Hate speech, l’odio in rete


di Elena Varriale

“Ci sono troppi esseri umani che non vogliono ridere, che non riescono a pensare; vogliono soltanto credere, arrabbiarsi, odiare.” Le parole dello scrittore statunitense Kurt Vonnegut, suonano oggi profetiche. Mai, infatti, come in questo momento storico la diffidenza, il sospetto, l’ingiuria, la tracotanza e l’inganno hanno avuto tanta possibilità di esprimersi e ciò che più conta, di farsi pervasivi.

L’odio palpita nei bit, si è fatto denso, palpabile, si è fatto cuore nero del dileggio e dell’insulto. È la “banalità del male” che si diffonde a macchia d’olio. Sei con me o contro di me, sei fascista o progressista, bianco o nero. Castano o biondo. Tu sei ricco, sei un ladro. Io sono povero, sono onesto. Tutto si riduce ad A e B senza sintesi possibili.

L’odio abita, circola e cresce in Internet, ma si è trasformato, evoluto, tanto che è stato necessario trovare una nuova espressione per definirlo. Si tratta dell’hatespeech che si caratterizza per quattro nuovi aspetti, in precedenza sconosciuti al mondo della comunicazione di massa: la disinibizione, favorita dalla percezione dell’anonimato; la permanenza dei contenuti d’odio nella rete; il ritorno imprevedibile di un contenuto rimosso e la transnazionalità del web.

Un inedito fenomeno sociale di diffusione dell’odio che si scatena non solo sui temi della politica, della sessualità, del razzismo, della religione, ma anche su contesti più variabili e perfino imprevedibili. È sufficiente una frase pronunciata da qualche personaggio in televisione per scatenare un’ondata di commenti carichi di odio sui social network. Basta lanciare una fake news su scandali o imbrogli vari per generare un’impennata di followers, di parole risentite o di minacce.

Erich Fromm sosteneva che l’umanità è più propensa ad odiare che ad amare e che spesso questo è il frutto di una ferita profonda che genera impotenza. Un dolore intenso che vuole riemergere, uscire, trovare uno sfogo e l’odio è il sentimento che sa colpire, spingere, osare. In fondo, è la magra consolazione della sofferenza. L’illusione di liberarsi da una catena, lasciandosi chiudere da un’altra.

Milan Kundera ha scritto: “la trappola dell’odio, è che ci lega troppo strettamente all’avversario.” L’odio paradossalmente può unificare le prospettive e diventareincapace di distinguere il bene dal male, i vizi dalle virtù. Il vero dal falso. E allora come uscire da questa morsa d’odio crescente, da questa spirale di logica binaria? Semplicemente, ritrovando il buonsenso degli antichi, quando raccomandavano che in medio virtus stat.

Eleuna Varriale

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