Art. 415 bis c.p.p.: riflessioni sul significato dell’espressione “sommaria enunciazione del fatto”. Quali le conseguenze se l’enunciazione è generica?


di Isabella Salvati e Marianna Stendardo*

La chiusura delle indagini preliminari, ex art. 415 bis c.p.p., costituisce  un atto di notevole rilevanza sotto due profili: da un lato pone la pubblica accusa – in possesso di tutti gli elementi emersi durante la fase delle indagini – nella condizione di formulare un’enunciazione che abbia rilievo penale, dall’altro è il primo momento utile per un concreto esercizio del diritto di difesa, stante la facoltà, riconosciuta, dalla norma in parola, all’indagato ed al suo difensore, di poter accedere al materiale raccolto nel corso delle indagini, sì da consentire valutazioni in ordine alla strategia difensiva da adottare.

 “L’avviso contiene…l’avvertimento che la documentazione relativa alle indagini espletate è depositata presso la segreteria del pubblico ministero e che l’indagato e il suo difensore hanno facoltà di prenderne visione. Contiene altresì l’avvertimento che l’indagato ha facoltà, entro il termine di venti giorni, di presentare memorie, produrre documenti, depositare documentazione relativa ad investigazioni del difensore, chiedere al pubblico ministero il compimento di atti di indagine, nonché di presentarsi per rilasciare dichiarazioni ovvero chiedere di essere sottoposto ad interrogatorio. Se l’indagato chiede di essere sottoposto ad interrogatorio il pubblico ministero deve procedervi.”.

 La ratio dell’istituto è quella di fornire alla persona sottoposta alle indagini gli strumenti atti a garantire il completo esercizio del diritto di difesa in una fase antecedente alle determinazioni che il Pubblico Ministero  deciderà di assumere in relazione all’esercizio dell’azione penale.

Nel concentrare l’attenzione proprio su quest’ultimo aspetto, è indubitabile ritenere come l’esercizio del diritto di difesa risulti fortemente limitato, qualora l’enunciazione del fatto, inserita nell’atto di cui al 415 bis c.p.p., sia troppo generica o appaia, come avviene non di rado nella pratica, totalmente disarticolata.

  Risulta evidente che, se i fatti contestati non posseggono un sufficiente grado di determinatezza, il destinatario non è in grado di esercitare in maniera appropriata le facoltà che la norma de qua gli attribuisce.

A tal proposito, viene da chiedersi in che modo possano conciliarsi le esigenze difensive con una “ enunciazione sommaria del fatto”.

La risposta non può che rinvenirsi nel novellato art. 111, comma 3, Cost., che garantisce alla persona “accusata di un reato di essere, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico”.

E dunque, se è vero che la norma in esame utilizza una dicitura ambigua e variamente interpretabile “sommaria enunciazione”, al punto da legittimare, secondo alcuni, indicazioni generiche del fatto-reato, sull’assunto che non si tratterebbe del capo di imputazione, di contro, una lettura costituzionalmente orientata impone che la stessa non venga  strumentalizzata ad usum di indicazioni prive di taluno degli elementi propri della fattispecie penale: elemento psicologico, condotta materiale e nesso causale.

Dunque, se “sommaria enunciazione del fatto (reato)”, è espressione che  non giustifica un’ indicazione monca degli elementi essenziali dello stesso, sorge naturale chiedersi perché il legislatore abbia inteso utilizzare il termine sommaria e cosa lo stesso stia ad indicare ?

Ebbene, alla luce delle osservazioni innanzi svolte, l’aggettivo in parola, ha ragion d’essere se non lo si ricollega al fatto – reato, bensì alla fase procedurale propria dell’ avviso di cui all’art. 415 bis c.p.p., atteso che la   formulazione del fatto, contenuta nell’atto in oggetto, può sempre subire modifiche all’esito di elementi nuovi, emersi nel corso dell’attività difensiva esplicata: interrogatorio richiesto dall’indagato, memorie difensive, documenti, investigazioni difensive e/o richiesta del compimento di ulteriori indagini.

Diversamente saremmo di fronte ad una sovrapposizione di norme, laddove la sommaria indicazione del fatto, di cui all’art.  415-bis, comma 2, c.p.p., andrebbe di fatto a coincidere con la disposizione di cui all’art. 369 c.p.p. che espressamente indica tra gli elementi da comunicare all’indagato le norme di legge che si assumono violate, la data, il luogo del fatto e non anche la descrizione di quest’ultimo.

Il ragionamento sin qui sviluppato trova, poi, ulteriore avallo nel combinato disposto delle norme di cui all’art. 415 bis c.p.p. e 65 c.p.p. posto che, ex art. 415 bis c.p.p, è facoltà dell’indagato richiedere l’interrogatorio e che l’art. 65 c.p.p. chiarisce che prima del suo compimento “l’autorità giudiziaria  contesta alla persona sottoposta alle indagini in forma chiara e precisa il fatto che le è attribuito, le rende noti gli elementi di prova esistenti contro di lei e, se non può derivarne pregiudizio per le indagini, gliene comunica le fonti”.

Da ciò evidentemente ne deriva che, sia nel caso in cui vi sia una “sommarietà” nell’indicazione del fatto di cui all’art. 415 bis c.p.p., sia nel caso in cui tale sommarietà venga riprodotta in sede di interrogatorio – ove si è soliti contestare lo stesso fatto già indicato nell’avviso di cui all’art. 415 bis c.p.p – sia, infine, quando si ometta di indicare gli elementi di prova esistenti a carico dell’indagato prima dello svolgimento dell’atto indicato, si delinea un’ ipotesi di nullità di ordine generale, di cui all’art. 178, comma 1 lett. c), che testualmente recita: “è sempre prescritta a pena di nullità l’osservanza delle disposizioni concernenti l’intervento, l’assistenza e la rappresentanza dell’imputato e delle altri parti private nonché la citazione in giudizio della persona offesa dal reato”.

Tenuto conto che i diritti e le garanzie dell’imputato si estendono, ex art. 61, comma 1, c.p.p. alla persona dell’indagato, non può revocarsi in dubbio che, qualora i fatti di cui all’art. 415 bis c.p.p. siano imprecisi e poco chiari nella loro esposizione, di guisa da non consentire un effettivo diritto di difesa, si incorre nella sanzione richiamata di cui all’art. 178, comma 1 lett. C) c.p.p..

*funzionari Amministrazione PenitenziariaMinistero della Giustizia.

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