Illegittimità costituzionale art. 384 cp comma 2: la Consulta estende i casi di non punibilità


Con sentenza n. 75 del 20 marzo 2009, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 384, secondo comma, del codice penale, nella parte in cui non prevede l’esclusione della punibilità per false o reticenti informazioni assunte dalla polizia giudiziaria, integranti per costante giurisprudenza il reato di favoreggiamento, fornite da chi non avrebbe potuto essere obbligato a renderle o comunque a rispondere in quanto persona indagata per reato probatoriamente collegato – a norma dell’art. 371, comma 2, lettera b), codice di procedura penale – a quello, commesso da altri, cui le dichiarazioni stesse si riferiscono

Trattasi di tipica sentenza additiva ovvero di sentenza con cui la Corte introduce nell’ordinamento una nuova norma costituzionalmente necessitata (risultato peraltro a cui pervengono anche decisioni formalmente caducatorie, quando dichiarano la incostituzionalità di disposizioni che espressamente escludono qualcuno da qualcosa).

Tale decisione prende spunto dalla ordinanza del Tribunale di Biella del 7 febbraio 2007 con cui è stata sollevata la questione di legittimità costituzionale, in riferimento all’art. 3 della Costituzione, dell’art. 384, secondo comma, del codice penale, nella parte in cui non prevede l’esclusione della punibilità per false o reticenti informazioni assunte dalla polizia giudiziaria, fornite da chi non avrebbe potuto essere obbligato a renderle o comunque a rispondere in quanto persona indagata di reato probatoriamente collegato (a norma dell’art. 371, comma 2, lettera b, del codice di procedura penale) a quello, commesso da altri, cui le dichiarazioni stesse si riferiscono.

Nel merito il Tribunale di Biella è stato chiamato a decidere nel procedimento penale a carico di un soggetto imputato del delitto di favoreggiamento personale (art. 378 c.p.), per aver negato di conoscere colui dal quale aveva acquistato sostanze stupefacenti, ostacolando in tal modo l’attività investigativa.

Investita della questione la Corte costituzionale ha osservato che mentre il mendacio e la reticenza davanti all’autorità giudiziaria configurano specifiche ipotesi di reato (art. 371 bis e 372 c.p.), le informazioni false o reticenti rese alla polizia giudiziaria, anche su delega del p.m.,  non rientrano in una particolare fattispecie di reato. Esse, tuttavia, come sottolinea la Consulta «non sono penalmente irrilevanti, in quanto possono concorrere, in presenza degli altri elementi previsti dalla legge, ad integrare il reato di favoreggiamento personale, ai sensi dell’art. 378 cod. pen.» (cfr. sul punto, anche Cass. pen., sez. VI, n° 4227 del 1992, secondo cui «Non è configurabile il reato di false informazioni al pubblico ministero di cui all’art. 371-bis cod. pen., introdotto dall’art. 11 D.L. 8 giugno 1992 n. 306, nella condotta di chi renda false dichiarazioni alla polizia giudiziaria, neanche se questa operi su delega del P.M., giacché, diversamente opinando, si opererebbe un’interpretazione di tipo analogico su norma penale»).

Peraltro, avuto riguardo all’espressa limitazione stabilita nel secondo comma dell’art. 384 c.p. alle fattispecie di reato in esso contemplate (né potendosi estendere al secondo comma il riferimento che all’art. 378 è fatto, in altro e diverso contesto, dal primo comma dello stesso art. 384), la non punibilità delle dichiarazioni mendaci formulate nelle circostanze previste nel detto art. 384, secondo comma, non si estende al caso in cui esse siano rese alla polizia giudiziaria.

Secondo il giudice delle leggi, «tale diversità di disciplina (…) è palesemente irragionevole». Al riguardo, come già messo in luce nella sentenza n. 416 del 1996, la Corte costituzionale, pur riconoscendo che il reato di false dichiarazioni rese al pubblico ministero (art. 371 bis c.p.) ed il reato di favoreggiamento dichiarativo (art. 378 c.p.) attengono ciascuno una fase distinta del procedimento, ne evidenzia la sostanziale omogeneità con riguardo al bene protetto «che consiste nella funzionalità di ciascuna fase rispetto agli scopi propri nelle quali le esigenze investigative e quelle della ricerca della verità si sommano», omogeneità evidente soprattutto nei casi in cui la p.g. agisce su delega del p.m.. Inoltre, la Consulta ricorda che, in base alle modifiche apportate dapprima dal decreto legge n. 306 del 1992 e, successivamente, dalla legge n. 63 del 2001, in capo al soggetto chiamato a rendere dichiarazioni dinanzi alla polizia giudiziaria sussistono i medesimi obblighi, in termini di rispondere e dire il vero, gravanti in capo al soggetto chiamato a deporre dinanzi al pubblico ministero, sicché le dichiarazioni raccolte dalla polizia giudiziaria e quelle rese al pubblico ministero assumono la medesima valenza processale.

Tale convergenza di disciplina processuale rende del tutto irragionevole il diverso regime giuridico riscontrabile tra le corrispondenti condotte di mendacio o reticenza, qualora esse siano riconducibili alle ipotesi di reato previste, rispettivamente, dall’art. 371-bis e dall’art. 378 c.p. (limitatamente alla condotta di false o reticenti informazioni assunte dalla polizia giudiziaria), non essendo applicabile alla seconda ipotesi (per mancata previsione normativa) la citata causa di non punibilità nel caso di assunzione d’informazioni ad opera della polizia giudiziaria, ancorché non sia configurabile in capo al dichiarante un obbligo di renderle o comunque di rispondere in quanto persona indagata per reato probatoriamente collegato, a norma dell’art. 371, comma 2, lettera b), c.p.p., a quello (commesso da altri) cui le dichiarazioni stesse si riferiscono.

Ne consegue l’illegittimità costituzionale, per violazione dell’art. 3 Cost. sotto il profilo della ragionevolezza, dell’art. 384, comma 2, c.p., nella parte in cui non prevede l’esclusione della punibilità per false o reticenti informazioni assunte dalla polizia giudiziaria, fornite da chi non avrebbe potuto essere obbligato a renderle o comunque a rispondere per la ragione ora indicata.

 a cura dell’Avv. Silvia Foglia

giugno 2009

 

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