La scure della manovra sui ricorsi amministrativi in materia di appalti


Con l’approvazione del decreto-legge n. 98 del 6 luglio 2011 recante “Disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria” sono state varate dal governo una serie di misure finalizzate, almeno sulla carta, a migliorare l’efficienza del sistema giudiziario. Di tali misure, quella di sicuro maggiormente rilevante è l’aumento dei contributi unificati, misura che ha il duplice effetto, da un lato, di aumentare le entrate dello stato e, dall’altro, di scoraggiare l’agire in giudizio a causa dell’aumento delle spese di giustizia.

Sebbene l’aumento sia ben noto a tutti i colleghi, avendo avuto tra l’altro anche un notevole risalto fra i media, non è sicuramente altrettanto noto l’entità dello stesso per quanto concerne i ricorsi amministrativi ed, in particolar modo, per quelli in materia di affidamento degli appalti pubblici.

In tali campi, il provvedimento del governo di recente varato acuisce, in maniera sensibile e ingiustificata, quella che è già un’anomalia in materia di spese di giustizia. La giurisdizione amministrativa è, infatti, l’unica giurisdizione in cui il contributo unificato prescinde totalmente dal valore della controversia, con importi pari ad euro 600 per i riti ordinari ed euro 300 per alcuni riti speciali (silenzio, ottemperanza del giudicato, esecuzione di sentenza, cittadinanza e soggiorno). Per quanto concerne lo specifico degli appalti (ma il discorso è identico anche per quanto concerne i giudizi in materia di Autorità indipendenti) l’importo del contributo, già innalzato dalla finanziaria del 2007 da € 500 ad € 2.000, è oggi portato ad € 4.000, sempre a prescindere dal valore della controversia.

 Ma vi è di più. Con l’entrata in vigore del nuovo codice del processo amministrativo il contributo unificato, a differenza dei giudizi presso altre giurisdizioni, va obbligatoriamente corrisposto, non solo all’atto del deposito del ricorso, ma anche al momento della proposizione di eventuali ricorsi incidentali e motivi aggiunti e quindi in molti casi raddoppia o addirittura triplica la somma da versare all’erario. Un esempio può contribuire a chiarire lo stato attuale.

La società alfa decide di impugnare il bando di una gara d’appalto pubblicato dall’Amministrazione beta, visibilmente illegittimo in quanto prevede requisiti di partecipazione che consentono la partecipazione di una sola concorrente. Proporrà quindi ricorso al TAR avverso il bando, versando contestualmente, all’atto del deposito, il contributo di € 4.000. Al fine di non incorrere nella declaratoria di inammissibilità per carenza di interesse, la società Alfa presenterà comunque la propria offerta, che verrà verosimilmente esclusa per la mancanza dei requisiti di partecipazione stabiliti nel bando illegittimo. Tale provvedimento di esclusione dovrà pertanto essere impugnato con dei primi motivi aggiunti, versando un altro contributo di 4.000 euro. Nelle more, è probabile che l’amministrazione provveda ad effettuare l’aggiudicazione in favore dell’unica concorrente in gara, provvedimento che dovrà essere impugnato con ulteriori motivi aggiunti, versando un ulteriore contributo da 4.000 euro. La società alfa si troverà quindi ad aver versato € 12.000 solo per contributi unificati, senza considerare gli onorari ed i diritti dell’avvocato, che, qualora ometta negli atti il proprio indirizzo di posta elettronica certificata o il proprio numero di fax, vedrà notificarsi un avviso di integrazione del contributo pari ad ulteriori € 6.000. A queste cifre non occorre aggiungere ulteriori commenti, se non la considerazione del fatto che se la gara in questione era di modico ammontare, l’esosità del contributo fa venir meno ab origine l’interesse a ricorrere.

A differenza di quanto possa pensare l’uomo della strada, non tutti gli appalti sono, infatti, milionari ed, anzi, è proprio sui piccoli affidamenti sotto soglia comunitaria che a volte si renderebbe (il condizionale è oggi più che mai d’obbligo) necessario richiedere la tutela del giudice amministrativo per impedire affidamenti illegittimi. A partire dallo scorso 6 luglio tutto ciò non sarà più possibile.

E’ questo l’intento deflattivo che il legislatore voleva realizzare? O forse nell’intento di “far cassa” lo stesso non si è reso conto di avallare, in tal modo, una pluralità di affidamenti illegittimi o contra legem che nessuno avrà l’interesse ad impugnare perché di valore troppo basso rispetto alle spese vive da sostenere per un eventuale ricorso?

Lasciamo ogni risposta al giudizio di ogni collega o futuro collega che legge queste righe. Si può solo concludere che si ripropone oggi ancor più forte la questione sulla legittimità costituzionale di un contributo unificato che, a differenza della giurisdizione civile  e tributaria, per i ricorsi amministrativi prescinde totalmente dal valore della controversia e che, per quanto concerne gli appalti, rischia non solo di mettere in ginocchio i professionisti del settore, ma anche di incoraggiare fenomeni di corruzione o quantomeno affidamenti illegittimi. Si spera che questa volta, a differenza di quanto accadde nell’ormai lontano 2007 (in cui l’aumento del contributo per gli appalti era stato del 400% passando da500 a2000 euro),la CorteCostituzionalee forse anche il buon senso di una categoria fin troppo silente quale quella degli avvocati amministrativisti, non restino, come sempre, a guardare.

Avv. Mauro Fusco

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