La dimensione estetica del potere: riflessioni di Giulio Di Donato


Giulio Di Donato

Estetica. Senza voler neppure per un attimo affrontare il rapporto tra verità e bellezza o tra arte e realtà e senza scomodare il pensiero filosofico, da Baumgarten a Rousseau, da Kant a Hegel, a Nietzsche fino a Benedetto Croce e ad Adorno, in modo infinitamente più modesto, mi limito a qualche riflessione sulla “dimensione estetica” del potere così come da modesti mortali oggi la percepiamo.

Primo Governo De Gasperi,
con Nenni, Togliatti, Lussu e Cattani (fonte Wikipedia)

Parliamo della Politica che più di altri poteri vive di rappresentazione. Sappiamo che la dimensione estetica deve rispettare una coerenza espressiva, di pensiero, di comportamento, senza la quale degenera in finzione, ipocrisia, raggiro.
Nella prima repubblica le ideologie dettavano con esattezza e rigore la dimensione estetica individuale. Einaudi, De Gasperi, Togliatti, Nenni, bastava ascoltarli, vederli, per percepirli come leaders, liberale, cattolico, comunista, socialista, il che non impediva a ciascuno di loro di avere un “privato”, famiglia, vacanze, vita sociale, che tuttavia non si allontanava ma integrava la dimensione estetica percepita: Nenni a Formia e ad Ischia, Togliatti ad Yalta, Einaudi nelle langhe, De Gasperi in Trentino, Andreotti in Alto Adige, Craxi ad Hammamet, Berlinguer a Stintino.

Craxi e Berlinguer (fonte Wikipedia)

Insomma l’ “estetica” della prima repubblica era improntata alla sobrietà, ad una certa riservatezza, ad una coerenza non solo formale. Almeno fino ad un certo punto, perché poi ha cominciato a degenerare e questo ha accelerato la sua dissoluzione. Poi è arrivato Berlusconi e la scena è cambiata. Radicalmente. Nel bene e nel male. Il Cav ha innovato, modernizzato, sdoganato (la destra), introdotto l’alternanza, svecchiato e spettacolarizzato linguaggio e rappresentazione. Ma la politica è diventata schiava dei sondaggi ed è stata pesantemente contagiata da sovranismi e populismi. Si è rannicchiata, chiusa ed ha perso capacità propulsiva.
La sinistra, Occhetto, Prodi, Dalema, non hanno proposto nessuna alternativa all’estetica berlusconiana fatta anche di grande fratello e isola dei famosi, spot, annunci, promesse, prebende, anzi a loro volta ne sono stati contagiati divenendo spesso una brutta copia del berlusconismo. La politica si è impoverita, banalizzata, involgarita.

L’estetica della II repubblica è colorata, colorita, chiassosa, televisiva. La sua sostanza coincide con la sua la sua rappresentazione. Che a volte è stata modesta e volgare. Ma forse, più che un’estetica, si è trattato di un “un estetismo diffuso”, con pregi ed inciampi kitsch. Il vero precipizio estetico, però, è giunto con la terza repubblica, con i governi giallo-verde e giallo-rosso. Guitti e pagliacci in senso circense, scappati di casa di ogni risma e di ogni orientamento, senza arte nè parte, ignoranza, slogan, stupidaggini, hanno alimentato lo spettacolo indecente, del peggiore biennio della storia d’Italia. E abbiamo toccato il fondo non solo con ministri come Toninelli, Bonafede, ma, soprattutto, con Giuseppe Conte, Capo del Governo, oggi, all’opposizione dove gioca da rivoluzionario.
Da avvocato d’affari a premier coi leghisti e coi pdiini a descamisados a “difesa degli ultimi” dalla suite da 2500 euro al giorno del Grand Hotel Savoia di Cortina d’Ampezzo. Nessun moralismo. Ma una dimensione estetica talmente opportunistica che avrebbe bisogno di una radicale “educazione estetica”.

Poi caduto il Conte 2 è arrivato Draghi ed è sembrato per un attimo di essere tornati a quella serietà, sobrietà, competenza, ecc. della migliore prima repubblica. Una dimensione estetica apprezzata in tutto il mondo.
Infine Giorgia. Abile, la Meloni, seria, determinata, fino ad ora ha subito errori e stravaganze altrui ma non ne ha commessi. In continuità con Draghi, ma senza rinunciare a tratti identitari compatibili (ed in parte condivisibili), fino ad ora ha superato gli ostacoli.
Ma per una sua dimensione estetica bisognerà attendere.

Giulio Di Donato

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