VILFREDO PARETO LETTORE DI CESARE LOMBROSO – I termini di una polemica –


Per gli studi criminologici il 1876 rappresenta una data epocale.

In quell’anno infatti, la pubblicazione della prima edizione dell’Uomo Delinquente di Cesare Lombroso segnava il violento irrompere nel mondo delle scienze criminologiche dell’antropologia criminale.

Il motto della nuova scienza s’imponeva con tutto il fascino della rivoluzione copernicana: dal delitto al delinquente.

Non più dunque il concetto del reato, infestato dalle astrattezze metafisiche dei giuristi, ma il delinquente veniva posto al centro del discorso criminologico e il delitto come espressione del suo autore.

Il delinquente, avvertiva Altavilla, “non più studiato come fonte di prova, ma come enimma psicologico da dover risolvere per una esatta diagnosi di pericolosità”[1].

Il discorso sul delinquente, per Lombroso e i suoi discepoli, era in primis discorso medico – anatomico; misurazione del cranio, degli zigomi, della fronte, delle braccia, fino all’analisi degli istinti e delle attitudini morali, infine della storia personale, familiare e sociale del criminale.

Nasceva in quel periodo il cosiddetto diario clinico che ben presto presero a redigere tutte le carceri e i manicomi d’Italia.

Il museo antropologico voluto e messo in piedi dallo stesso Lombroso espone tuttora centinaia di crani, scheletri, utensili, arnesi di ogni tipo, ritratti e fotografie di criminali e persino opere realizzate in carcere dagli stessi detenuti.

L’esplorazione di quel mondo proibito affascinava l’Europa di fine ottocento e incantava non solo addetti ai lavori, ma anche letterati, filosofi e  appassionati lettori di cronache giudiziarie e romanzi gialli.

L’antropologia criminale sollevava inevitabilmente anche un vespaio di discussioni e polemiche; per alcuni Lombroso era l’apostolo della nuova scienza, per altri un impostore, colpevole d’aver eretto una serie di pregiudizi a sistema scientifico.[2]

Le critiche più forti provenivano dalla scuola cattolica, la quale accusava Lombroso di determinismo biologico, di aver cancellato la libertà di scelta dell’uomo che è il fondamento della responsabilità individuale, infine, di aver ucciso il libero arbitrio.

Queste critiche trovarono la loro più compiuta ed elegante sistemazione nella celebre opera di Agostino Gemelli del 1911, Cesare Lombroso: i funerali di un uomo e di una dottrina.

 

Nel 1896 alla pubblicazione del terzo volume dell’Uomo Delinquente,  nel Giornale degli Economisti appariva un singolare articolo del sociologo Vilfredo Pareto dal titolo: L’Uomo Delinquente di Cesare Lombroso.[3]

Il Pareto, pur prendendo atto delle feconde intuizioni del fondatore dell’antropologia criminale, rimproverava allo stesso una mancanza di rigore scientifico ed una spregiudicata superficialità nel dedurre le cause dagli effetti, difetto, che egli riteneva “comune agli antropologi” i quali “da pochi ed incerti fatti traggono poi conclusioni generali, e che ben spesso vorrebbero imporre colla forza, facendole diventare norme legislative”.[4]

La prima osservazione del Pareto riguardava il concetto di razza e l’incidenza che Lombroso aveva attribuito a questo fattore sulla criminalità.

“Sul concetto di razza”, scriveva l’illustre sociologo, “non sono d’accordo gli antropologi. Il Lombroso seguita a parlare di razze latine, germaniche, ecc”.[5]

In effetti Lombroso aveva rilevato che nelle regioni della Sicilia, Sardegna, Calabria e Lazio vi era una predominanza delle razze semitiche e latine e, siccome le statistiche segnavano un più alto tasso di omicidi in quelle regioni, ne concludeva che per l’omicidio vi era una predominanza delle razze semitiche e latine su quelle germaniche e slave.

Pareto vedeva i limiti di tale impostazione nell’utilizzo di un metodo riduttivistico e unilaterale, consistente nell’isolare un unico fattore e valutarlo in relazione alla criminalità, trascurando l’incidenza di molteplici altre condizioni: “il ragionamento del Lombroso potrebbe avere valore, ove le regioni da lui esaminate non differissero che per la razza, ma differiscono anche per molte altre condizioni, per esempio per le condizioni economiche”.[6]

Il secondo rilievo mosso dal sociologo aveva ad oggetto la capacità predittiva di cui si gloriava l’antropologia criminale.

Lombroso infatti, non riteneva soltanto di aver scoperto le anomalie anatomiche dell’uomo delinquente, ma aveva altresì la pretesa di aver offerto alla scienza un metodo idoneo alla individuazione dei futuri delinquenti, attribuendo alla criminologia una capacità predittiva che mai prima di allora era stata affermata con tanta sicurezza.

Ne “L’Uomo Delinquente”  si legge infatti che “quando nelle scuole elementari s’infiltra un criminale-nato si deve sequestrarlo da queste e impedirgli una istruzione che sarebbe dannosa a lui ed alla società” e destinarlo ad una speciale istruzione più conforme alle sue tendenze, “indirizzandolo, per esempio allo sport, alla marina, alla caccia, in mestieri che soddisfano le sue prave passioni”.[7]

 Pareto metteva in evidenza la debolezza, sotto il profilo scientifico, di tali asserzioni,  a suo avviso inficiate da una mancanza assoluta di rigore dimostrativo e rette soltanto da una ingiustificata presunzione di certezza.

Il sociologo accostava la scienza fondata dal Lombroso alla astrologia e con ironia osservava: “Ma che davvero il Lombroso vedendo un bambino sa dire se diventerà un Boulanger o un Crispi? Questa antropologia ci pare che somigli molto alla astrologia”.[8]

Fin qui le critiche mosse dal grande sociologo non apparivano diverse da quelle di altri sociologi e criminologi, i quali avevano bene rilevato come il metodo utilizzato da Lombroso consisteva nel far ruotare tutti i problemi della scienza sociale attorno alla figura del delinquente nato e nel ridurre tutti i complessi fenomeni sociali a categorie antropologiche.

V’è però una terza osservazione critica del Pareto che merita una più ampia disamina, in quanto investe profili di enorme interesse e coglie debolezze metodologiche che nessuno in quel tempo era riuscito a cogliere nell’opera di Cesare Lombroso.

Pareto, nell’articolo in esame, contestava infatti le teorie lombrosiane relative alla cosiddetta “criminalità delle classi agiate”, oggi diremmo dei colletti bianchi, e coglieva nell’impostazione del Lombroso delle crepe, delle incongruenze che mettevano a dura prova la teoria del delinquente nato.

Lombroso infatti aveva sostenuto, nella sua celebre opera, che “la criminalità della classe agiata è un fenomeno patologico che indica la viziosa organizzazione sociale che oggi ci regge e che sta per finire”.[9]

Vilfredo Pareto coglieva nel giudizio di Lombroso un atteggiamento più avveniristico che scientifico; “discorre come evangelista o come scienziato?”,[10]si chiedeva ironicamente il sociologo e ancora rimarcava: “il Lombroso sa che il nostro ordinamento sta per finire? Per dire il vero, noi non ne sappiamo niente”.[11]

Lungi dall’essere animati da mero intento ideologico, i rilievi critici esposti coglievano la debolezza della dottrina antropologica lombrosiana che, proprio con riferimento al fenomeno della criminalità delle classi agiate, mostrava la sua fallacia.

Per la prima volta Lombroso aveva dovuto cercare i fattori criminogeni al di fuori della conformazione anatomica del delinquente e dunque aveva dovuto ammettere l’esistenza di altre cause esterne, come l’organizzazione sociale e addirittura l’ordinamento politico.

In verità già nel 1893, nell’opera Sui recenti processi bancari di Roma e Parigi,[12] in collaborazione con G. Ferrero, l’insigne alienista aveva dovuto ammettere che dei molti imputati in quei processi, solo pochissimi avevano le caratteristiche anatomiche del delinquente nato.

Aveva individuato, il Lombroso, una causa di quel tipo di delitto nella condizione politica: il sistema parlamentare.

Il sistema parlamentare, si legge, “non solo non è garanzia dell’onestà, ma istrumento di disonestà …..è il sistema parlamentare che spesso eccita al delitto”.[13]

Più avanti  si spiegava che “nella lotta parlamentare non sono le qualità intellettuali e ancor meno le morali che decidono della vittoria; anzi l’uomo che ha molte idee originali, urta il misoneismo della massa”.[14]

Nell’opera citata, dunque, si perveniva alla conclusione che non soltanto fattori anatomici, ma anche politici e più tardi anche sociali, potevano esser causa di un certo tipo di criminalità.

L’accettazione di fattori esogeni segnava senza dubbio l’apertura del metodo antropologico ad altri e diversi orizzonti.

Tuttavia, la polemica iniziata dal Pareto non era destinata a finire, tanto che nel 1897, nell’Archivio di psichiatria antropologia criminale e scienze penali[15], giungeva la risposta di Cesare Lombroso.

Quanto al problema delle razze, l’antropologo rivendicava il merito di aver attribuito rilevanza ad altri e diversi fattori, come il clima, ad esempio, e di non aver mai dato rilevanza esclusiva alla razza: “Fin dalle prime pagine, dunque, ho escluso l’influenza assoluta della razza, restringendola a pochi limiti”.[16]

Così con riferimento alla capacità predittiva dell’antropologia criminale, Lombroso accusava Pareto di una lettura parziale e infedele della sua opera, avendo egli, nell’Uomo Delinquente, offerto numerosi e validi strumenti per riconoscere il delinquente, ben prima che commettesse alcun reato.

Lungi dall’essere una sorta di nuova astrologia, come la definiva Pareto, l’antropologia criminale non era soltanto un metodo di analisi e comprensione della delinquenza, bensì uno strumento altamente affidabile per la prevenzione e la cura del problema stesso, potendo contare su di una capacità prognostica a dir poco infallibile: “Ah! Questa la chiama astrologia? E si stupisce se io posso dire se un bambino diventerà un criminale: ma è una cosa che faccio tutti i giorni, non essendo certo difficile tale prognosi in malattie che sono congenite, come la pazzia morale”.[17]

D’altronde, affermava Lombroso, il sistema della segregazione dei delinquenti nati sin dalla prima infanzia, era già stato adottato con successo in Inghilterra e in America, i quali “preferiscono spendere poche migliaia di lire in forma di speciali educatori, invece di milioni in sequestri, carcerazioni, supplizi dei rei-nati”.[18]

In merito al problema politico – sociale, Lombroso rispondeva in maniera sfuggente e sbrigativa al grande sociologo, limitandosi a rilevare che il cambiamento della forma di governo era sotto gli occhi di tutti e che soltanto il Pareto era incapace di vederlo: “non s’accorge dal solo fatto di tanti enti collettivi, scuole, tramvie, industrie cooperative, che noi andiamo mutando la forma della proprietà …. E che ci avviciniamo ad una trasformazione anche nella forma di Governo?”.[19]

 

Nel giugno del 1897, sul Giornale degli Economisti, appariva un altro articolo di Vilfredo Pareto dal titolo Polemica col Prof. Lombroso[20], che rappresentava la risposta del grande sociologo al fondatore dell’antropologia criminale.

In primo luogo il Pareto smentiva Lombroso sull’utilizzazione del metodo antropologico da parte dei paesi anglosassoni, “ciò che nego è che in Inghilterra vi sia una legge per la quale quel bambino sarebbe sequestrato e gli sarebbe vietato di d’imparare a leggere”.[21]

In secondo luogo il sociologo, pur non disconoscendo i pregi del metodo di individuazione delle caratteristiche anatomiche del delinquente nato, invitava l’antropologo a maggiori cautele e minore entusiasmo nell’esaltare la validità scientifica della sua capacità predittiva: “Nemmeno su ciò che sia delinquente se l’intendono fra loro e meno che mai col resto degli umani. Per esempio il prof. Lombroso dice che Napoleone era delinquente, la maggior parte degli uomini lo dice invece un eroe”.[22]

Era dunque la stessa categoria del delinquente ad apparire dubbia ed incerta tanto che  rilevava  acutamente il sociologo: “Sinché si discute di ladri e di assassini, dal maggior numero degli uomini sarà concesso essere costoro nocivi alla società. Ma quando il prof. Lombroso pone fra i delinquenti gli uomini della Rivoluzione francese, vorrà permetterci di dubitare se siano stati veramente nocivi alla società”.[23]

Quanto all’imminente cambiamento della forma di governo, così evidente per Lombroso, Pareto non si limitava soltanto a dileggiare questa sorta di profezia che avrebbe posto fine alla criminalità economica e politica, ma metteva in evidenza le ricadute di tale ideologia avveniristica sul metodo della nascente scienza.

La trasformazione sociale, l’avvento del socialismo, non poteva certo “essere tolto come premesse di una scienza”, costituendo siffatte convinzioni “asserzioni poetiche” che non devono invadere “il campo severo della scienza”.[24]

La conclusione cui perveniva Vilfredo Pareto, che vale la pena di richiamare interamente, era che le dottrine del Lombroso “che avevano principiato coll’essere dottrine quasi esclusivamente giuridiche, stanno ora, per opera specialmente dei discepoli e un poco anche del maestro, diventando sociali, anzi socialiste; e se non ci si ferma su tale via, tra breve diventeranno semplice pretesto di romanzi socialisti”.[25]

Ben lungi dall’essere una sterile polemica ideologica, come spesso definita, quella di Vilfredo Pareto fu invece una serrata e lungimirante critica di metodo al fondatore dell’antropologia criminale.

L’illustre sociologo fu tra i primi a cogliere il disagio che avvertì l’ultimo Lombroso, allorquando, anche in seguito a particolari avvenimenti ( non ultimo lo scandalo della banca romana), dovette ammettere l’esistenza di altri tipologie di criminali, non rientranti in quella del delinquente nato, nonché l’esistenza di altri e più raffinati crimini, come la truffa, la frode, la bancarotta, generati tutti “ più dalle imperfezioni della legge che da quelle degli uomini”.[26]

Dunque l’antropologia criminale si trovava costretta ad accettare l’esistenza di altri fattori criminogeni, estranei a quelli di tipo anatomici, come le condizioni sociali, il cui miglioramento aveva prodotto una evoluzione del delitto, il quale, abbandonando la sua atavica ferocia, assumeva ora le forme “meno ripugnanti e meno selvagge” della truffa, del falso e della bancarotta.

Pareto aveva colto anche l’influenza notevole  che sul pensiero di Lombroso dovette avere l’allora nascente “polemica sui fattori criminogeni”che vedeva coinvolti Turati, Ferri e Colajanni.

Proprio quella polemica che si poneva all’origine del movimento socialista del diritto penale[27], metteva in rilievo i rapporti e le interferenze esistenti tra la questione penale e le trasformazioni sociali.

Il delitto non era soltanto il prodotto di degenerazioni anatomiche, ma trovava la sua causa prima “nel disordine degli istituti sociali, nella sperequazione della proprietà, nell’antagonismo delle classi, nell’ineducazione e nello sfruttamento delle classi inferiori”.[28]

Fu dunque Vilfredo Pareto a cogliere in maniera lungimirante, nelle ultime opere del Lombroso, un’ormai inevitabile apertura dell’antropologia criminale verso cause criminogene diverse dalle degenerazioni anatomiche.

Apertura che indicava il lento declinare dell’antropologia verso la nascente sociologia criminale.

Proprio la polemica sui fattori criminogeni segnerà l’inizio di quel distacco dalle teorie di Lombroso da parte dei penalisti della nuova generazione.

Distacco che si trasformerà ben presto in critica serrata e a tratti impietosa, come dimostra l’opera di Filippo Turati del 1890, Ire e spropositi di Cesare Lombroso.

Non soltanto questa crisi del metodo lombrosiano che intravide Pareto, ma anche il grosso limite delle nuove teorie sociologiche che si andavano affermando; quello cioè di aver sovrapposto giudizio scientifico e giudizio ideologico, da qui il termine “romanzo” utilizzato dal sociologo per designare teorie che si muovevano più sull’onda emotiva che sull’analisi scientifica.

Tale errore di metodo trovava in Lombroso la sua scaturigine e finì con il trasmettersi inevitabilmente ai giuristi successivi, da Ferri a Nocito, da Turati a Colajanni.

Che non si trattò di una sterile polemica ideologica è inoltre dimostrato dall’entusiastica adesione di Pareto al Progetto Ferri del 1921.

Infatti in un famoso articolo apparso su “Il Secolo” del 1922, dal titolo Il diritto di punire, l’insigne sociologo spese parole di elogio per il metodo sperimentale seguito dai componenti la commissione del Progetto e propugnato dal suo presidente, Errico Ferri.

L’approccio sperimentale si traduceva in “una metodica osservazione dell’uomo delinquente, nella sua costituzione organica e psichica” [29]e veniva a sostituire le “metafisicherie” della scuola classica.

Nei concetti di pericolosità sociale e difesa sociale, assai ricorrenti nel Progetto Ferri, Pareto scopriva il lessico di un novo diritto penale, tutto immerso nella realtà sociale e giuridica, e che metteva finalmente da parte “i concetti metafisici della responsabilità e della punizione”[30].

 

Avv. Gaetano Esposito

[1] E. Altavilla, Nuove arringhe, Napoli, 1949, p. 7

2 Nel corso del Congresso di antropologia di Ginevra il filosofo Ernesto Naville aveva definito l’antropologia una “scienza criminale”.

[3] Ora in Pareto, Opere, Torino, 1980, p. 111

[4] Cit. p. 110

[5] Cit., p. 110

[6] Pareto, cit., p. 112

7 C. Lombroso: Delitto Genio Follia, Scritti Scelti,  Bollati-Boringhieri, 1995

 

[8] Pareto, cit., p. 115

[9] C. Lombroso: L’Uomo Delinquente, vol III, Hoepli, 1896, p. 57

[10] Pareto,cit,p.113

[11] Pareto.cit,p.113

[12] Ora in C. Lombroso:Delitto Genio Follia- scritti scelti-, Bollati- Boringhieri, p. 898

[13] C. Lombroso, cit., p. 900

[14] C. Lombroso, cit., p. 900

[15] Ora in C. Lombroso, cit., p. 486

[16] C. Lombroso, cit., p. 487

[17] C. Lombroso, cit., p.488

[18] C. Lombroso, cit., p.488

[19] C. Lombroso, cit., p. 487

[20] Ora in Pareto, Opere, Torino, 1980, p. 119

[21] Pareto, cit., p. 122

[22] Pareto, cit., p.122

[23] Pareto, cit., p.123

[24] Pareto, cit., p.121

[25] Pareto, cit., p.125

[26] C. Lombroso, L’Uomo Delinquente, 1889, vol. 1, pag. 1-2

[27] M. Sbriccoli, Il diritto penale sociale (1883-1912), Quaderni Fiorentini per la storia del pensiero giuridico europeo, Milano, vol. 2 p.819

[28] F. Turati, Il delitto e la questione sociale. Appunti sulla questione penale, Bologna, 1913, p. 23

[29] Pareto, opere, Torino, 1980, p. 1129

[30] Pareto, cit., p. 1131

Un commento

  1. Complimenti per l’articolo…permettimi una precisazione: l’opera “Ire e spropositi di Cesare Lombroso” del 1890 è di Napoleone Colajanni, non di Filippo Turati come scritto.

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