La Cassazione penale a rischio di suggestioni civilistiche


“Il principio del neminen laedere costituisce il fondamento sia della responsabilità aquiliana che della responsabilità penale colposa. Colui che ha la normale disponibilità di una cosa è tenuto a osservare gli obblighi cautelari di comune prudenza prima di affidarla ad altri. L’adempimento di tali obblighi assume particolare pregnanza nei casi in cui la cosa risulti di per sé destinata all’impiego da parte di altre persone diverse dal possessore o sia custodita in spazi non soggetti alla continua sorveglianza di quest’ultimo. (Fattispecie in cui il possessore di un’autovettura – e titolare di un’autoscuola – è stato ritenuto penalmente responsabile delle lesioni subite da un meccanico il quale, nel verificare il corretto funzionamento del pedale della frizione, era stato punto dall’ago di una siringa conficcato nel tappetino posto sotto il sedile di guida)(Cass., Sez. IV, 31.1 – 3.4.2008, n. 13943)

La pronuncia in rassegna affronta il delicato rapporto intercorrente fra la colpa penale e quella civile posta a fondamento delle diverse figure di responsabilità aquiliana, declinazioni dell’art. 2043 c.c.

Nella specie, l’imputata era stata condannata nei due gradi di merito per il reato di lesioni colpose, per la ferita occorsa a un meccanico durante la verifica del corretto funzionamento del pedale della frizione dell’auto della prevenuta, causata dall’ago di una siringa conficcato nel tappetino posto sotto il sedile di guida.

Il cross over di imputazione responsabilitaria surrettiziamente operato dalla Suprema Corte prende le mosse dalla considerazione che il principio del neminen laedere è sotteso sia alla colpa penale che a quella civile.

Nondimeno, la Corte, pur patrocinando il principio dell’unitarietà sostanziale della colpa, rileva ineliminabili differenze operative a seconda ci si trovi in campo civile piuttosto che in campo penale. In particolare, si allude al fatto che nel processo penale non si applica la regula iuris di derivazione civilistica che presiede alla distribuzione degli oneri probatori.

Dopo tali premesse di ordine generale, il Supremo collegio, sposando le conclusioni dei giudici del merito, chiarisce che il richiamo dell’art. 2051 c.p., a mente del quale “Ciascuno è responsabile delle cose che ha in custodia, salvo che provi il caso fortuito”, trova ragione unicamente nella particolare pregnanza dei doveri cautelari incombenti sul custode. I successivi passaggi motivazionali, tuttavia, sconfessando tale affermazione di principio, tentano maldestramente di camuffare sotto le spoglie della colpa generica il meccanismo d’imputazione intrinseco all’art. 2051 c.c.

Si osserva, infatti, che “la pertinenza della cosa produttiva dell’evento lesivo all’area di normale disponibilità del soggetto, non può non determinare una valutazione particolarmente attenta dell’osservanza, da parte dello stesso, degli obblighi cautelari sanciti dalle comuni regole di prudenza”.  Poi, si esclude la ricorrenza di un caso fortuito utile a dispensare da responsabilità penale l’agente, atteso che “un controllo mediamente diligente avrebbe permesso di rilevarne l’esistenza (dell’ago, Ndr)”. Appare evidente che il modello di imputazione posto a premessa delle argomentazioni del giudice della nomofilachia è quello descritto nel 2051 c.c.

Tuttavia, è necessario chiarire che l’art. 2051 c.c. ha poco a che fare con la colpa, poiché, secondo la più autorevole dottrina civilistica (Alpa, Bessone), rappresenta un’ipotesi di responsabilità oggettiva, atteso che il limite di responsabilità ivi previsto è l’esistenza del caso fortuito e in genere si esclude che il limite del fortuito si identifichi con l’assenza di colpa.

Inoltre, come rilevato dalla difesa della ricorrente, nel caso de quo, pare censurabile chiamar in gioco l’art. 2051 c.c. Tale disposizione presuppone situazioni in cui il custode risponde dei danni derivanti dall’intrinseco dinamismo della cosa (si pensi alla caduta in una fossa di calce viva). Nel caso de quo è discutibile che l’individuazione dell’ago possa farsi rientrare negli obblighi di diligenza gravanti su chi possiede un’autovettura, dovendo questi circoscriversi alla funzionalità degli impianti propri del mezzo, quali l’efficienza del sistema frenante ovvero l’integrità dei cristalli.

Diverso il caso del possessore d’auto che, per professione o svago, abbia a che fare con punte, aghi o strumenti da taglio e, imprudentemente, affidi detto bene senza averlo previamente bonificato. Nella specie, pertanto, sarebbe stato più calzante invocare l’art. 2043 c.c., in considerazione di un generale obbligo di cautela omissivamente trasgredito dall’imputata. Tale scelta avrebbe reso più coerente, ancorché non meno criticabile, l’asserita contiguità fra colpa civile e colpa penale. In ogni caso, non sono persuasive le considerazioni fattuali addotte a prova della condotta imprudente della ricorrente. La circostanza che il bene sia fruito da terzi o che sia parcheggiato nottetempo lungo la pubblica via, con il rischio di utilizzo da parte di qualche sbandato, non può giustificare l’accollo alla proprietaria degli esiti offensivi che ne derivano.

Gravare un consociato di siffatto fardello di cautele significa schiacciarlo sotto il peso di una responsabilità oggettiva. Tale rilievo consente di evidenziare i limiti teorici e i rischi operativi che inficiano la pronuncia in commento.

In primo luogo, si osserva che la concezione unitaria della colpa, sebbene propugnata da molti studiosi (Altavilla, Visintini) e da altrettanti precedenti di legittimità, presta il fianco a delle critiche. Tale accostamento teorico riposa sull’assunto che l’accertamento della colpa civile e di quella penale risponderebbe agli stessi criteri desumibili dall’art. 43 c.p. Tuttavia, ad avviso di altri autori (Zeno Zencovich), tale impostazione non soddisfa. Segnatamente, non può sottacersi che i criteri d’imputazione dell’illecito civile sono stati al centro di un processo di oggettivizzazione della colpa, mentre in ambito penalistico ci si sforza sempre di recuperare un profilo di personalizzazione dell’addebito, in ossequio al disposto di cui all’art. 27, comma 1°, c.p. Secondo recente dottrina (Berti), l’argomento decisivo che incrina la teoria unitaria della colpa, con conseguente differenziazione del meccanismo ascrittivo di responsabilità colposa secondo l’ambito operativo di riferimento, si obiettiva nell’osservazione che il giudicato penale si forma solamente sul fatto, cioè sui profili oggettivi del reato: condotta, evento e nesso causale. In altre parole, il giudice civile può riesaminare il fatto per accertare la sussistenza della colpa dal punto di vista civilistico.

Il rischio che affiora dalla motivazione della sentenza in commento, invece, è che si definiscano i contorni dell’agente modello sugli estremi di un titolo oggettivo di imputazione (art. 2051 c.c.).

In tale occasione, infatti, la Corte trascura di considerare che, in ambito penale, la natura normativa del giudizio colposo è duplice. Da un lato, esiste una componente oggettiva che impone il dovere di evitare l’evento dannoso o pericoloso, dall’altro, un profilo soggettivo che rende esigibile la condotta doverosa condizionatamente alla concreta possibilità, da parte dell’agente, di evitare l’offesa.

Proprio questo elemento di concretezza consente di lumeggiare la sottile linea di confine che separa i due diversi titoli d’imputazione: colpa (art. 42, comma 2°, c.p.) e responsabilità oggettiva (art. 42, comma 3°, c.p.).

Per dare corpo a tale fattore dirimente si invoca la figura dell’agente modello o homo eiusdem professionis et condicionis che esercita la stessa attività da qualificare, alla luce delle contingenze che caratterizzano la vicenda.

Nel caso in oggetto, quindi, ci si chiede se il proprietario ‘medio’ di un’auto deputata all’addestramento degli aspiranti automobilisti sia tenuto, prima della consegna della stessa per la manutenzione, alla verifica della sussistenza di fattori di rischio extrameccanici. Ci si interroga, poi, se alla luce del parametro dell’agente modello, ci si potesse concretamente attendere dall’imputata un comportamento diverso. Fornire una riposta affermativa ai quesiti significherebbe ampliare in modo incontrollato e a dismisura il novero della cautele gravanti in capo a quel determinato soggetto, mettendo seriamente in crisi il principio di colpevolezza che contrassegna il nostro sistema penale.

Nondimeno, nella sentenza in commento, la Suprema Corte pare essere giunta proprio a tale esito attraverso il mascheramento di un’imputazione dell’offesa a titolo di responsabilità oggettiva pura sotto i generosi tratti di una colpa generica.

marzo 2008

Avv. Yuri Russo

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