica fra prassi e pensiero, fra giurisdizione e legge, fra realtà e progetti formali. In altre parole, Giovanni Pansini è stato sostenitore e continuatore del ruolo tradizionalmente svolto dai giureconsulti, soprattutto quelli del Mezzogiorno, in campo politico-culturale, fra Seicento e Ottocento, a partire dalle lotte contro il diritto comune fondamento del sistema feudale, l’introduzione a Napoli dell’Inquisizione di rito spagnolo e il potere temporale della Chiesa romana4, fino all’unificazione politica dell’Italia.

A quasi un sessantennio da quel giorno in Pretura, ricordo il silenzio chiesastico che avvolgeva la sua arringa, onde andava rintracciando, nello scibile processuale e nell’arcipelago dei principi e delle regole, le ragioni del suo difeso. Quell’arringa, per me imberbe studente d’Università, fu una rivelazione che radicò il mio proposito di diventare avvocato penalista.

Nel corso degli anni, ho conosciuto piú a fondo Don Giovanni: sì, semplicemente Don Giovanni, siccome secondo l’uso spagnolesco, eredità del Viceregno, a Napoli, patria riconosciuta del diritto e dell’eloquenza, tradizionalmente vengono additate le grandi Toghe.

E, qui, non mi sembra di poco rilievo il fatto che il suo astro luminoso sorgesse negli anni in cui mostri sacri affollavano la Galàssia forense: Alfredo De Marsico, insuperato maestro di color che sanno; i Dioscuri di Napoli: Giovanni Porzio, non eloquente, bensì l’eloquenza stessa, ed Enrico De Nicola, formidabile avvocato dall’oratoria ragionata, teoretica, sillogistica; Enrico Altavilla, saldo ai postulati di Ferri e Lombroso, esploratore della psicologia giudiziaria di fama internazionale; Cesare Loasses, piemontese per nascita e napoletano d’adozione, la cui frase sembrava evocare la perfetta geometria e il matematico rigore costruttivo delle “scale impossibili” a matrice poligonale innalzate da Ferdinando Sanfelice; Ettore Botti, magistrale stratega e acutissimo tattico di tutte le cause, Amerigo Crispo, indomito combattente del Fôro caduto alla sbarra fra le braccia del figlio Michele, in Corte d’Assise; Francesco Saverio Siniscalchi, austero, solenne come un senatore della Roma imperiale; Mattia Limoncelli, dalla cultura d’artista rinascimentale e l’eloquenza lirica; Eugenio Giliberti, venerando erudito e oratore di non frequente raffinatezza, Giulio Nocerino, aduso a esporre le sue tesi soltanto dopo coscienziosa meditazione, giacché, come scrive De Marsico, “epilogo di mille ansie, è l’arringa”; Vittorio Granucci, argomentatore dallo spirito cartesiano, Adriano Reale, dalla parola impetuosa, vibrante…

Corrono gli anni: alla Corte d’assise di Napoli si svolge il processo contro i componenti la “banda dei magliari” che operavano a Torino un lucroso traffico di stoffe, accusati d’una serie di delitti lunga come una carovana di beduini nel sahara: all’origine della truce vicenda, la decisione d’uno di loro, soprannominato “cuollo ‘e cavallo”, di mettersi in proprio facendo concorrenza al capo riconosciuto del gruppo, donde l’ordine da quest’ultimo dato a un gregario (mesi dopo assassinato in via Berthollet a Torino da un magliaro siciliano, noto negli ambienti della malavita come “Pino ‘o luongo”) di impartirgli un’esemplare lezione. La spedizione punitiva s’era tradotta in un conflitto a fuoco lungo il vico San Sepolcro nel quartiere Montecalvario, durante il quale furono gravemente ferite anche due innocenti, anziane donne.

Castel Capuano è il palcoscenico di drammi e tragedie; ma talvolta sembra lo scenario delle settecentesche commedie di Pietro Trinchera5: fuori dell’aula d’udienza una legione vociante di magliari – i primi guappi – venuti a sostenere il capo, per molti versi simile alla moltitudine gesticolante, rumorosa che aveva destato la sorpresa di Benvenuto Cellini, a Parigi, nel salone dei passi perduti di quel Tribunale; e nel cortile un raduno di spyder e di sprint targate Torino.

Virtualmente conclusosi il processo, prima di ritirarsi in camera di consiglio la Corte è costretta ad accogliere un’insuperabile eccezione procedurale e rinviare la causa. Alla conclusione del nuovo dibattimento, il collegio di difesa – Alfredo De Marsico, Guido Cortese, Andrea Della Pietra, Adriano Reale (ormai avvocati, ci siamo pure Gustavo, il figlio di Don Giovanni, che sarà cattedratico emerito di procedura penale, ed io) – contesta radicalmente la ricostruzione dei fatti svolta dall’implacabile pubblico ministero Francesco Capecelatro, che aveva chiesto durissime condanne.

Non è agevole di un’arringa far rivivere la forza del ragionamento, riconoscere la relazione logica fra gli argomenti sviluppati, giacché l’eloquenza vive anche della voce nell’attimo che fugge, del gesto che l’accompagna, dello sguardo che trafigge, del furore polemico e a un tempo della analisi rigorosa.

E, quindi, per la mia pochezza, posso soltanto definire memorabile l’arringa difensiva di Don Giovanni, vibrante di convinta passione: propone la sua tesi come un teorema; un teorema ch’è una tela di ragno destinata a intrappolare la tesi dell’accusa: non l’infiocchetta delle citazioni letterarie care ai rètori e ai rabula del Fôro (il citazionismo dei forensi, un vero e proprio topos della cultura rinascimentale, aveva provocato il sarcasmo di François Rabelais e piú tardi lo sdegno di Ludovico Antonio Muratori), non si gingilla con gli addobbi; ma, dialettico implacabile, va dritto al cuore della causa. Profondendo tutte le virtù del linguaggio, demolisce la prova generica e disarticola la forza dimostrativa di quella specifica. Dal ripostiglio polveroso della memoria, affiora il pensiero dell’abate Parini in polemica col Padre Brando: “la vera eloquenza non consiste già solo nelle parole, ma piú assai consiste nella robustezza delle ragioni”.

Ha appena pronunciato la frase conclusiva dell’arringa, Don Giovanni: il “capo-magliaro” lo prega di avvicinarsi alla gabbia dov’è con gli altri detenuti: gli afferra la mano e la bacia. Il rito del baciamano, “al modo di Spagna”, è l’omaggio riconoscente al Difensore.

“Ho veduto il famoso avvocato Porzio. Usciva da un’aula con la toga svolazzante, con le mani tese al bacio della gente come un cardinale. Un giovane gli andava appresso con una valigetta, diceva: Avvocato qua sta la maglia, venite a cambiarvi o vi accatarrate”, si legge in Clotilde fra due guerre.

Un rito che nel dipanarsi della storia forense napoletana è stato dismesso da calende decennali.

Mi viene di fare una notazione: osservando il busto marmoreo ch’è nell’immensa sala dove Messer Giovanni Boccaccio raccontava agli Angioini le sue fantasie favolistiche, oggi Pantheon dell’Avvocatura, Don Giovanni m’appare irrigidito, quasi estraneo a se stesso; lui che, viceversa, era un fremito perenne.

Ora, ecco un inconsueto episodio che documenta l’altissima considerazione che circondava il suo magistero forense.

Aula della prima sezione della Corte di Cassazione, quel mastodontico edificio innalzato piú di cent’anni or sono da Guglielmo Calderini, che nella penombra degl’interni evoca le Carceri incise all’acquaforte da Giambattista Piranesi: al banco dei difensori vi sono prestigiosi esponenti del Fôro nazionale, a quello del procuratore generale un magistrato di grande reputazione. Fanno ingresso Alfredo De Marsico e Giovanni Pansini, avversari in un aggrovigliato ricorso.

Il Presidente, scorgendoli, s’alza in piedi ed esclama: “Oggi, non è fatto d’ogni giorno, avremo la ventura d’ascoltare due sommi avvocati, due maestri”.

L’oratoria, in senso traslato, è sangue, è tormento, e sangue e tormento è l’elogio funebre che Pansini pronuncia per Franco Di Lella, stroncato dalle complicazioni d’un intervento chirurgico.

In piedi su un’enorme pietra bianca, nei giardini del Molosiglio, in prossimità del Circolo Canottieri, dove ha fatto sosta l’immenso corteo di avvocati, magistrati ed estimatori, la candida chioma scompigliata dal vento, Don Giovanni rievoca lo scomparso con accenti doloranti….

“Profaneremmo la sua memoria di uomo e sviliremmo la sua insonne fatica di avvocato, di grande avvocato, se ci abbandonassimo alla vanità dell’elogio di circostanza”, esordisce.

Parla alla moltitudine, provocando profonda emozione. Non sono pochi coloro che hanno gli occhi velati dalle lacrime. Io ho un groppo alla gola, mentre il pensiero va alle celebri orazioni di Mariano da Genazzano, Padre Segneri, Jean-Baptiste Bourdaloue: grande oratore nel Fôro, grande oratore civile, Don Giovanni.

Per finire, alla sua scuola si formarono molti avvocati, a loro volta, divenuti maestri (ma in Castel Capuano, ha scritto Bruno von Arx, si rimane discepoli pure quando s’è raggiunta la grandezza!), fra i quali Renato Orefice, futuro illustre e amatissimo presidente dell’Ordine Forense, Ortensio Zecchino, poi ministro della Pubblica Istruzione, Carlo Massa, che sarà professore di procedura penale alla “Federico II”, Renato Pecoraro, strepitoso archeologo dello scibile processuale, Pippo D’angelo, un guerriero della Toga che in Corte di Cassazione ebbe spezzato il cuore mentre illustrava le ragioni d’un suo ricorso, Gino Greco, fra i maggiori esperti in tema di reati di stampa.

Ultima nota: purtroppo, mai sono state date alle stampe arringhe di Don Giovanni, e soltanto rimangono numerosissime allegazioni e note difensive: auspico che il Consiglio dell’Ordine ne curi la pubblicazione: sarebbero limpidissime fonti di sapere.

 a cura di Salvatore Maria Sergio

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1 È il titolo d’un famoso romanzo di Gianna Manzini.

2 Parigi, 1515, ucciso durante la strage degli Ugonotti, la “notte di San Bartolomeo”, il 1572.

3 Sul punto, cfr. L. FIRPO, Francesco Mario Pagano, ora in: F. M. PAGANO, Saggi politici. De’ principii, progressi e decadenza delle società (1791-1792) a cura di L. Firpo e L.Salvetti Firpo, Viarium, Napoli 1993.

4 Sul tema, opera fondamentale è quella dell’anticurialista Nicola Valletta, pubblicata il 1707, intitolata Nullum jus Pontificis Maximi in Regnum neapolitanum, in cui si sostiene che la potestà ecclesiastica dev’essere ristretta all’ambito spirituale.

5 Ancora nell’attualità, piccole compagnie teatrali rappresentano con successo La gnoccolara e La monaca favuza.

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