Può essere sospeso per grave illecito disciplinare l’Avvocato che chiede il compenso al cliente ammesso dal COA al patrocinio a spese dello Stato. La determinazione della sanzione inflitta all’incolpato dal Consiglio Nazionale Forense non è censurabile in sede di giudizio di legittimità.


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Un tema molto controverso è quello riguardante i casi d’applicazione e la liquidazione degli onorari  derivante dall’istanza d’ammissione al patrocinio a spese dello Stato.

La cassazione è intervenuta di recente sancendo che l’Avvocato che chieda compenso a cliente ammesso a gratuito patrocinio va sospeso(Cassazione civile , SS.UU, sentenza 19.04.2013 n° 9529).

Vediamo qual è stato l’iter argomentativo che ha spinto i giudici della Cassazione a pronunciarsi sul punto.

E’ lecita la sanzione disciplinare inflitta al legale – nello specifico la sospensione – che ha chiesto ad un cliente, dopo la sua ammessione al patrocinio a spese dello Stato, un compenso per l’attività professionale svolta, in quanto  si violano gli articoli 5 e 6 del codice deontologico forense, nonché il disposto dell’art.85 del DPR 30 maggio 2002, n. 115 (Testo Unico in materia di spese di giustizia), secondo cui  “ … Il difensore, l’ausiliario del magistrato e il consulente tecnico di parte non possono chiedere e percepire dal proprio assistito compensi o rimborsi a qualunque titolo, diversi da quelli previsti dalla presente parte del testo unico. Ogni patto contrario è nullo. La violazione del divieto costituisce grave illecito disciplinare professionale ….”.

Secondo quanto precisato dagli Ermellini, nel caso in cui si tratti di attività professionale svolta in vista della successiva azione giudiziaria, la stessa deve essere ricompressa nell’azione stessa ai fini della liquidazione a carico dello Stato; in relazione alla stessa, quindi, il professionista non può chiedere il compenso al cliente che sia stato ammesso al beneficio de quo, con delibera del COA competente.

Non sono state ritenute sufficienti le motivazioni del difensore che, nel giustificare il proprio comportamento, aveva sostenuto che era sua intenzione procedere con un ricorso per la modifica delle condizioni della separazione personale, non coperto dal gratuito patrocinio, concernente un procedimento da instaurare avanti al giudice tutelare.

Il difensore – ha osservato il CNF – avrebbe ben potuto avanzare istanza di modifica del provvedimento che ha concesso il beneficio al proprio cliente, in modo tale da ricomprendere nello stesso anche le ulteriori attività svolte sempre nell’interesse dello stesso.  “ … L’attività svolta in vista della successiva azione giudiziaria rientra “tutta” nella liquidazione a spese dello Stato; il legale, quindi, non può chiedere compensi in merito … “.

Nella fattispecie concreta, oggetto di controversia, a “far emergere le prove a carico del difensore”, inchiodandolo alla sanzione disciplinare inflitta, è stata la stessa nota riepilogativa delle competenze.

Tale nota mostrava, infatti, voci (quali ad es. ricerca documenti) da ritenersi riconducibili alla instaurazione del giudizio.

Neppure ha giovato all’incolpato il fatto di rimarcare la propria incesuratezza e la lunga opera di assistenza prestata senza aver ricevuto compensi.

La misura della sanzione determinata non risulta censurabile in sede di legittimità.
In relazione alla gravità della sanzione inflitta al legale (per cui era stato presentato motivo idoneo) la Corte nella sentenza in commento ha precisato, ricordando precedenti sul tema, che “… il caso di specie non è escluso dall’applicazione del D.P.R. n. 115 del 20; deve ribadirsi il consolidato orientamento di questa Corte secondo il quale, in tema di procedimento disciplinare a carico degli avvocati, il potere di applicare la sanzione adeguata alla gravità ed alla natura dell’offesa arrecata al prestigio dell’ordine professionale è riservato agli organi disciplinari: pertanto, la determinazione della sanzione inflitta all’incolpato dal Consiglio nazionale forense non è censurabile in sede di giudizio di legittimità (v. Cass., S.U., sent. n. 11564 del 2011n. 1229 del 2004)”.

a cura di Armando Rossi, avvocato in Napoli.

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