DANNO NON PATRIMONIALE


IL DANNO ESISTENZIALE

Si discute se nell’ambito del danno non patrimoniale possa inserirsi, come categoria autonoma, il danno esistenziale.

1) Teoria dei primi anni ’90 –  Secondo una tesi elaborata in dottrina nei primi anni ‘90 il danno esistenziale era inteso come pregiudizio non patrimoniale, distinto dal danno biologico (all’epoca risarcito nell’ambito dell’articolo 2043 c.c., in collegamento con l’art. 32 Cost.), in assenza di lesione dell’integrita’ psicofisica, e dal c.d. danno morale soggettivo (unico danno non patrimoniale risarcibile, in presenza di reato, secondo la tradizionale lettura restrittiva dell’art. 2059 c.c., in collegamento all’articolo 185 c.p.), in quanto non attinente alla sfera interiore del sentire, ma alla sfera del fare non reddituale del soggetto.

Tale figura di danno nasceva dal dichiarato intento di ampliare la tutela risarcitoria per i pregiudizi di natura non patrimoniale incidenti sulla persona, svincolandola dai limiti dell’articolo 2059 c.c. cercando, così, di supplire ad un vuoto di tutela.

Si affermava che, nel caso in cui il fatto illecito limita le attivita’ realizzatrici della persona umana, obbligandola ad adottare nella vita di tutti i giorni comportamenti diversi da quelli passati, si realizza un nuovo tipo di danno (rispetto al danno morale soggettivo ed al danno biologico) definito con l’espressione “danno esistenziale“.

Il pregiudizio era individuato nella alterazione della vita di relazione, nella perdita della qualita’ della vita, nella compromissione della dimensione esistenziale della persona. Pregiudizi diversi dal patimento intimo, costituente danno morale soggettivo, perche’ non consistenti in una sofferenza, ma nel non poter piu’ fare secondo i modi precedentemente adottati, e non integranti danno biologico, in assenza di lesione all’integrita’ psicofisica.

2) Applicazione esagerata della figura da parte della giurisprudenza di merito – La giurisprudenza di merito, in particolar modo quella dei giudici di pace, ha dato al danno esistenziale ampio spazio, riconoscendolo  in relazione alle piu’ fantasiose, ed a volte risibili, prospettazioni di pregiudizi suscettivi di alterare il modo di esistere delle persone quali ad esempio: la rottura del tacco di una scarpa da sposa, l’errato taglio di capelli, l’attesa stressante in aeroporto, il disservizio di un ufficio pubblico, l’invio di contravvenzioni illegittime, la morte dell’animale di affezione, il maltrattamento di animali, il mancato godimento della partita di calcio per televisione determinato dal black-out elettrico. In tal modo si sono risarciti pregiudizi di dubbia serietà, a prescindere dall’individuazione dell’interesse leso, e quindi del requisito dell’ingiustizia. Si tratta delle c.d. “liti bagattellari” cioè cause risarcitorie in cui il danno consequenziale e’ futile o irrisorio, ovvero, pur essendo oggettivamente serio, e’ tuttavia, secondo la coscienza sociale, insignificante o irrilevante per il livello raggiunto

3) Nuova visione del danno esistenziale conseguente alla lettura costituzionalmente orientata dell’art.2059 c.c.(sentenze gemelle n.8827 e n.8828/2003) – Il pregiudizio di tipo esistenziale, e’ risarcibile solo entro il limite segnato dalla ingiustizia costituzionalmente qualificata dell’evento di danno. Se non si riscontra lesione di diritti costituzionalmente inviolabili della persona non e’ data tutela risarcitoria. Sarà invece riconosciuta se il pregiudizio sarà conseguenza della lesione almeno di un interesse giuridicamente protetto dall’ordinamento.

Viene, così, risarcito, anche in presenza di reato, oltre al danno morale soggettivo anche il danno esistenziale inteso come sofferenza morale determinata dal non poter fare;

In assenza di reato, e al di fuori dei casi determinati dalla legge, il danno esistenziale viene risarcito ogni qualvolta ricorra una lesione di un diritto inviolabile della persona, come nel caso della perdita di un congiunto, del danno estetico, del danno alla vita di relazione.

 

IL DANNO ESISTENZIALE COSI’ COME RIELABORATO DALLE SEZ.UN.. 11/11/2008 n.26972

 Secondo la Sezioni Unite, non meritano tutela risarcitoria, invocata a titolo di danno esistenziale, i pregiudizi consistenti in disagi, fastidi, disappunti, ansie ed in ogni altro tipo di insoddisfazione concernente gli aspetti più disparati della vita quotidiana che ciascuno conduce nel contesto sociale. Si tratta di diritti del tutto immaginari(il diritto alla qualità della vita, allo stato di benessere, alla serenità). Al di fuori dei casi determinati dalla legge ordinaria, solo la lesione seria e grave di un diritto inviolabile della persona concretamente individuato e’ fonte di responsabilità risarcitoria non patrimoniale.

In conclusione, secondo le sezioni Unite “il danno non patrimoniale e’ categoria generale non suscettiva di suddivisione in sottocategorie variamente etichettate. In particolare, non può farsi riferimento ad una generica sottocategoria denominata “danno esistenziale“, perché attraverso questa si finisce per portare anche il danno non patrimoniale nell’atipicità, sia pure attraverso l’individuazione della apparente tipica figura del danno esistenziale, in cui tuttavia confluiscono fattispecie non necessariamente previste dalla norma ai fini della risarcibilità di tale tipo di danno, mentre tale situazione non e’ voluta dal legislatore ordinario ne’ e’ necessitata dall’interpretazione costituzionale dell’articolo 2059 c.c., che rimane soddisfatta dalla tutela risarcitoria di specifici valori della persona presidiati da diritti inviolabili secondo Costituzione” (Cass. n.15022/2005, n. 11761/2006, n. 23918/2006).

Il riferimento a determinati tipi di pregiudizio, in vario modo denominati (danno morale, danno biologico, danno da perdita del rapporto parentale), risponde ad esigenze descrittive, ma non implica il riconoscimento di distinte categorie di danno. E’ compito del giudice accertare l’effettiva consistenza del pregiudizio allegato, a prescindere dal nome attribuitogli, individuando quali ripercussioni negative sul valore-uomo si siano verificate e provvedendo alla loro integrale riparazione.

La sofferenza morale e la fine del c.d. danno morale soggettivo 

Nell’ipotesi in cui l’illecito configuri reato, la sofferenza morale, definitivamente accantonata la figura del c.d. danno morale soggettivo, senza ulteriori connotazioni in termini di durata, integra pregiudizio non patrimoniale.

Deve tuttavia trattarsi di sofferenza soggettiva in sé considerata, non come componente di un più complesso pregiudizio non patrimoniale. Ricorre il primo caso ove sia allegato il turbamento dell’animo, il dolore intimo sofferti, ad esempio, dalla persona diffamata o lesa nella identità personale, senza lamentare degenerazioni patologiche della sofferenza. Ove siano dedotte siffatte conseguenze, si rientra nell’area del danno biologico, del quale ogni sofferenza, fisica o psichica, per sua natura intrinseca costituisce componente.

Ipotesi di duplicazione di risarcimento 

Determina quindi duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno biologico e del danno morale quando con questo si lamenti una sofferenza fisica o psichica che degenera in patologia, sovente liquidato in percentuale (da un terzo alla metà) del primo. Dovrà il giudice, qualora si avvalga delle note tabelle, procedere ad adeguata personalizzazione della liquidazione del danno biologico, valutando nella loro effettiva consistenza le sofferenze fisiche e psichiche patite dal soggetto leso, onde pervenire al ristoro del danno nella sua interezza.

Egualmente determina duplicazione di risarcimento la congiunta attribuzione del danno morale, nella sua rinnovata configurazione, e del danno da perdita del rapporto parentale, poiché la sofferenza patita nel momento in cui la perdita e’ percepita e quella che accompagna l’esistenza del soggetto che l’ha subita altro non sono che componenti del complesso pregiudizio, che va integralmente ed unitariamente ristorato.

Ipotesi che rientrano nel danno biologico 

Possono costituire solo “voci” del danno biologico il c.d. danno alla vita di relazione, i pregiudizi di tipo esistenziale concernenti aspetti relazionali della vita, conseguenti a lesioni dell’integrità psicofisica, sicché darebbe luogo a duplicazione la loro distinta riparazione, il pregiudizio da perdita o compromissione della sessualità, il c.d. danno estetico, consistente nella alterazione fisica di tipo estetico.

Risarcimento del solo danno morale nell’ipotesi di morte immediata 

Il giudice potrà, invece, correttamente riconoscere e liquidare il solo danno morale, a ristoro della sofferenza psichica provata dalla vittima di lesioni fisiche, alle quali sia seguita dopo breve tempo la morte, che sia rimasta lucida durante l’agonia in consapevole attesa della fine. Viene così evitato il vuoto di tutela determinato dalla giurisprudenza di legittimità che negava, nel caso di morte immediata o intervenuta a breve distanza dall’evento lesivo, il risarcimento del danno biologico per la perdita della vita, ammettendolo per la perdita della salute solo se il soggetto rimaneva in vita per un tempo apprezzabile. Una sofferenza psichica siffatta, di massima intensità anche se di durata contenuta, non essendo suscettibile, in ragione del limitato intervallo di tempo tra lesioni e morte, di degenerare in patologia e dare luogo a danno biologico, va risarcita come danno morale, nella sua nuova e più ampia accezione.

Prova dei danni non patrimoniali diversi dal danno biologico 

Per gli altri pregiudizi non patrimoniali diversi dal danno biologico potrà farsi ricorso alla prova testimoniale, documentale e presuntiva. Proprio il ricorso alla prova presuntiva e’ destinato ad assumere particolare rilievo, trattandosi di un pregiudizio relativo ad un bene immateriale, e potrà costituire anche l’unica fonte per la formazione del convincimento del giudice.

 

IL DANNO NON PATRIMONIALE CONSEGUENTE ALL’INADEMPIMENTO CONTRATTUALE

Secondo l’opinione prevalente in dottrina ed in giurisprudenza, non era ritenuto risarcibile. L’ostacolo era ravvisato nella mancanza, nella disciplina della responsabilità contrattuale, di una norma analoga all’articolo 2059 c.c., dettato in materia di fatti illeciti.

Per aggirare l’ostacolo, nel caso in cui oltre all’inadempimento fosse configurabile lesione del principio del neminem laedere, la giurisprudenza aveva elaborato la teoria del cumulo delle azioni, contrattuale ed extracontrattuale (Cass. n. 2975/1968, e n. 8656/1996).

A parte il suo dubbio fondamento dogmatico, la tesi non risolveva la questione del risarcimento del danno non patrimoniale in senso lato, poiché lo riconduceva, in relazione all’azione extracontrattuale, entro i ristretti limiti dell’articolo 2059 c.c., in collegamento con l’ articolo 185 c.p., sicché il risarcimento era condizionato alla qualificazione del fatto illecito come reato ed era comunque ristretto al solo danno morale soggettivo.

L’interpretazione costituzionalmente orientata dell’articolo 2059 c.c., consente ora di affermare che anche nella materia della responsabilità contrattuale e’ dato il risarcimento dei danni non patrimoniali. Se l’inadempimento dell’obbligazione determina, oltre alla violazione degli obblighi di rilevanza economica assunti con il contratto, anche la lesione di un diritto inviolabile della persona del creditore, la tutela risarcitoria del danno non patrimoniale potrà essere versata nell’azione di responsabilità contrattuale, senza ricorrere all’espediente del cumulo di azioni.

Nell’ambito della responsabilità contrattuale il risarcimento sarà regolato dalle norme dettate in materia, da leggere in senso costituzionalmente orientato.

Avv. Natale Ferrara

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