Legge e manipolazione del pensiero


Il Parlamento spagnolo, con la  legge 13/2005, ha legalizzato il matrimonio tra persone dello stesso sesso, equiparandolo a quello tradizionale e consentendo l’adozione congiunta di un bambino da parte delle coppie omosessuali, o la co-adozione, ovverosia l’adozione da parte del coniuge della madre o del padre del bambino.

Espressioni come “uomo” e “donna”, “padre” e “madre”, “marito” e “moglie”, “sposo” e “sposa” sono state cancellate dall’ordinamento giuridico spagnolo e sostituite  con locuzioni quali “coniugi”, “consorte” e “progenitori”.

La riforma varata da Zapatero, malgrado le numerose critiche di cui è stata fatta oggetto, è sostanzialmente legittima; è il metodo utilizzato per vararla ad apparire – al contrario – illegittimo.

L’articolazione del pensiero, infatti, presuppone l’uso della parola, sia essa pensata, parlata, scritta o espressa col linguaggio dei sordomuti. Senza il linguaggio che socializza i pensieri, non sarebbe possibile pensare, come senza pensiero sarebbero impossibili il linguaggio interiore ed esteriore. Il pensiero precede, anzi crea la parola, ma la parola, a sua volta, è creatrice di pensiero, perché la parola creata torna al pensiero, lo precisa, lo arricchisce, lo sviluppa.

Come Schleiermacher ha, acutamente, affermato : “Ogni essere umano è, da una parte, in potere della lingua che parla; lui e tutto il suo pensiero ne sono un prodotto. Non può, con completa certezza, pensare nulla che stia al di fuori dei limiti della lingua. La forma dei suoi concetti, il modo e il mezzo di connetterli sono delineati per lui dalla lingua in cui è nato ed è stato istruito; intelletto e immaginazione ne sono legati (cfr. F. Schleiermacher, Über die verschiedenen Methoden des Übersetzens).

“In principio era il Logos”, afferma l’evangelista (Giov, 1:1).

Nel secolo scorso, due linguisti statunitensi, Edward Sapire e B.L.Whorf proposero l’ipotesi che la lingua non solo esplicitasse il pensiero, ma lo condizionasse. Sarebbe la lingua a permetterci di dire certe cose e non altre. Da qui a sostenere che se non disponiamo delle parole specifiche non possiamo affermare determinate realtà, e che queste di conseguenza, non esistono, il passo è breve. Secondo questa posizione per la quale la lingua determina la realtà, ad ogni mutamento della realtà deve corrispondere un mutamento della lingua secondo un rapporto di biunivocità significante-significato che impregna tutto il processo comunicativo (cfr. E. Sapir, Il linguaggio; B. Whorf, Linguaggio, pensiero e realtà ).

Orbene, il mutamento della lingua non può che avvenire spontaneamente. In caso contrario si finisce nell’ipocrisia del linguaggio cosiddetto “politically correct” il quale muta nome alle cose mantenendone però invariata la sostanza, adopera eufemismi e termini socialmente “accettabili” per definire realtà che non lo sono, spingendo il soggetto  che lo utilizza ad auto-convincersi che le cose siano mutate solo perché esse vengono chiamate in un modo diverso da prima.

Tuttavia, il “politicamente corretto”, sorto con lo scopo di riconoscere, anche simbolicamente, pari dignità alle diverse componenti sociali ed etniche esistenti in società complesse come quelle occidentali, si limita semplicemente ad un riesame del lessico, varando termini “politicamente corretti”, che escludano sottintesi denigratori, che suggeriscano un’idea di prevalenza maschile nella società, o anche che sottintendano un’inferiorità rispetto ad uno standard, ai quali andrebbero invece preferiti vocaboli che suggeriscano solo un’idea di “diversità”, ma mai d’inferiorità.

Nel caso della Legge 13/2005 si è andati  ben oltre.

Ed invero, la legge spagnola non ha introdotto termini “alternativi”, ma ha cancellato tout court i termini originari, senza che nella società si fossero verificati cambiamenti culturali tali da giustificare un mutamento lessicale di tale portata. Al contrario, l’intento è quello di produrre dall’alto un mutamento culturale attraverso la cancellazione delle parole, ossia del pensiero. E ciò non solo è assolutamente illegittimo, ma anche potenzialmente pericoloso per la democrazia.

Nel racconto “1984” George Horwell, descrive uno stato utopico chiamato “Oceania”, fondato sull’ideologia del “socing”, il socialismo inglese, e retto da un dittatore, “il grande fratello”, onnisciente ed onnipotente.

Tutti sono sorvegliati da telecamere e una spietata polizia segreta, chiamata “psicopolizia” è pronta ad intervenire al minimo sospetto di “psicoreato”. La coscienza del partito permea le coscienze di tutti gli abitanti di Oceania, suscitando in essi un senso di colpa al solo pensiero di violare i principi del socing. L’arma attraverso cui il Grande Fratello esercita questo immenso potere sulle masse è la “Neolingua”.

La Neolingua è un sistema linguistico arbitrariamente elaborato dai tecnici del Partito, in cui ogni termine assume solo ed esclusivamente il significato che appare più compatibile con i dogmi del socing.

Atteso che la grammatica di una lingua è la guida dell’attività mentale umana, le trasformazioni linguistiche poste in essere dal Partito-Stato hanno la funzione di impedire qualunque visione o interpretazione della realtà differente da quella ortodossa.

Orwell, nel racconto, fa parlare così i linguisti scelti dal partito per l’elaborazione della Neolingua:” Giunti che saremo alla fine, renderemo il delitto di pensiero, ovvero lo psicoreato, del tutto impossibile perché non ci saranno parole per esprimerlo”.

 marzo 2008

Avv. Alfonso Emiliano Buonaiuto

 

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