LA CRIMINALIZZAZIONE DELLO STALKING. ALCUNE RIFLESSIONI SULLO SCHEMA DI DISEGNO DI LEGGE RECANTE “MISURE CONTRO GLI ATTI PERSECUTORI”


Il 18 giugno del 2008 è stato approvato dal Consiglio dei Ministri lo schema di disegno di legge nel quale sono predisposte misure idonee a contrastare gli atti persecutori. Segnatamente, il provvedimento mira, attraverso l’introduzione nel nostro codice penale dell’art. 612 bis[1] (Atti persecutori), a criminalizzare il fenomeno noto come stalking

Il termine inglese allude a una costellazione di comportamenti, minacciosi o molesti, ripetuti e persistenti nel tempo, che gettano la persona che ne è vittima in uno stato di ansia o di timore per la propria incolumità o per quella di persone che gravitano nella sua sfera affettiva, determinandola finanche a modificare il proprio stile di vita.

Gli studi più significativi sullo stalking sono offerti dalla letteratura psichiatrica.

Alcuni autori (Mullen, Pathé, Purcell, Stuart) hanno enucleato due categorie comportamentali attraverso le quali si manifestano le condotte persecutorie.

La prima si riferisce alle comunicazioni intrusive. Esse si traducono in comportamenti dell’agente volti a trasmettere alla vittima messaggi sulle proprie emozioni, bisogni, impulsi, desideri o intenzioni, di natura affettiva-amorosa ovvero di odio, rancore o vendetta, tramite telefonate, sms, mms, e-mail o addirittura murales

La seconda categoria di condotte è costituita dai contatti. Essi possono essere attuati attraverso comportamenti di controllo indiretto, per lo più pedinamenti, ovvero mediante atteggiamenti di confronto diretto, visite a casa o nel luogo di lavoro. Nella realtà, lo stalking si manifesta in forme miste, in cui alla prima tipologia, in genere, segue la seconda.

Alla stregua dell’osservazione empirica si sono isolati tre indici che consentono di distinguere lo stalking da condotte simili (Galeazzi, Curci).

L’autore della molestia (stalker) agisce nei confronti di un soggetto designato come vittima in virtù di un investimento ideo-affettivo, che poggia su un legame relazionale reale oppure totalmente o parzialmente immaginato.

La condotta di stalking si manifesta attraverso una serie di comportamenti incentrati sulla comunicazione e/o sul contatto, ma, in ogni caso, connotati dalla ripetizione, insistenza, intrusività.

La pressione psicologica esercitata dalla condotta coartante dello stalker pone la vittima in uno stato di allerta e stress psicologico. Detti vissuti psicologici derivano sia dalla percezione dei comportamenti persecutori come sgraditi, intrusivi, molesti sia dalla preoccupazione per la propria incolumità fisica.

Si ritiene che tali forme di persecuzione non si inquadrino necessariamente in una cornice di vera e propria patologia mentale.

Le motivazioni che sospingono verso comportamenti molesti possono essere differenti fra loro.

A tale conclusioni si è giunti in seguito all’analisi del profilo psicologico di alcuni molestatori sulla scorta della quale sono state distinte cinque tipologie di stalker.

Una prima tipologia è “il risentito”. Il suo comportamento è dettato dalla volontà di vendicarsi di un danno o un torto che ritiene di aver subito.

Una seconda tipologia è “il bisognoso d’affetto”, vale a dire colui che attraverso un contegno persecutorio ricerca una relazione o attenzioni che riguardano l’amicizia o l’amore.

Una terza tipologia è “il corteggiatore incompetente”. Tale soggetto tiene un comportamento alimentato dalla sua scarsa o inesistente competenza relazionale che si traduce in atteggiamenti opprimenti, a volte anche aggressivi e villani.

Esiste, poi, “il respinto”, un persecutore che diventa tale a causa di un rifiuto. Normalmente, si tratta di un soggetto con cui la vittima ha intrattenuto una relazione sentimentale, che non accetta l’idea dell’abbandono ovvero è mosso dal desiderio di vendicarsi. Nella prospettiva di tale figura di molestatore la persecuzione rappresenta una forma di relazione che rassicura rispetto alla perdita totale, percepita come intollerabile.

Infine, è stato delineato lo stalker “predatore”, cioè un molestatore che ambisce ad avere rapporti sessuali con la vittima che, a tal fine, può essere, pedinata, inseguita e spaventata.

Il fenomeno ha assunto nel mondo anglossassone dimensioni così preoccupanti da imporre la necessità di una espressa disciplina normativa a tutela delle vittime sin dagli anni Novanta del secolo scorso.

Anche nel nostro Paese la recrudescenza del fenomeno, in uno con l’inadeguatezza del quadro normativo a repressione di tali condotte criminose, ha reso necessaria l’elaborazione di una fattispecie ad hoc.

Già nella scorsa legislatura, il 15 gennaio 2008, nell’ambito del più ampio “pacchetto antiviolenza”, era stato approvato dalla commissione giustizia della Camera dei Deputati il disegno di legge relativo al reato di atti persecutori.

Lo schema del disegno di legge licenziato lo scorso 18 giugno ne riprende le linee di fondo.

In prospettiva esegetica, l’art. 612 bis c.p. è inserito nel titolo dedicato ai delitti contro la libertà morale.

La disposizione si apre con una clausola di riserva relativamente indeterminata, che fa salva l’applicazione di reati più gravi.

I limiti edittali di pena, da sei mesi a quattro anni di reclusione, manifestano la volontà di reprimere severamente le condotte di molestia che, attualmente, in mancanza di contenuti ingiuriosi, diffamatori o minatori, sono blandamente punite a titolo contravvenzionale (art. 660 c.p.).

La fattispecie oggettiva, incriminando condotte reiterate di minaccia o molestia, esprime la natura di reato abituale a forma libera dell’art. 612 bis c.p.

Il disvalore del fatto si obiettiva nella produzione di un triplice ordine di eventi naturalistici fra loro alternativi: perdurante e grave stato d’ansia o paura, fondato timore per l’incolumità propria o di persona legata al soggetto passivo da relazione affettiva ovvero alterazione delle scelte o abitudini di vita della vittima. Tale scelta, tuttavia, non va esente da censura. Invero, promuovendo a elementi costitutivi di fattispecie stati d’animo o opzioni di vita della vittima, si rischia di creare un deficit di determinatezza che potrebbe determinare l’incostituzionalità della disposizione. Nel medesimo alveo problematico si pone, poi, l’incerta locuzione “… relazione affettiva …”.

Il comma 2° prevede un’aggravante a effetto comune qualora il fatto sia commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata alla vittima da relazione affettiva.

Rispetto alla prima categoria di soggetti, non pare ragionevole condizionare l’applicazione dell’aggravante alla circostanza che sia legalmente mutato l’assetto dei rapporti fra l’agente e la persona offesa. In altri termini, ci si chiede, ad esempio, perché non stigmatizzare con un aggravamento di pena la condotta di chi, rifiutando la fine della relazione sentimentale, molesti il coniuge che abbia proposto ricorso per separazione al fine di costringerlo alla conciliazione in occasione dell’udienza presidenziale.

La seconda categoria di soggetti, invece, ripropone l’estrema vaghezza definitoria già rilevata al comma 1°, ancor più criticabile in considerazione dell’aumento di pena che potrebbe derivare dalla sussunzione del soggetto attivo in un insieme dai contorni così sfumati.

Il comma 3° prevede un aumento della pena sino alla metà nelle ipotesi in cui il fatto sia commesso a danno di un minore o al ricorrere delle condizioni previste nell’art. 339 c.p.

In linea con la collocazione del delitto nel titolo posto a presidio della libertà morale, il reato è perseguibile a querela, salvo che ricorrano le circostanze aggravanti di cui al primo e secondo capoverso nonché quando il fatto sia connesso con altro delitto procedibile d’ufficio ovvero commesso da soggetto ammonito dal questore. L’ammonimento è normativizzato nell’art. 2 dello schema di disegno di legge. Fintanto che non è proposta querela, infatti, la persona molestata può esporre i fatti al questore avanzando istanza di ammonimento nei confronti dell’autore del condotta.

Il questore, qualora ritenga fondata la richiesta, ammonisce oralmente l’agente, invitandolo a tenere una condotta conforme alla legge, eventualmente adottando provvedimenti restrittivi in materia di armi e munizioni. La previsione, per un verso, attua il principio di sussidiarietà della sanzione penale relegata a extrema ratio di tutela, per l’altro, risponde a valutazioni di opportunità pratica rimesse alla persona offesa. Nei casi in cui i protagonisti della vicenda, ad esempio, siano colleghi di lavoro aventi un rapporto quotidiano si offre la possibilità di non esacerbare, con l’apertura di un procedimento penale, le tensioni relazionali già presenti. 

Il disegno di legge prevede modifiche anche al codice di procedura penale. Le più salienti riguardano i mezzi di ricerca della prova, ammettendo l’uso delle intercettazioni nei procedimenti relativi al reato di atti persecutori e le misure cautelari personali, introducendo una nuova ipotesi: l’art. 282 ter c.p.p. (Divieto di avvicinamento ai luoghi frequentati dalla persona offesa).

Concludendo, deve certamente accogliersi con favore il tentativo di assicurare una forte tutela penale ai soggetti, soprattutto donne, quotidianamente vittime di condotte persecutorie. Nondimeno, si dubita che la fattispecie di cui all’art. 612 bis c.p., come elaborata nel disegno di legge commentato, sia la risposta definitiva alle incalzanti istanze di difesa. Non resta che monitorare l’iter parlamentare cui andrà incontro il provvedimento. 

  settembre 2008

Avv. Yuri Russo


[1] Art. 612 bis.  Atti persecutori. Salvo che il fatto costituisca più grave reato, è punito con la reclusione da sei mesi a quattro anni chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato d’ansia o paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie scelte o abitudini di vita.

La pena è aumentata se il fatto è commesso dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva.

La pena è aumentata fino alla metà se il fatto è commesso ai danni di un minore ovvero se ricorre una delle condizioni previste dall’art. 339 c.p.

Il delitto è punito a querela della persona offesa. Si procede tuttavia d’ufficio nei casi previsti dal secondo e dal terzo comma, nonché quando il fatto è connesso con altro delitto per il quale si deve proceder d’ufficio ovvero quando il fatto è commesso da soggetto ammonito ai sensi dell’art. 2.

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