Mobbing familiare: la violenza celata!


senza-nomeLa famiglia, purtroppo, quale prima cellula del complesso meccanismo sociale è spesso teatro di violenze ed abusi a danno del coniuge più debole e dei figli. Come è noto a qualsiasi giurista o operatore del diritto,  all’interno di essa, le condotte delittuose, mascherate da atteggiamenti di copertura, eludono prima facie qualsiasi sospetto di comportamento persecutorio.

Agli inizi degli anni 70 il famoso etologo Konrad Lorenz  coniò il termine MOBBING per rappresentare il comportamento di alcuni animali che circondano in gruppo un proprio simile al fine di estrometterlo dal branco. Questo termine è stato poi utilizzato dal mondo giuridico per descrivere tutta quella serie di comportamenti volti a soffocare la personalità  del lavoratore con angherie e vessazioni, persecuzione e forme varie di ostruzionismo. Tali atteggiamenti possono  danneggiare la vittima ingenerando gravi conseguenze che il più delle volte  sfociano in una vera e propria patologia psichiatrica che si compone di una variegata sintomatologia ansioso- depressiva con conseguenti perdita di autostima, depressione, insonnia, isolamento; nonchè ripercussioni anche fisiche dalla cefalea, tremore, tachicardia alla  dermatosi, gastrite e sudorazione fredda. Il mobbing non è una malattia ma può esserne la causa.

Nel 2001 per la prima volta fu aperto un dibattito in tema di mobbing in sede comunitaria.Uno dei primi riferimenti normativi fu la risoluzione proposta dal Parlamento europeo sul mobbing sul posto di lavoro (2001/2339(INI)).  Ad essa non ha fatto seguito una direttiva europea, che obbligasse gli Stati membri a legiferare in tema di mobbing. Non esistendo, pertanto, in Italia una legge in materia, non è possibile configurare il mobbing come specifico reato a sé stante. Gli atti di mobbing possono però rientrare in altre fattispecie di reato, previste dal codice penale, quali le lesioni personali gravi o gravissime, anche colpose che sono perseguibili di ufficio. Il legislatore, inoltre, disciplina il risarcimento del danno biologico  e altre voci di danno  associabili tutte  e derivanti da situazioni di mobbing.

Secondo l’avviso della Corte Costituzionale, infatti, gli atti posti in essere possono risultare “se esaminati singolarmente, anche leciti, legittimi o irrilevanti dal punto di vista giuridico”, assumendo, purtuttavia, “rilievo quali elementi della complessiva condotta caratterizzata nel suo insieme dall’effetto”e risolvendosi, normalmente, in “disturbi di vario tipo e, a volte, patologie psicotiche, complessivamente indicati come sindrome da stress postraumatico” (Corte Cass. Sent. N. 359 del 19.12.2003)..

L’esistenza della lesione del bene protetto e delle conseguenze che essa comporta deve essere valutata nel complesso degli episodi dedotti in giudizio come lesivi, considerando l’idoneità offensiva della condotta, che può essere dimostrata, per la sistematicità e durata dell’azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa (Corte di Cassazione, sentenza n. 4774 del 6 marzo 2006).

Interpreti ed operatori del diritto hanno cominciato a parlare di “Mobbing Familiare”, per descrivere una frequente pratica,  ad ampio contenuto denigratorio nonché persecutorio volta alla distruzione della personalità altrui. I singoli atti posti in essere dal mobber di per sé possono anche non avere contenuto illecito ma, inseriti in una serie  sistematica e continua, provocano ansia ed angoscia nella vittima sino a lederne lentamente l’equilibrio psichico. Recenti studi e ricerche hanno analizzato svariati casi di mobbing familiare. Frequente quello che coinvolge la famiglia in regime di separazione, qualora il coniuge/mobber operi sistematicamente per minare il legame affettivo del minore con l’altro coniuge . Abituale la serie di strategie “persecutorie” adottate da parte di uno dei coniugi nei confronti dell’altro, allo scopo di costringere quest’ultimo a lasciare la casa coniugale o ad acconsentire, ad esempio, a una separazione consensuale, pur di chiudere rapporti coniugali fortemente conflittuali.

Occorre ricordare, poi, che tale fenomeno è vieppiù frequente  nonchè altamente deleterio nei nuclei familiari apparentemente stabili, ove un unico genitore prende le decisioni per tutta la famiglia, soffocando la volontà degli altri componenti ed annullando il ruolo dell’altro genitore all’interno della famiglia stessa. In questi casi si assiste ad una vera e propria denigrazione dell’altro coniuge – genitore di fronte al figlio, con attribuzione di epiteti di scherno, controllo continuo sulle modalità di ordinaria gestione familiare ed altrettanti atteggiamenti lesivi.

 

La legge n. 56/2006 in tale ambito, all’articolo 709 – ter, dispone che il giudice, in caso di “gravi inadempienze o di atti che comunque arrechino grave pregiudizio” possa assumere i provvedimenti ritenuti opportuni a disporre il risarcimento del danno a carico del genitore “colpevole” a favore dell’altro e/o del minore. Con le sanzioni penali dell’art. 709 ter c.p.c., il legislatore ha inteso introdurre strumenti di coazione e di forte efficacia dissuasiva al procrastinarsi dell’inadempimento, inducendo la parte a un comportamento “virtuoso”. Il rimedio del risarcimento del danno, tuttavia, è caratterizzato da duplice natura e finalità, trattandosi sia di mezzo  di coazione volto a far cessare il comportamento illecito del genitore sia di mezzo di reintegrazione di un grave pregiudizio ( Tribunale di Reggio Emilia, 5.11.2007). È inoltre, prevista, una tutela semi preventiva ( art. 342 – bis c.c.); una tutela risarcitoria ex art. 2043 c.c. ed anche la richiesta di separazione con addebito.Relativamente alla possibilità dell’addebitabilità della separazione, la Corte di appello di torino del 2000 per la prima volta si interessata al problema, riconoscendo l’addebitabilità della separazione per colpa al marito che, con atteggiamenti vessatori e persecutori ha reso impossibile ed improseguibile la convivenza. Integra fattispecie del mobbing familiare il comportamento del marito che rifiuti ogni cooperazione con l’altro coniuge, unitamente all’esternazione reiterata di giudizi offensivi, ingiustamente denigratori e svalutanti ( anche sul piano della gradevolezza estetica) della moglie nell’ambito del suo nucleo parentale ed amicale, nonchè alle insistenti pressioni con cui inviti il partner ad andarsene di casa. L’importanza dell’assunto è quanto mai evidente. Perchè si possa ottenere il risarcimento del danno, è necessario provare il nesso causale tra la condotta lesiva e l’effetto conseguenza prodotto. Deve farsi, naturalmente, riferimento ad un danno irreversibile alla salute alla vittima accompagnato da accertamenti medici che siano in grado di provare il nesso causale tra l’attività del “mobber” e la sua vittima. In realtà appare ancora più difficile dimostrare l’effettivo danno in corso di giudizio ( il mobbing è costituito da pressioni psicologiche più che fisiche). Utile potrebbe rilevarsi una C.T.U. che accertandosi della sensibilità dei coniugi considerando il contesto socio – ambientale ove essi vivono e verificando le modalità e le frequenze dei fatti, potrebbe individuare il tipo di intolleranza atta a far cessare la convivenza. In ambito penale il legislatore tutela i maltrattamenti in famiglia ( art. 572 c.p.): il reato di violazione degli obblighi di assistenza familiare, previsto dall’art. 570 c.p., comprende anche le condotte violatrici delle esigenze di assistenza morale; ne consegue pertanto che commette tale reato colui che si disinteressa completamente dell’altro coniuge, rendendosi inadempiente nei suoi confronti circa gli obblighi di assistenza morale connessi alla sua qualità di coniuge  ( Cassazione Penale 24.07.2007 n. 30151).

Ebbene, ai fini di una corretta  valutazione di mobbing familiare,è necessaria accertare la sussistenza di una serie di condizioni:

1. violazione del  “diritto alla qualità della vita” e/o alla libera determinazione della personalità, con modificazioni peggiorative nella sfera personale del soggetto leso. Il rispetto della dignità e della personalità, nella sua interezza, di ogni componente del nucleo familiare assume il connotato di un diritto inviolabile, la cui lesione da parte di altro componente della famiglia costituisce il presupposto logico della responsabilità civile, non potendo da un lato ritenersi che i diritti definiti inviolabili ricevano diversa tutela a seconda che i titolari si pongano o meno all’interno di un contesto familiare ( Cass. Sezione I civile, Sentenza 10.05.2005 n. 9801) ;

2.  ingiustizia del danno. Occorre procedere  ad una comparazione tra le posizioni delle parti, verificando in concreto, caso per caso. In realtà non è l’inadempimento in sé ai doveri coniugali che integra un ipotesi di danno ingiusto quanto piuttosto quelle condotte trasgressive poste in essere da un coniuge, determinanti la lesione di interessi meritevoli di tutela dell’altro (quali ad esempio la salute fisica e psichica, la dignità e la reputazione);

3.nesso di causalità tra comportamento lesivo del marito e danno della moglie; 4.  consecutività temporale tra comportamento lesivo e danno. La reiterata violazione, in assenza di una consolidata separazione di fatto dell’obbligo della fedeltà coniugale, particolarmente se attuata attraverso una stabile relazione extraconiugale, rappresenta una violazione particolarmente grave dell’obbligo della fedeltà coniugale che, determinando normalmente l’intollerabilità della prosecuzione della convivenza, deve ritenersi di regola causa della separazione personale dei coniugi e quindi circostanza sufficiente a giustificare l’addebito della separazione al coniuge che ne è responsabile semprechè non si constati la mancanza di nesso causale tra infedeltà e crisi coniugale mediante un accertamento rigoroso ed una valutazione complessiva del comportamento di entrambi i coniugi da cui risulti la preesistenza di una crisi già irrimediabilmente in atto in un contesto caratterizzato da una convivenza meramente formale ( Cassazione Sezione I civile, Sentenza 9.06.2000 n 7859).

L’orientamento giurisprudenziale dominante ascrive al danno da mobbing il danno biologico, il danno morale, il danno esistenziale,il danno patrimoniale,il danno alla professionalità,il danno alla dequalificazione  (figure del diritto del lavoro), etc.. Tra questi il danno esistenziale è forse quello che maggiormente fornisce identità giuridica alle pratiche da mobbing. Il danno esistenziale (risarcibile in base agli art 2059 c.c. e art. 2 Cost.;), configurandosi come lesione del diritto al libero dispiegarsi delle attività umane, alla libera esplicazione della personalità, consiste nel peggioramento o nell’impoverimento della qualità della vita di un individuo derivante dalla lesione di valori fondamentali alla persona, costituzionalmente garantiti, che pregiudica l’effettiva estrinsecazione della personalità del soggetto nel mondo esterno. A differenza del danno biologico, il danno esistenziale non riguarda la lesione del bene salute, bensì il peggioramento oggettivamente riscontrabile delle condizioni di esistenza di un individuo, dovuto ad un non poter più fare, o ad un “diminuito ventaglio delle attività realizzatrici in confronto a ciò che avrebbe potuto fare laddove il fatto ingiusto non avesse avuto luogo”. E’ fondamentale, ai fini risarcitori, che la violazione riguardi interessi di rango costituzionale inerenti alla persona, di contenuto apprezzabile, che si sostanziano nell’alterazione di attività ritenute fondamentali per lo sviluppo e la piena realizzazione della personalità, quali: attività di carattere biologico-sussistenziale, relazioni affettive e familiari, relazioni sociali, attività di carattere culturale e religioso, attività ludiche e sportive. Le modificazioni dei normali ritmi di vita e delle attività quotidiane del danneggiato producono solitamente uno stato di disagio che, pur non sfociando in una vera e propria patologia, incide negativamente sulla qualità della vita del soggetto. La vittima di danno esistenziale può manifestare dei cambiamenti nella personalità, nel proprio modo di essere, dal  disinteresse per attività prima piacevoli ad un maggior affaticamento, dalla tendenza alla passività alla chiusura in se stesso, dai disturbi del sonno alla riduzione delle normali funzioni vitali, ecc.

Qualsiasi evento insomma che, per la portata negativa che ha sulla persona,  può ripercuotersi in maniera consistente e spesso permanente sull’esistenza di questa è danno esistenziale. In quest’ottica riportare il danno biologico – morale- patrimoniale al danno da mobbing appare riduttivo,  considerato che il mobber con la sua condotta ed il suo atteggiamento aggressivi lede la vittima,  minandone la propria sfera esistenziale. Per tali motivi, il danno esistenziale appare senza dubbio, come la figura di danno maggiormente congeniale alla fattispecie di mobbing. Colpendo la persona nella propria dignità, pertanto, è risarcibile  indipendentemente dalla capacità reddituale del soggetto.

Al diritto al rispetto della personalità umana corrisponde il dovere di non ingerenza a carico dei terzi. Questo principio costituzionalmente garantito,  non  trova riscontro nelle milioni di vittime da mobbing che ogni giorno, nel mondo, sperimentano una violenza  da esse stesse sottaciuta, dalle Istituzioni trascurata e dalla Società  sottointesa.

settembre 2008

Avv. Argia di Donato

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