Caso Pistorius: deciderà il cronometro! Un sogno olimpico affidato a due contestati pezzi di carbonio.


Non c’è ombra di dubbio che la prossima edizione dei giochi olimpici, che si terrà in Cina a partire dal prossimo 8 agosto, rimarrà agli annali come l’olimpiade delle polemiche, legate soprattutto alla difficile e controversa realtà politica del paese ospitante. Tuttavia, accanto al caso politico, legato alla delicata questione tibetana che ha reso decisamente movimentato il viaggio della fiaccola olimpica, vi è un caso sportivo ed umano che avrebbe sicuramente meritato più attenzione da parte dei media. E’ la vicenda di Oscar Pistorius, giovane atleta sudafricano privo di entrambe le gambe, sostituite con due protesi in fibra di carbonio che gli avevano già consentito di distinguersi nelle Paralimpiadi di Atene 2004 con la vittoria di cinque ori e di un argento.

Piuttosto che le medaglie conquistate alle olimpiadi dedicate ai diversamente abili, a porre  Pistorius alla ribalta delle cronache è stata tuttavia la scelta, senz’altro coraggiosa, di quest’ultimo di confrontarsi con gli atleti “normodotati” in competizioni ufficiali, ovvero i meeting internazionali di Roma e Sheffield del luglio 2007. In seguito a tali partecipazioni, la IAAF (la Federazione Internazionale di Atletica) avviava un’inchiesta per verificare l’incidenza delle protesi sui risultati dell’atleta e stabilire se quest’ultimo potesse ottenere un “ingiusto vantaggio” dall’utilizzo delle sue “gambe artificiali”. I termini della questione, che sembrerebbero a prima vista paradossali data la gravità dell’handicap, possono essere meglio colti dal verdetto del Consiglio della IAFF, reso lo scorso 14 gennaio, tanto ineccepibile sul piano teorico-tecnico quanto odioso e politicamente scorretto su quello umano. Nelle motivazioni della decisione, che escludeva l’atleta dalle competizioni destinate ai “normodotati”, si legge che le protesi utilizzate da Pistorius “dovrebbero essere considerate aiuti tecnici in chiara violazione dell’articolo 144.2″ (articolo del regolamento federale che vieta espressamente “l’impiego di ogni elemento tecnico… che garantisca un vantaggio sugli atleti che non utilizzano lo stesso strumento“). Trascurando la peculiarità della situazione dell’atleta, per il quale “l’aiuto tecnico” è una dolorosa necessità imposta dalla vita, le motivazioni del Consiglio Federale si basavano sull’assunto che le protesi consentirebbero al sudafricano di correre alla stessa velocità dei normodotati con un consumo inferiore di energie, dovuto alla migliore elasticità delle protesi in carbonio rispetto alle caviglie “umane”.

Senza addentrarsi in valutazioni tecniche che sicuramente trascendono le competenze di chi scrive, il verdetto IAAF sicuramente lascia perplessi se si consideri che forse è la prima volta nella storia dello sport che l’handicap è stato si traduca in una situazione di “vantaggio”e gli strumenti per superarlo vengano equiparati a quelli per ottenere l’antisportivo miglioramento dei propri risultati come l’utilizzo di un’attrezzatura non regolamentare o del doping. Nella fattispecie, la rigida applicazione di criteri equitativi della giustizia sportiva, finalizzati a garantire che gli atleti siano sullo stesso piano, ha di fatto comportato la discriminazione e la conseguente esclusione del diverso, che stavolta assume il volto di un ragazzo che si avvale degli strumenti che la scienza oggi offre per rimediare, seppure in parte, al suo handicap. La dimensione “politicamente scorretta” della decisione viene amplificata dal fatto che i tempi dell’atleta non gli consentirebbero di competere per una medaglia olimpica ma solamente, e non è neanche certo, di partecipare ai giochi (il suo primato sui 400 metri è 46’56” contro i 45’55” necessari per qualificarsi alle olimpiadi, mentre per la staffetta è sufficiente la sola convocazione da parte della nazionale).

Consapevole forse di tale ultimo aspetto, il 16 maggio scorso il Tribunale Arbitrale dello Sport di Losanna, al quale Pistorius aveva proposto appello verso la decisione della IAAF, ha ritenuto “che al momento non esistono elementi scientifici sufficienti per dimostrare che Pistorius tragga vantaggio dall’uso delle protesi” e che pertanto non vi sono condizioni ostative alla sua partecipazione alle competizioni ufficiali della IAAF. Nella propria pronunzia, tuttavia, la commissione del Tribunale arbitrale di Losanna evidenziava che la decisione riguarda solo Oscar Pistorius e solo l’uso di quel tipo di protesi, non escludendo pronunzie diverse qualora in futuro, con le nuove conoscenze scientifiche, si dimostri che le protesi diano un vantaggio di natura metabolica o biomeccanica rispetto agli altri atleti. Una soluzione di compromesso, quindi, che non si può fare a meno di condividere.

Adesso che ogni impedimento burocratico della giustizia sportiva è stato rimosso, all’atleta sudafricano non resta che l’ultima battaglia contro il cronometro, cercando di migliorare i suoi tempi e conquistare in pista un biglietto per Pechino. E’ tuttavia indiscutibile che la vera sfida Pistorius l’abbia già abbondantemente vinta, dimostrando al mondo, per usare le sua parole, di non essere un disabile ma soltanto un “uomo senza gambe”.

marzo 2008

Avv. Mauro Fusco

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