Procreazione assistita: la Consulta boccia la legge 40 ma solo in parte


Ad oltre cinque anni dall’entrata in vigore della normativa italiana sulla procreazione medicalmente assistita ed in un momento storico in cui il dibattito bioetico appariva principalmente incentrato sulle tematiche di fine vita (dichiarazioni anticipate di trattamento, stato vegetativo permanente, accanimento terapeutico ecc.) con la sentenza n.151 dell’1.4.2009 la Corte Costituzionale ha inflitto un duro colpo alla legge 40/2004, dichiarando incostituzionali alcune delle sue norme maggiormente controverse. Investiti con tre distinti provvedimenti di remissione del Tar del Lazio e del Tribunale di Firenze, i giudici delle leggi hanno infatti dichiarato costituzionalmente illegittimo l’articolo 14, comma 2 della legge 40 nella parte in cui prevede che l’obbligo di effettuare un “unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre” embrioni, nonché  il comma 3 dello stesso articolo, nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna.

Si tratta di due delle disposizioni maggiormente discusse della normativa italiana sulla procreazione assistita, finalizzate ad evitare la produzione di embrioni in sovrannumero rispetto a quelli necessari per il singolo impianto. Il prezzo di tali limitazioni, ed il principale motivo della declaratoria di illegittimità costituzionale, era l’inevitabile rischio per la donna di doversi sottoporre a più cicli di stimolazione ovarica (stante l’impossibilità di crioconservare gli embrioni per eventuali successivi cicli) o di  vedersi trasferire in utero un numero di embrioni non congruo alle proprie condizioni di salute ed alla propria età. Per tali motivi le norme in questione sono state ritenute illegittime, in considerazione del fatto che “la previsione della creazione di un numero di embrioni non superiore a tre, in assenza di ogni considerazione delle condizioni soggettive della donna che di volta in volta si sottopone alla procedura di procreazione medicalmente assistita, si pone, in definitiva, in contrasto con l’art. 3 Cost., riguardato sotto il duplice profilo del principio di ragionevolezza e di quello di uguaglianza, in quanto il legislatore riserva il medesimo trattamento a situazioni dissimili; nonché con l’art. 32 Cost., per il pregiudizio alla salute della donna [per i ripetuti cicli di stimolazione ovarica n.d.r.] – ed eventualmente, come si è visto, del feto – ad esso connesso”.

Tali obiezioni, formulate da più parti sin dai primissimi giorni successivi all’entrata in vigore della legge, non avevano fino ad oggi trovato accoglimento nonostante i molteplici tentativi, effettuati dalle corti di merito nei cinque anni di vigenza della normativa, di sottoporre le norme che costituiscono la regolamentazione italiana sulla procreazione assistita al sindacato della Consulta. Si richiama, a riguardo, l’ordinanza n. 369 del 9 novembre 2006 con cui la Corte aveva ritenuto in precedenza inammissibile la questione di costituzionalità sul divieto di diagnosi preimpianto. In proposito, il mutato orientamento della Corte si pone senza dubbio sulla scia della sentenza n. 398 del 21.1.2008, con cui il T.A.R. Lazio, oltre a sollevare le questioni di costituzionalità oggi decise, aveva dichiarato l’illegittimità delle linee guida nella parte in cui impedivano la diagnosi preimpianto, limitando le indagini sullo stato di salute degli embrioni creati in vitro alla sola osservazione. Oggi, con l’ulteriore abrogazione delle norme relative all’obbligo di effettuare un unico trasferimento di embrioni, in numero non superiore a tre, e la previsione esplicita che il medico debba tenere conto delle condizioni della donna, i giudici delle leggi hanno inflitto un altro duro colpo all’impianto di una delle normative più contrastate degli ultimi anni, lasciando tuttavia ben più di un dubbio sull’interpretazione delle disposizioni residue.

Nella medesima sentenza dello scorso 1° aprile i giudici costituzionali hanno infatti contestualmente dichiarato inammissibile, ritenendole irrilevanti nel giudizio a quo, le questioni di legittimità relative al comma 3 dell’art. 6, che stabilisce la possibilità di revocare il consenso prestato per l’accesso alle tecniche “fino al momento della fecondazione dell’ovulo”, nonché quelle relative ai commi 1 e 4 dell’articolo 14, che rispettivamente vietano la crioconservazione di embrioni al di fuori di ipotesi limitate, nonché la riduzione embrionaria di gravidanze plurime, salvo i casi previsti dalla legge sull’interruzione volontaria della gravidanza.

Alla legittima domanda sulla sorte degli eventuali embrioni in sovrannumero creati in vitro ma non trasferiti immediatamente in utero, i giudici delle leggi rispondono che l’intervento demolitorio operato introduce “una deroga al principio generale di divieto di crioconservazione di cui al comma 1 dell’art. 14, quale logica conseguenza della caducazione, nei limiti indicati, del comma 2”. Tale soluzione, stante il tuttora vigente ed esplicito divieto di crioconservazione, distruzione ed utilizzo degli embrioni a fini di ricerca, sicuramente lascia qualche perplessità sia all’interprete che all’operatore, che non può fare a meno di interrogarsi su un testo di legge che ha sicuramente perso gran parte dalla sua tanto opinabile quanto lineare coerenza iniziale, divenendo ormai, per molti versi, disorganico e contraddittorio.

Alla luce di tali considerazioni, appare quasi superfluo evidenziare che tale testo oggi più che mai richiederebbe un nuovo intervento del legislatore, se non fosse per la considerazione che la pronuncia della Corte arriva in un momento storico in cui la procreazione assistita appare ormai stabilmente relegata in quella sorta di buco nero in cui gli scomodi temi della bioetica vengono puntualmente risucchiati dopo che si sono spenti i riflettori dei media.

 a cura di Mauro Fusco ( avvocato e dottore di ricerca in bioetica)

giugno 2009

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