Maurice Garçon – Arringa in difesa del Giudice Baffos


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Il fatto. Durante l’occupazione tedesca, il 21 agosto 1941, un gruppo di “clandestini comunisti” uccide un giovane soldato della marina tedesca. I tedeschi intendono vendicare la morte del loro soldato e minacciano di giustiziare 150 ostaggi ebrei, alcuni dei quali già detenuti. Le autorità francesi riescono a negoziare ma le condizioni dei tedeschi sono chiare: promulgare una legge che punisse l’attività sovversiva comunista con effetto retroattivo e che un Tribunale francese condannasse a morte sei comunisti prima che si svolgessero i funerali del giovane tedesco ucciso. Viene prontamente promulgata una legge retroattiva e viene istituita la cosiddetta Sezione speciale del Tribunale. Mancando giudici volontari, vengono scelti alcuni giudici ai quali vengono celate le vere ragioni e le finalità della Sezione speciale, tra questi, il Giudice Baffos.

La Sezione speciale condannò a morte tre imputati.

Dopo la liberazione dal giogo tedesco tutti i giudici che presero parte alla sezione speciale furono tratti a giudizio e processati. Maurice Garçon* difese il giudice Baffos. Quella che segue è la sua arringa.

* Maurice Garçon (1889 – 1967) è stato un grande avvocato, oratore, scrittore e saggista. Membro della prestigiosa Académie Française ha patrocinato processi celebri e ha lasciato anche un trattato sull’oratoria dal titolo: “Sull’oratoria forense” edito in Italia dall’editore Giuffré.

***

Signor Presidente, Signori,

i miei argomenti saranno brevi. Non voglio ritardare oltremodo la soluzione di un processo che dura già da quattro giorni, né aumentare, a causa di inutili lungaggini, il dolore di un magistrato che, dopo aver reso per trentadue anni giustizia con onore, conosce oggi l’onta di comparire al banco degli imputati.

Già, voi avete meditato sulla sua disgrazia. Già, voi avete compreso bene quanto il problema che siete chiamati a risolvere e che un’opinione pubblica mal’informata vi aveva rappresentato come semplice, si ponga in realtà come un atroce dramma della coscienza. Io conosco troppo bene gli scrupoli che voi provate in simili circostanze per non essere certo che avete fretta, sin da ora, di lavare il Presidente Baffos dall’atroce accusa di cui è oggetto.

Tutto è stato abbondantemente detto su di lui. Prima della mia, avete ascoltato la voce affettuosa e toccante di un amico che ha voluto, unendo i suoi sforzi ai miei, ricordare il passato altamente onorevole del buon uomo che difendiamo. Dopo è venuto un corteo di testimoni rispettabili che hanno, in coro unanime, celebrato le virtù del nostro assistito.

Inoltre, il Pubblico Ministero, mosso da questo comune accordo, non ha chiesto che una punizione simbolica per un atto che si era, all’origine, rappresentato come un crimine inespiabile.

Cosa dovrei aggiungere?

Il Signor Baffos è un magistrato modesto e di una grande probità. È senza fortuna e non ha bisogni. Non ha mai brigato per le cariche onorifiche. Non lo si è mai visto entrare come avvocato nelle anticamere dei ministri. Egli non deve la sua elevazione nella magistratura che al suo merito, il che spiega la lentezza del suo avanzamento. Il solo merito attende talvolta a lungo la sua legittima ricompensa. Presidente della Corte di Appello all’ultimo stato, ha lasciato dietro di sé, nel corso della sua carriera, una messe di opere benefiche. Preoccupato per la sorte dei bambini infelici o colpevoli, ha consacrato il suo tempo a soccorrere la gioventù afflitta. Spesso, senza renderlo noto, ha destinato una parte del suo stipendio in beneficenza, le sue vacanze e il suo tempo libero sono stati spesi a far visita agli stabilimenti penitenziari e di rieducazione per sorvegliare il ritorno al bene di coloro conto i quali egli aveva dovuto pronunciato delle condanne. Può trarre orgoglio dal fatto che quegli stessi che ha condannato lo hanno scelto come confidente e protettore. I testimoni hanno rivelato che quando la costrizione tedesca ha imposto imperativamente ai giovani di lasciarsi deportare in Germania, molti di quelli con i quali aveva dovuto mostrarsi severo ma che hanno reso omaggio al suo spirito di giustizia, sono venuti spontaneamente a confidarsi con lui. Desideroso di soccorrerli, egli tenne, in questo stesso palazzo, un ufficio aperto di carte false per nascondere i refrattari.

Ecco l’uomo insospettabile di bassezza.

Esaminiamo da quale tragico destino è stato condotto in un’imboscata, dopo qual tumultuoso combattimento di coscienza ha partecipato come uomo onesto a un processo ingiusto e con quale giustizia, scappando senza indugio dalla trappola nella quale lo si era fatto cadere, ha mostrato, con la sua protesta immediata, ch’egli non aveva smarrito l’onore.

Ho bisogno di richiamare in dettaglio gli avvenimenti orribili che si sono succeduti dal 21 al 28 agosto del 1941?

In questa Parigi ove abbiamo vissuto per quattro anni sotto un’oppressione che pesava sulle nostre spalle come un mantello di piombo, ogni giorno più pesante; l’aria, nel 1941, cominciava a divenire irrespirabile. Non abbiamo più attraversato le nostre strade trionfali per paura d’assistere alla parata di una gloriosa soldatesca che insultava le nostre miserie, al suono dei tamburi e dei pifferi. Si stringevano i pugni per le strade vedendo questi uomini vestiti con l’uniforme nemica la cui presenza disonorava la nostra città.

Chi non ha sentito, in quei giorni bui, degli accessi di furore capaci di condurre ai peggiori eccessi?

Il 21 agosto, un francese, non potendo più resistere, uccise un ufficiale della marina tedesca che sfilava su boulevard Barbès. L’assassino sparì. Il giorno seguente, per ordine dei tedeschi, la polizia francese – ahimè! – procedette a un mostruoso rastrellamento di ebrei. Trascinati in un commissariato, di là alla prefettura e di lì al campo di Drancy, gli sventurati furono avvertiti il 22 che erano considerati ostaggi. Era un venerdì.

L’ufficiale tedesco doveva essere seppellito il giovedì 28 e si avvertì che gli sventurati sarebbero stati giustiziati prima della cerimonia se l’autore dell’attentato non fosse stato scoperto. Centocinquanta giustiziati dovevano essere impiccati in piazza de la Concorde e i loro corpi sarebbero rimasti esposti per giorni e giorni, fino alla putrefazione, per spaventare il popolo.

Sacrificio pagano e crudele, retaggio di tempi barbari, immaginato per appagare la collera di una qualche divinità inumana.
Coloro che, a Drancy, hanno conosciuto l’angoscia di queste ore, ciascuna delle quali li avvicinava a un destino fatale, non ricordavano l’incubo che allora vissero senza un fremito d’orrore. Ci sono alcuni che mi ascoltano in quest’aula; io ne ho ricevuto le confidenze ed essi sono pronti ad attestare lo sconvolgimento della loro anima.

Tuttavia, il giorno successivo, sabato, si sparse la voce che Brinon, l’ambasciatore di Vichy, trattava con il generale Von Stulpnagel, organizzatore del massacro; l’orco acconsentì a lasciarsi commuovere, ma a quale prezzo! Accettò a rinunciare a centocinquanta esecuzioni a condizione che una giurisdizione francese condannasse sei comunisti alla pena capitale e che fossero giustiziati il 28, prima delle dieci del mattino.

Il tiranno si ostinava a volere dei morti ingiusti in olocausto.

In alcune ore, direttori di ministeri e alti funzionari furono riuniti all’hotel Matignon, ove il prefetto di polizia espose la proposta.

Ecco come nacque il dramma.

Si è detto che tutti coloro che assistettreo hanno levato grandi proteste. Lo credo bene. Quale francese, davanti a tale attentato contro l’umanità, non tenterebbe una rivolta? Comunque – passerò rapidamente, intendetemi al volo – attendo che i funzionari presenti in quest’aula e indignati mi portino qualche manifestazione esteriore e utile della loro protesta unanime o particolare. Dove sono le dimissioni dei capi della Corte che si rifiutarono di piegarsi all’orribile patto? Dov’è il rifiuto opposto da essi di trasmettere ai loro subordinati gli ordini per i quali affermano oggi di sentirsi disonorati?

Io non amo molto i loro scrupoli tardivi e prudenti, la loro indignazione ritardata e Ie loro lacrime obsolete.

Questi capi, che potevano sia ribellarsi, sia, se credevano di dover obbedire, offrirsi per eseguire l’ordine, si sono contentati di designare imperativamente dei colleghi per fare ciò che a loro ripugnava. Da quando, allorché un posto è pericoloso, colui che ha la guida del comando si fa sostituire da un subordinato per far correre a lui il rischio? La rivolta dei capi della Corte si è risolta in telegrammi urgenti per attirare degli amici in una trappola che sapevano esser per essi dannosa. Se non hanno approvato, almeno hanno tollerato e organizzato quella giurisdizione che la comune opinione riconosce come infame, poi sembravano disinteressarsi adottando il comodo ma poco coraggioso metodo istituito da Ponzio Pilato.

In due giorni fu creato un Tribunale, promulgata una legge scellerata, designate delle vittime, perpetrato un immenso crimine giudiziario!

E non si perseguitano che gli esecutori!

Scusatemi d’aver alzato la voce, siate indulgenti con me se sono di cattivo umore. È l’orrore che provo per le ipocrisie che mi priva del mio sangue freddo.

Il Signor Baffos era allora in vacanza. Il lunedì 25, rientrò per caso a Parigi, in mattinata. Tornava dopo aver visitato un penitenziario in Alvernia e si proponeva di attraversare la capitale per ripartire l’indomani verso la Normandia. Egli ignorava sia l’attentato al boulevard Barbès che il patto concluso all’hotel Matignon. Non sapeva nulla della creazione della Sezione speciale della Corte né della promulgazione di una nuova legge. Un caso sfortunato lo portò al Palazzo per cercare la posta che sarebbe potuta pervenire al suo ufficio in sua assenza. Attraversava un corridoio deserto quando incontrò il Signor consigliere Werquin, segretario del primo Presidente.

Era quello il momento in cui si cercavano i giudici per formare il nuovo Tribunale. Il momento era propizio!

Il Signor Werquin condusse il Signor Baffos dal primo Presidente e quest’alto magistrato lo designò immediatamente per la seduta del giorno successivo. Il Signor Baffos protestò, sostenne che era in vacanza e che voleva ripartire. Il primo Presidente insistette, affermò che doveva adempiere a un dovere, parlò d’ordine pubblico, di disciplina giudiziaria …, che altro ancora? Non disse nient’altro della cospirazione ordita e di ciò che si attendeva dalla nuova giurisdizione ma fece soltanto allusione ai grandi crimini da reprimere. Servitore fedele della giustizia Baffos dovette accettare. L’indomani, il 26, assistette all’insediamento della Sezione speciale. La cerimonia non durò che qualche minuto. Due giorni dopo, il 27, senza essere informato di nulla, si presentò al suo posto, alle nove del mattino.

I suoi colleghi erano già riuniti. Li trovò costernati. Indossando la sua toga, li vide sussurrare a voce bassa. Si avvicinò. Si parlava di cose gravi. Sembravano imbarazzati. Egli che non sapeva ancora niente credette soltanto che erano dispiaciuti d’aver pronunciato pesanti condanne, il che, nei magistrati coscienziosi, crea sempre un’angoscia, e seguì il Presidente nella sala d’udienza.

Mentre ascoltava esporre i fatti contestati all’accusato nella prima causa, una grande sorpresa lo catturò. La gravità del crimine non gli appariva tale. Fu in quel momento – il fatto è incontestabile – che gli fu dato il testo di cui si chiedeva l’applicazione. Lesse, con orrore, che la pena di morte era comminata per un delitto d’opinione e che la legge era retroattiva.

Il Commissario governativo pronunciò, nel corso della requisitoria, la parola da vertigine: l’espressione è corretta.

Magistrato integerrimo, servitore rispettoso della legge, Baffos non aveva mai immaginato che la legge potesse essere ingiusta.

Ed ecco all’improvviso, mentre egli siede con dignità in quella veste rossa che indossa con onore e orgogliosamente, vede davanti a sé aprirsi un abisso. Le parole che ascoltò in seguito lo raggiunsero come un frastuono confuso e lontano, dominato dal tumulto della sua coscienza inquieta.

Ecco in quali condizioni e in mezzo a quale incredibile sgomento il Signor Baffos intese il Presidente annunciare che i dibattimenti erano chiusi e che si ritrovò, perduto, unito ai suoi colleghi, nella camera di consiglio. È in questo momento che apprese del patto concluso dal governo di Vichy con i tedeschi e le ragioni della sua presenza forzata per adempiere un impegno crudele.

Si deliberò!

Deliberare è discutere con altri membri di un collegio di giudici, ascoltare i loro pareri talvolta contraddittori, cercare la verità nelle ragioni opposte, meditare, prendere posizione senza dover render conto dei motivi che la determinano, adottare secondo la propria coscienza la soluzione che si crede giusta, tentare di convincere i propri colleghi e opinare senza essere in preda alla passione o alla paura.

La libertà, così necessaria per deliberare serenamente, si ottiene solo se nulla può trasparire della lotta della coscienza che si vive. Solo il segreto assoluto assicura la libertà di opinione e del voto. Grazie a questo il magistrato è al riparo da intrighi, vendette e minacce.

Voi siete, Signori giurati, dei magistrati giovani e temporanei, ma già, ne sono sicuro, avete compreso quanto gravoso sarà il vostro compito allorquando, fuori dai nostri sguardi, dovrete decidere della sorte degli imputati che vi sono affidati. Voi ci mostrate visi impenetrabili, che è già un modo di rendervi inaccessibili. Voi sarete tanto più liberi se nessuno potrà conoscere il vostro convincimento individuale e se un segreto assoluto coprirà l’evoluzione dei vostri scrupoli e la determinazione della vostra convinzione. Tra gli accusati di oggi e voi si è istaurato un rapporto: siete legati dallo stesso giuramento di silenzio. Ieri, durante una sospensione dell’udienza, il caso mi ha fatto attraversare la stanza ove eravate per ridestarvi. Vi ho sorpresi raggruppati e parlando a voce bassa. Ho compreso allontanandomi che la vostra decisione cominciava nell’inquietudine. Un travaglio interiore si faceva strada. Vi scambiavate opinioni e la gravità del vostro aspetto mi garantiva che eravate mossi dall’importanza della vostra missione.

Nessuno avrà diritto di sapere, quando renderete noto il vostro verdetto, cosa avrà pensato e voluto in particolare ciascuno di voi. Cosa direste se qualche audace osasse chiedervi di render conto quando avrete deciso secondo la vostra coscienza, con onestà?

Non si richiede al giudice che di essere onesto, cioè di non essere né prevaricatore, né partigiano.

Prevaricatore? Noi sappiamo che il Signor Baffos è al di sopra di ogni sospetto. Non ha mai chiesto nulla. Niente gli è stato offerto. Niente ha ricevuto. Senza fortuna, toglie dal suo magro stipendio per far del bene.

Partigiano? Senza preoccuparsi dell’opinione politica, egli ha sempre reso, pubblicamente, una giustizia uguale per tutti e dopo trent’anni ha fatto da protettore ai figli dei mendicanti.

Il suo passato testimonia la sua condotta nella deliberazione alla quale è accusato di aver concorso. Voi non avete il diritto di domandargli come ha votato e io vi proibisco d’interrogarlo.

Quando un giudice è onesto e giudica secondo coscienza è irreprensibile, anche se sbaglia. L’errore giudiziario, commesso in buona fede, lascia il magistrato fuori dagli attacchi della critica.

Non vi è permesso chiedere oggi al Signor Baffos come ha deciso né come ha personalmente giudicato. Non cercate di penetrare in quei dubbi che si presentarono al suo spirito, né quali scrupoli lo assalirono, né dopo quali combattimenti si decise. Questo terreno vi è interdetto sotto pena di recare danno alla vostra stessa indipendenza. Non tentate di violare una frontiera che vi è sbarrata o temete che, avendola forzata, metta, anche voi, in obbligo di violare il giuramento che avete fatto di non rivelare nulla del segreto della vostra decisione.

Dite soltanto, riportandovi all’epoca in cui il dramma si è consumato a alle condizioni atroci nelle quali è stato necessario decidere, che è toccato ai magistrati il più angosciante dei problemi: in quale misura, per salvare i giusti, si possono sacrificare altri giusti?

Da una parte centocinquanta ostaggi, dall’altra sei teste che non meritavano di cadere.

Sei innocenti contro centocinquanta innocenti e per poter pesare, una bilancia di pesi falsi!

Che non si dica che la minaccia era vana.

Conosciamo, per nostra sventura, qual’era la crudeltà implacabile dei nostri nemici. Figli di quei barbari che, ai tempi delle grandi invasioni, hanno percorso l’Europa orgogliosi di non lasciarsi alle spalle altro che lutto e rovina, non hanno perduto nulla della loro ferocia ereditaria. Sono cattivi capaci del peggio e la morte di centocinquanta sventurati non era un crimine di natura tale da farli esitare. Non c’era motivo di attendere. L’esecuzione era certa.

Come restare sereni quando bisogna prendere una decisione che, quale essa sia, farà colare sangue puro?

Io ho meditato per alcuni giorni per scoprire quale fosse la condotta da tenere in tale situazione. In qualunque maniera si affronti il problema, bisogna convincersi che è insolubile. Nessuna dialettica può venire in soccorso e la morale stessa è in difficoltà. I filosofi potrebbero discutere fino alla follia senza mettersi d’accordo.

Tuttavia la questione non è nuova.

Non sapete che ci sono circostanze, durante una nascita, ove il medico uccide volontariamente il bambino per salvare la madre? Chi gli dà il diritto di distruggere deliberatamente una vita se non il solo ordine imperativo della sua coscienza?

Volete che riprendiamo il filo della storia? Quando nel 1812 la Grande Armata, intorpidita dal freddo, stremata dalle privazioni, vessata dal nemico, attraversò la Beresina su un ponte di fortuna, restava ancora sulla riva destra del fiume una retroguardia per cui la marcia era ritardata da una moltitudine di ritardatari. Una folla disparata di quindicimila anime bivaccava sulla riva, troppo stanca per passare il ponte prima che venisse la notte. Al mattino, comparve la cavalleria cosacca che si precipitò dalle colline lanciando forti grida. Fu una corsa verso il fiume, una fuga disperata verso l’unica via d’uscita. Ognuno voleva imboccarla in fretta. Sulla base di un ordine espresso e implacabile, il ponte fu tagliato. Quindici mila uomini e donne perirono per salvare la Grande Armata. Quindicimila innocenti furono deliberatamente sacrificati. Con quale diritto questo sacrificio irreparabile fu ordinato se non perché la necessità imponeva di salvare la vita a un numero maggiore?

Più vicino a noi, qualche mese fa, Maubeuge fu teatro d’un assassinio il cui orrore non è ancora uscito dalla nostra memoria. Degli uomini erano stati condannati a morte, in seguito erano stati graziati. Alla notizia della grazia, la popolazione s’agitò, si riunì e si diresse verso la prigione. La folla cominciò a ringhiare. Si sa cosa può essere il comportamento appassionato e cieco di una folla. Si poteva temere un massacro generale dei prigionieri. Un ufficiale si offrì di entrare nella casa di reclusione e di uccidere di sua mano quegli stessi che il Capo dello Stato aveva graziato. Crimine mostruoso e tuttavia scusabile dato che è stato commesso per evitarne uno più grande. Ascoltate soltanto cosa disse R.P. Philippe alla Tribuna dell’Assemblea consultiva il 21 febbraio scorso: <<io non cerco di legittimare moralmente la cieca pressione di una folla. Conosciamo la psicologia delle folle. Ma vedo questa cieca pressione come un fatto brutale che s’impone al comandante Prosper. Pertanto il comandante giudica inapplicabile la grazia. Il comandante Prosper non è la folla e ritengo che avendo agito in maniera equa davanti a una forza indomabile, può essere liberato sulla base dell’equità. Così, mi unisco alla deposizione del luogotenente di gendarmeria che disse: “il comandante Prosper e il comandante Arthur hanno reso un gran servizio alla popolazione di Maubeuge evitandogli di commettere una carneficina”. Naturalmente, dal punto di vista militare, si può condannarli perché hanno disobbedito; ma, dal punto di vista morale, non avevano altra scelta!>>.

Osate adesso pronunciarvi in coscienza e condannare il Signor Baffos supponendo che avrebbe votato per la morte, mentre nulla vi permette di saperne di più! Osate ora apportare il rigore di un ragionamento logico al giudizio di un caso di coscienza ove la coscienza stessa può perdere la nozione di quale sia il vero dovere!

Ecco dunque il problema che il Signor Baffos ha dovuto risolvere, senza preparazione, giovandosi, per difendersi dall’errore, solo della sua rettitudine e della sua onestà.

Qualunque cosa abbia deciso, egli deve essere assolto perché vi porta la prova dell’orrore che lo assalì.

Dopo aver concorso tre volte, non sappiamo come, a delle condanne a morte, i suoi colleghi ed egli stesso si sono ribellati e hanno gridato: “basta!”. Il quarto accusato ebbe salva la vita e la Corte sospese i lavori. Uscendo dall’incubo, Baffos depose la sua toga, corse dal primo Presidente e gli disse che non avrebbe più fatto il giudice. Abbiamo insistito. Egli rimase fermo nel suo rifiuto,e, abbiamo insistito ancora, egli partì e lasciò Parigi.

<< Io ho disertato … >>, vi ha detto.

Parola incredibile e degna di un’epoca sconvolta. La diserzione, segno abituale di disonore, dona al contrario, qui, la misura dell’alto valore morale d’un uomo onesto.

Cosa gli si può rimproverare ancora?

Il Commissario governativo, che è umano e comprensivo, ha tuttavia parlato di condannare il Signor Baffos con una pena di indignazione nazionale. È una pena disonorevole tra tutte, poiché radia il cittadino dalla comunità e obbliga le persone perbene ad allontanarsi dal condannato.

Bisogna assolvere il Presidente Baffos perché non ha demeritato e non si è mostrato per niente indegno della sua funzione.

Lasciatelo con il suo scrupolo che lo tormenta malgrado gli anni trascorsi. Mi ha rivelato che, spesso, da allora a oggi, un’angoscia lo assale. Non mi ha detto, perché è rispettoso del suo giuramento, come aveva deciso ma mi ha confidato che, girando e rigirando nella sua testa la decisione che ha dovuto prendere, si domanda se doveva o non doveva decidere come ha fatto. Ritorna sul problema ogni giorno, medita, esita, si crede tranquillo con se stesso e tuttavia ondeggia ancora, benché sia certo d’aver deciso senza passione, più onestamente che ha potuto.

Non è abbastanza per un uomo di cuore portare, per tutta la vita, il peso di un sì grande dubbio?

Tali scrupoli lo onorano. Dimostrano chiaramente una probità che non permette esitazioni sul valore morale di un imputato.

Io vi prego di dire no alla domanda di colpevolezza che vi è stata posta.

***

Il Presidente Baffos fu assolto dalla Corte di Giustizia.

(traduzione di Gaetano Esposito)

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