RECIDIVA: le origini storiche della legge ex Cirielli


Nel 1870, in Francia, le statistiche registrano un vertiginoso aumento dei delinquenti recidivi.

M. Perrot sottolinea che in quegli anni la percentuale dei recidivi è pari alla metà dei criminali sottoposti a processo[1].

In quel periodo nasce un nuovo linguaggio che serve “come mezzo per identificare varie forme di attività criminosa e come codice di comunicazione della popolazione criminale”.[2]

Il dizionario del gergo popolare si arricchisce di termini come “sorbonne”, che indica una testa contenente il cervello criminale, oppure “tronche”, indicante invece la testa nel momento in cui veniva staccata dal corpo per mezzo della ghigliottina [3].

La situazione è tanto preoccupante che nel 1885 occorrerà la legge Waldeck-Rousseau per inasprire le pene carcerarie per i plurirecidivi e gli irrecuperabili.

Il crescente numero di coloro che erano già stati condannati rappresenta un pericolo costante per la società parigina; il problema cruciale diventa subito chiaro: l’individuazione dei soggetti in questione.

In quegli anni era estremamente facile eludere il controllo della nascente forza di polizia; la maggior parte di quelli che popolavano le strade della Ville non era controllabile, era in sostanza impossibile individuare i soggetti che erano già stati in carcere, inoltre, erano inevitabili i casi di omonimia e di scambi di persone, il rischio di commettere errori giudiziari era fortissimo.

C’era stato un tempo in cui il delinquente era punito con marchi e mutilazioni, segni che permettevano una sicura individuazione dello stesso, rendendolo riconoscibile nella folla dei consociati, (il recidivo era marchiato con una “ R”), ma quel tempo era finito; nel 1832, infatti, era stata decretata l’abolizione del marchio.

Il primo metodo scientifico d’identificazione nasce nel carcere di Parigi intorno al 1879, il suo fondatore è Alphonse Bertillon.

Bertillon era nato nel 1853 ed era il figlio del vice presidente della società d’antropologia, trascorse quindi la sua infanzia in mezzo a crani da manipolare e da studiare, poi a ventisei anni divenne impiegato della Prefettura di Parigi e nel 1883 compare il suo “L’identité des récidivistes et la loi de relégation”.

Il metodo è tanto geniale quanto macchinoso e fallace, il cosiddetto Bertillonage.

Metodo d’identificazione antropometrico, esso si fonda su misurazioni corporee che entrano a far parte di una scheda personale.

Il primo difetto viene subito in evidenza, un piccolo errore consente alla macchina della giustizia di stritolare innocenti, occorre che sia integrato ed ecco il “ritratto parlato”.

Il metodo si fa più macchinoso, distinto in due fasi, in una le descrizioni fisiche del corpo umano, in un’altra vengono rilevate misurazioni di determinate parti del corpo umano, naso, occhi, orecchie ecc.

Il nome del detenuto, le descrizioni del corpo ed una foto segnaletica, la famosa frontale e laterale a mezzo busto, il tutto annotato in una scheda denominata “Osservazioni Antropometriche”.

Il metodo è minuziosissimo, si misura l’altezza, la lunghezza delle braccia, la misura del tronco, l’ampiezza della testa, la misura dell’orecchio destro, il dito medio sinistro, la fronte, viene successivamente controllata la sussistenza di malformazioni delle dita, di tatuaggi o cicatrici, lo spazio che intercorre tra le dita e così di seguito.

Nel dicembre 1882, il Prefetto della polizia parigina ne autorizza l’utilizzo per soli tre mesi, intanto il maggiore McClaughry, guardiano del penitenziario dell’Illinois, presenta il metodo Bertillon negli Stati Uniti.

Nasce così un sistema di catalogazione dei criminali fondata sui tratti e sui segni che fanno di ogni individuo un unicum: “il est impossible de trouver deux oreilles semblables et…l’identité de son modelé est une condition necessaire et suffisante pour confirmer l’identité individuelle”, diceva Bertillon.

Quanto si legge nell’opera di Bertillon è simile a quanto Conan Doyle fa dire negli stessi anni a Sherlock Holmes, nell’avventura della scatola di cartone: “come medico, lei sa benissimo, Watson, che nessuna parte del corpo presenta tante varianti quante l’orecchio umano. Ogni orecchio presenta delle caratteristiche individuali ben precise, diverse da tutte le altre”.

Lacassin, dal canto suo, ha sapientemente dimostrato l’ammirazione di Doyle per Bertillon in “Mythologie du roman policier”.

Carlo Ginzburg ha messo in evidenza, inoltre, l’influenza esercitata dal grande conoscitore d’opere d’arte, Giovanni Morelli, su Bertillon, infatti: “le pagine di orecchie esibite da Bertillon richiamano irresistibilmente le illustrazioni che negli stessi anni Morelli inseriva nei propri saggi”.[4]

Il metodo è lo stesso, Morelli era laureato in medicina, con particolare attitudine per l’anatomia comparata, Conan Doyle, prima di diventare scrittore era anch’egli un medico, Bertillon era figlio di antropologo e appassionato di anatomia.

Il Bertillonage conduce alla nascita degli archivi criminali, con ammassi di schede contenenti notizie antropometriche sui singoli detenuti.

Questo consente di raccogliere i dati di ogni criminale, rendendo così possibile l’individuazione dei recidivi; diventa finalmente più agevole conoscere quante volte  un detenuto era stato in carcere, infine, quando diventa, da delinquente occasionale, soggetto irrecuperabile.

Il metodo presenta un unico inconveniente: le misure fisiche non sono uniche.

Nel 1903, nel penitenziario di Leavenworth, gli agenti addetti alla schedatura si accorgono che l’uomo che stanno schedando, tale Will West, aveva lo stesso nome, le stesse misure fisiche, lo stesso volto di un altro detenuto già schedato mesi prima, si chiamava William West.

Solo le impronte digitali confermeranno che i due detenuti sono soggetti diversi.

Fu il tracollo definitivo del sistema Bertillon, ma nello stesso tempo l’episodio confermò la validità del sistema delle impronte digitali.

Un passo indietro: nel 1888 si era diffuso in Inghilterra un nuovo metodo d’identificazione destinato a durare molto a lungo, si basava sulle impronte digitali.

Il metodo fu elaborato da Francis Galton, patriarca della eugenetica e parente di Darwin; nel 1892 a Londra compariva il suo “Finger Prints”.

Galton riconobbe di essere stato preceduto da altri studiosi nell’elaborazione del suo sistema.

Nel 1823, infatti, erano iniziate le prime ricerche nel settore ad opera del fondatore dell’istologia, il cecoslovacco Joannes Evangelista Purkyne, il quale, pur ignorando del tutto le implicazioni pratiche delle sue intuizioni, affermava che non esistono due persone con le stesse impronte digitali.

In realtà, il problema delle impronte digitali era stato affrontato prima di Galton, anche da Sir William Herschel nel 1887 e in particolare dal dottor Henry Faulds che, nel 1880, aveva pubblicato nel “Nature”, un articolo sull’uso delle impronte digitali sulle scene del crimine.

Il metodo Galton ebbe  enorme diffusione e rapidamente conquistò tutta l’Europa, da ultima la Francia che finalmente abbandonò il prolisso e fallace metodo Bertillon.

Nel 1897, infatti, per merito di Sir Edward Henry, venne introdotto il sistema di classificazione Galton-Henry.

Era nato un sistema d’identificazione e catalogazione destinato a durare nel tempo, era pressocché infallibile e consentiva di fugare ogni dubbio circa l’identità dei delinquenti schedati, in particolare rendeva possibile un efficace sistema di controllo della delinquenza e della sua parte più pericolosa, i recidivi.

Ancora una volta la scienza medica offriva il suo contributo alle scienze criminali, ancora una volta, infatti, un sistema d’identificazione e controllo dei delinquenti traeva origine dalle intuizioni di un medico.

Bertillon aveva tratto spunto dall’anatomia, Galton si era ispirato ai lavori di uno scienziato biologo, oltre che medico.

Il problema, in Francia come in Inghilterra, non è quello della recidiva, ma dei recidivi.

La differenza è notevole, la recidiva è un istituto complesso del quale vanno indagate le cause ed i rimedi, è un problema che richiede un approccio multidisciplinare, sociologico, psicologico e giuridico, prima di passare in rassegna le modalità d’intervento.

I recidivi invece sono semplicemente un flagello, una piaga sociale, sono “reietti” per  i quali la scienza medico giuridica si pone due interrogativi: come identificarli e come reprimerli.

Il problema esiste anche nell’Italia dell’Ottocento.

Anche nel nostro paese la novella scienza statistica registra tassi elevati di recidivi nella popolazione criminale.

L’approccio offerto dalla cosiddetta scuola positiva è però del tutto inedito, misto di antropologia, sociologia semplicista e diritto.

Per il fondatore dell’antropologia criminale, Cesare Lombroso, la teoria criminale fino ad allora in voga è pura retorica, incapace di vedere i termini reali del problema; la vecchia affascinante teoria della pena come emenda è utopia vetusta, “quando si sa benissimo che l’emenda è sempre o quasi sempre eccezionale e la recidiva è la regola”.

La scuola classica o quella che tale si fa chiamare ignora le scienze dell’uomo, ignora le statistiche, è affetta da miopia, incapace di vedere la realtà per quella che è, soprattutto è malata di retorico buonismo, specie per quanto attiene ai recidivi.

La nuova scienza fondata da Lombroso si mostra spavalda e piena di certezze, destinata a soppiantare la vecchia, polverosa scienza criminalistica, fatta per le discussioni tra dottori e ‘parrucconi’ delle varie università; l’antropologia criminale è in grado di affrontare e risolvere il problema, sa come prevenire la recidiva col “sequestro fin dalle sue prime manifestazioni”, senza aspettare che il delinquente commetta prima “troppe stragi”.

La scienza si era limitata fino ad ora alla scoperta di metodi d’identificazione dei criminali, ora si spinge pericolosamente oltre, nasce il concetto di “predizione”.

Sulla base di tavole anatomiche si fanno profezie sul futuro delinquenziale di un soggetto, se commetterà delitti di “libidine” o d’impeto”, reati contro il patrimonio o contro la persona.

Il delinquente nato è un criminale condannato dal suo codice genetico, prima ancora che dal codice penale, questo è il significato del cosiddetto determinismo.

Si affermano termini destinati a durare nel tempo, delinquente abituale, tendenza a delinquere, propensione al crimine.

Nasce il concetto di pericolosità sociale come giudizio prognostico rivolto al futuro, ma soprattutto, la parola chiave è prevenzione.

Il delinquente è un malato particolare che va curato, se possibile, altrimenti eliminato; il concetto di prevenzione ha in sé quello di repressione.

Le cause della recidiva sono per la maggior parte di tipo anatomico, comunque endogene.

La scienza criminale parla il linguaggio ed adotta il metodo della scienza medica, il concetto di recidiva, così teorizzato, richiama infatti quello usato nel linguaggio medico, intesa come ricaduta nella malattia per soggetti già colpiti in precedenza e pertanto predisposti.

La recidiva assume livelli inquietanti verso la fine del secolo, tanto che nel 1899 il Ministro di Grazia e Giustizia e dei Culti, Finocchiaro Aprile, presenta un progetto di legge alle Camere.

Il testo rientra nel quadro delle misure eccezionali a tutela dell’ordine pubblico e s’ispira in parte alla legge francese del 1885; si compone di circa sedici articoli e, per alcune tipologie di recidivi prevede la pena del bando dallo Stato o la relegazione  «a tempo indeterminato o temporanea» da scontarsi «nelle isole o nelle colonie penitenziarie che verranno all’uopo determinate con apposito regolamento».

Il Ministro ha le idee chiare sui rimedi per arginare, per fermare questo cancro sociale. L’idea è sostanzialmente quella di “concentrare i recidivi in date località all’uopo destinate, come sono le isole, d’internarli nella colonia Eritrea, e di assegnarli a colonie agricole o industriali[5]”.

Il progetto di legge scatena una polemica acerrima tra due deputati d’eccezione, Luigi Lucchini ed Enrico Ferri, entrambi schierati contro il disegno di legge, ma da punti di vista radicalmente diversi.

La polemica divampa e diventa subito una diatriba personale tra i sostenitori di due scuole contrapposte, quella “classica” e quella “positiva”, nonostante ciò offre spunti interessanti.

Lucchini afferma che, per quel che riguarda le statistiche, il tasso dei recidivi in Italia non è così allarmante, si registra addirittura una diminuzione della «maggiore criminalità», quanto poi ai mezzi proposti per risolvere il problema “sono empirici ed erronei, perché mirano a sopprimere gli effetti senza toccare alle cause, come quei popoli selvaggi che credono di liberarsi da un’epidemia, ammazzando coloro che ne sono colpiti”.

L’illustre giurista tocca una questione che sarà poi il vero punctum dolens nella legislazione italiana, il problema delle cause del fenomeno; l’obbiettivo non dovrebbe essere quello di “sterminare i recidivi”, piuttosto quello di “far fronte più che sia possibile alla recidiva”.

In realtà Lucchini si interrogava sull’opportunità di una legge d’emergenza, con sanzioni feroci, a dispetto delle statistiche che erano addirittura ottimistiche, perché escogitare nuovi rimedi, quando basterebbe dare piena attuazione alle norme del Codice Penale?

La verità era che il progetto di legge, cui erano sottese motivazioni politiche, era animato dalla necessità di colpire quella parte della popolazione criminale, la più temibile, che costituiva “il basso fondo delle nostre popolazioni urbane ed agricole e che in ogni caso di tumulto o di rivolta si trovano sempre nelle prime file[6]”.

Il testo normativo nasceva dalle esperienze del 1894 e del 1897, come reazione ai tumulti verificatisi in quegli anni ai quali avevano partecipato una gran numero di delinquenti abituali, tanto che il Governo aveva avvertito l’urgenza di estendere gli effetti del domicilio coatto oltre i casi previsti dalla legge di pubblica sicurezza.

Nel suo mirabile intervento Lucchini toccava un altro tema cruciale, “come volete mai che la pena, con tanto accorgimento regolata nel codice, ottenga il salutare effetto di rattenere il colpevole dal commettere nuovi reati e di emendarlo […] quando le nostre carceri e i nostri stabilimenti penali sono sentine d’ozio e di tutti i vizi[…]. E come volete che un delinquente primario o quello cosiddetto occasionale, sia stimolato, dopo una prima condanna a cambiar vita e ad astenersi da nuovi reati, se nulla si fa per incoraggiarvelo e tutto converge a distoglierlo?”.

Il passo riportato è di grande attualità e dimostra la straordinaria lungimiranza del grande giurista; il problema della recidiva è colto nella sua connessione con quello del trattamento penitenziario, i due temi s’intersecano in una prospettiva multidisciplinare, la recidiva e l’emenda, la rieducazione, la risocializzazione.

Nel 1974 viene riformato l’istituto della recidiva ( d.l. 11.04.1974 n. 99) e nel 1975 l’ordinamento penitenziario (L. 26.07.1975 n. 354), non è un caso, non è una semplice coincidenza cronologica.

Il legislatore italiano comprende bene quali siano le connessioni tra trattamento carcerario e recidiva e si pone in una prospettiva del tutto nuova.

Il fondamento della recidiva è duplice e si modella sull’ideologia della pena che lo Stato intende adottare.

In una prospettiva retributiva, ad esempio, la ricaduta nel reato può essere vista come espressione di una maggiore colpevolezza del soggetto, il quale dunque, è meritevole di una maggiore pena; in una prospettiva special-preventiva, invece, la recidiva è la manifestazione di una maggiore capacità a delinquere, vale a dire di una maggiore pericolosità dell’agente che richiede pertanto un aggravamento della sanzione.

La filosofia del trattamento penitenziario, che pervade la riforma del 1975, s’ispira e si armonizza con i principi costituzionali, quelli in particolare del rispetto della dignità umana del detenuto e della rieducazione cui deve tendere la pena, si fonda inoltre sull’utilizzo della pena carceraria come extrema ratio.

Vengono introdotte infatti le misure alternative alla detenzione: affidamento in prova al servizio sociale, semilibertà, detenzione domiciliare, liberazione anticipata, sono le cosiddette misure extra murarie ed hanno come fine il recupero, il riadattamento, il reinserimento sociale del delinquente.

Gli slogan più in voga sono appunto “carcere come extrema ratio”, ma anche “fuga dalla pena detentiva”; sembra l’inizio di una nuova politica criminale capace di utilizzare tecniche, strumenti e strategie diversi nella lotta alla criminalità.

Recidiva e trattamento: le misure alternative hanno come fine proprio quello di evitare fenomeni di recidiva, esse poggiano su di una nuova visione dell’istituto del carcere.

Quest’ultimo, infatti, si è rivelato spesso uno strumento di lotta al crimine non sempre soddisfacente, anzi, per determinate categorie di soggetti è risultato addirittura criminogeno; l’esperienza ha insegnato che per taluni il carcere costituisce veramente la fabbrica del delinquente, la scuola del crimine, esso riesce talvolta a trasformare il delinquente occasionale e sprovveduto in professionista del crimine, s’impone pertanto un uso più razionale, quasi residuale della pena detentiva, lo scopo è quello di evitare, quando sia possibile, che soggetti ancora recuperabili entrino in contatto la subcultura del penitenziario.

In conclusione, per il legislatore del 1975, l’uso indiscriminato della pena carceraria produce più recidivi di quanti ne annienta, il carcere dunque, può costituire esso stesso una delle cause del fenomeno recidiva.

 Nel 2006 il problema dei recidivi si ripresenta in maniera ancor più pressante.

I giornali raccontano di criminali che continuano a delinquere, violando le prescrizioni delle misure alternative, eludendo i controlli dei servizi sociali e delle forze dell’ordine.

Si parla anche di una quantità di delinquenti plurirecidivi che continua a godere di benefici penitenziari, e inoltre, delinque.

Il quadro delineato non lascia alcun dubbio, esso registra il fallimento delle misure extra murarie, di quelle misure alternative che erano l’asse portante della riforma del 1975, evidenzia inoltre l’impotenza dei servizi sociali, dei centri di assistenza sociale, di tutte quelle strutture destinate al recupero del reo.

Nessuna parola viene spesa però, sulle cause della recidiva, nessuno sembra interrogarsi sulle ragioni del fallimento dei servizi sociali, la medicina, la criminologia, la sociologia non hanno più teorie ed ipotesi, eppure un tempo la questione della genesi e della ricaduta nel reato era terreno di battaglia tra le varie scienze criminali, oggi, invece, tutto tace, e, nell’assenza, nel silenzio delle scienze criminalistiche, interviene d’imperio il legislatore.

Il problema dell’identificazione di questi criminali sussiste solo per gli extracomunitari, per essi si torna a parlare di catalogazione delle impronte digitali, di creare banche dati, i problemi di oggi sono quelli di ieri; già nell’Ottocento infatti si era pensato di catalogare le impronte digitali degli indigeni nel distretto di Hooghly, in Bengala, di questa istanza si era fatto portatore Sir W. Herschel, governatore di sua Maestà Britannica in Bengala.

Gli indigeni infatti, si diceva allora, sono furbi, scaltri ed agli occhi degli europei appaiono tutti uguali.

Quanto ai criminali nostrani, problemi d’identificazione non si pongono, sono facilmente riconoscibili, persino ad occhio nudo, sono segnati, portano sul loro corpo il marchio del carcere, parlano, pensano e si muovono secondo i dettami di quella subcultura che hanno appreso in galera.

Per i recidivi l’unica risposta dello Stato è la repressione.

La legge 251/2005, la cosiddetta legge ex Cirielli viene emanata il 5 dicembre del 2005, essa ha due destinatari, il giudice ed il recidivo.

‘Punisce’ il giudice limitando notevolmente la sua discrezionalità, quella discrezionalità che l’opinione pubblica ha messo più volte sotto accusa, perché   sfociando talvolta in arbitrario buonismo, ha consentito a delinquenti incalliti di godere immeritatamente di benefici e sconti di pena.

La legge modifica, tra l’altro, sia l’istituto della recidiva sia le norme dell’ordinamento penitenziario che riguardano le misure alternative alla detenzione; ancora una volta si ha conferma del legame, della connessione esistente tra recidiva e trattamento penitenziario.

L’articolo 99 del codice penale viene totalmente riscritto.

In primo luogo, si fa riferimento soltanto al delitto non colposo, è dunque recidivo soltanto chi “dopo essere stato condannato per un delitto non colposo ne commette un altro”, è evidente che chi commette più contravvenzioni ovvero più delitti colposi non è più recidivo, non incorre pertanto negli aumenti di pena di cui all’articolo 99.

La restrizione appare alquanto bizzarra, sol che si pensi alla gravità di alcune fattispecie contavvenzionali, senza parlare poi dell’esistenza di alcuni soggetti che, per la loro costante guida imprudente, commettono talvolta più di un omicidio colposo.

Per i recidivi il nuovo articolo 99 prevede cospicui aumenti di pena, per coloro che sono ricaduti nel reato, sono inoltre previsti aumenti sottratti alla discrezionalità del giudice; la legge è chiara in proposito, non dice più l’aumento di pena “può essere fino alla metà”, dice ora “è della metà”, e, per determinati delitti (407 co. 2 l. a) c.p.p.) l’aumento di pena è addirittura obbligatorio.

La legge è intrisa di incostituzionalità, ma viene ugualmente approvata e piace per il trattamento riservato al recidivo reiterato.

Il recidivo reiterato (art. 99, comma 4°, c.p.) è colui che, essendo già recidivo, commette un altro delitto non colposo ed è il vero bersaglio del legislatore.

La modifica dell’articolo 62-bis del codice penale rende pressocchè impossibile la concessione delle attenuanti generiche ai recidivi reiterati.

Le circostanze attenuanti generiche furono reintrodotte nel lontano 1944 (d.lg. lt. 288/1944) allo scopo di permettere un migliore individualizzazione del trattamento sanzionatorio, consentendo al giudice di adeguare il più possibile la pena al caso concreto.

Il comma 2° introdotto dalla legge in esame riduce drasticamente la discrezionalità del Giudice.

La norma novellata prevede infatti che, ai fini della concessione delle attenuanti generiche ai recidivi reiterati che abbiano commesso determinati delitti (art. 407, comma 2°, lett. a) c.p.p.), puniti con pena non inferiore nel minimo a cinque anni, il giudice dovrà utilizzare, come unico parametro, la gravità del reato (art. 133, comma 1°, nn. 1 e 2 c.p.).

È stato autorevolmente affermato che per tali soggetti la pena finisce per rispondere unicamente ad una finalità retributiva, essendo preclusa al giudice ogni valutazione personologica,  qualsivoglia indagine sulla capacità criminale, i motivi a delinquere e le condizioni socio-individuali nelle quali il delitto si è verificato, tutti elementi essenziali per una pena che voglia essere realmente individualizzante. 

Sembra di palmare evidenza la disarmonia che tale modifica crea nell’ambito dei principi costituzionali dai quali trae fondamento la filosofia della pena nel nostro ordinamento. 

Il nuovo articolo 69 c.p. taglia fuori i recidivi reiterati dal giudizio di comparazione tra circostanze aggravanti ed attenuanti.

Nei casi di cui all’art. 99, comma 4°, c.p. vi è “divieto di prevalenza  delle circostanze attenuanti sulle ritenute aggravanti”; il recidivo reiterato potrà solo sperare in un giudizio di equivalenza.

La norma è fortemente sospettata di illegittimità costituzionale, in quanto violerebbe l’articolo 3 della Costituzione.

Si pensi infatti all’imputato al quale sia riconosciuta una sola attenuante, costui potrà soltanto invocare un giudizio di equivalenza ex articolo 69 c.p., lo stesso trattamento è riservato a chi può vantare più circostanze attenuanti, pur trovandosi quest’ultimo in una situazione più favorevole.

Stesso trattamento per situazioni notevolmente dissimili, palese appare, ad avviso di chi scrive, la violazione del principio di uguaglianza.

Infine, la modifica dell’ordinamento penitenziario.

Ai recidivi reiterati viene quasi del tutto sbarrata la strada ai benefici penitenziari, le condizioni per l’accesso alle misure extra murarie si complicano notevolmente e soprattutto permessi, affidamento in prova, detenzione domiciliare e semilibertà non possono essere concessi più di una volta a chi si trova nelle condizioni di cui all’articolo 99, comma 4°, c.p.

La legge 354/75 viene travolta e ne viene tradito lo spirito.

Abbiamo visto prima che le misure alternative erano state introdotte anche per evitare fenomeni di recidiva, ora proprio la recidiva costituisce l’ostacolo maggiore per la concessione delle stesse; la nuova legge sembra fondarsi sulla convinzione che per questi particolari delinquenti l’unico rimedio sia il carcere.

Il problema dell’affollamento degli istituti di pena che conseguirebbe all’applicazione della legge in esame, è stato posto subito in evidenza, esso costituisce, senza dubbio, un punto dolente della novella normativa, nonché un vero flagello in un contesto come quello italiano, ma il legislatore non si è lasciato commuovere e nessun ripensamento lo ha sfiorato.

Il problema recidiva nel nostro paese torna ad intrecciarsi con il problema carcere, inteso quest’ultimo come struttura muraria e come luogo del trattamento, ma soprattutto luogo del controllo.

La risposta dello Stato alla criminalità torna ad essere omogenea, granitica e generalizzante; il carcere come unica e generalizzata risposta dell’ordinamento ad ogni fenomeno di criminalità, sia essa organizzata, occasionale, abituale o professionale, senza alcuna distinzione di sorta, esiste un unico trattamento valido per tutti, anche se è la negazione di ogni risocializzazione.

Dott. Gaetano Esposito


[1]            Ginzburg, Miti emblemi spie, Morfologia e storia, Torino, 1986, 187

[2]            Weisser, Criminalità e repressione nell’Europa moderna, Il Mulino 1989, 132

[3]            Weisser, op. cit., 132

[4]            Ginzburg, op. cit., 188

[5]            Atti Parlamentari, Camera dei deputati legisl. 1888-1889, n. 145; relazione al disegno di legge del Ministro Finocchiaro Aprile

[6]            Relazione di Finocchiaro Aprile cit.

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