IL DIVIETO DEL PATTO DI QUOTA LITE DOPO LA LEGGE DI RIFORMA DELL’ORDINAMENTO PROFESSIONALE FORENSE


La legge 31 dicembre 2012 n.247, recante la nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense, ripropone il dibattuto tema del patto di quota lite, vietando, al quarto comma dell’art.13, “…. i patti con i quali l’avvocato percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa”.

Sul punto, con una decisione dello scorso dicembre, il Consiglio Nazionale Forense è intervenuto a chiarire il senso del divieto, sia pure con riferimento ad una vicenda antecedente l’entrata in vigore della normativa.

La sentenza del CNF n.225/2013 chiude un procedimento intentato da un avvocato che contestava la sanzione disciplinare della sospensione per quattro mesi dall’esercizio dell’attività professionale, inflittagli dal proprio Consiglio dell’Ordine, a seguito dell’esposto di un cliente dello stesso professionista. Quest’ultimo era rimasto vittima di un gravissimo incidente stradale e accusava il legale di avergli chiesto di sottoscrivere, per il pagamento delle spettanze professionali conseguenti all’espletamento del mandato, un patto di quota lite, in cui il suo compenso era pattuito nella misura del 20% del risarcimento, che era già individuato nell’ammontare.

L’esponente, al momento del saldo, aveva rifiutato di corrispondere all’avvocato la somma prevista dal patto di quota lite ed aveva ricevuto la notifica di un decreto ingiuntivo provvisoriamente esecutivo, che il professionista aveva ottenuto dal giudice, procedendo a pignoramento presso terzi e conseguendo la somma pattuita.

L’avvocato veniva accusato di avere indotto il cliente a sottoscrivere un patto di quota lite a distanza di oltre tre anni dal momento dell’accadimento del sinistro, allorquando era già dato prevedere l’esito favorevole della causa anche in relazione al quantum, il cui ammontare, in base agli atti di causa, era chiaro e certo.

Il CNF, adito per la riforma della decisione del Consiglio dell’Ordine, l’ha tuttavia confermata, ripercorrendo l’iter legislativo del patto di quota lite nel corso degli ultimi anni e traendo conclusioni valide per le applicazioni successive dell’istituto in esame.

Prima dell’entrata in vigore nel 2006 della legge di conversione del cosiddetto “decreto Bersani”, ovvero la L.248/2006, vigeva [in base agli artt.4 comma 1, 5 e 9, rispettivamente, della tariffa giudiziale civile, penale e stragiudiziale (D.M. 8.4.2004 n.127)] l’inderogabilità degli onorari minimi e dei diritti, con l’avallo dell’art.24 della legge 13/6/1942 n.794, che comminava la nullità dei patti in deroga.

Il patto di quota lite, in quel contesto normativo, era vietato sia dal codice civile che da quello deontologico.

La legge n.248/2006, oltre ad eliminare i minimi tariffari, sembrava aver legittimato i patti di quota lite, abrogando ogni divieto di compenso rapportato al conseguimento degli obiettivi perseguiti, attraverso la previsione del requisito della forma scritta ad substantiam per tutti gli accordi relativi al compenso. Tuttavia, una migliore lettura della normativa, se da un lato poteva condurre alla considerazione della liceità del patto di quota lite, in cui il compenso è rapportato al risultato pratico dell’attività svolta e, comunque, stabilito in percentuale sul valore dei beni o degli interessi litigiosi, dall’altro non poteva giustificare la medesima conclusione per l’ipotesi del compenso rappresentato da una parte dei beni, o crediti litigiosi, in quanto ciò non era espressamente menzionato dalla norma, che, sul punto, lasciava senza risposta il quesito.

Si arriva, così, al quarto comma dell’art.13 della L.247/2012, che ha reintrodotto il principio in base al quale “sono vietati i patti con i quali l’avvocato percepisca come compenso in tutto o in parte una quota del bene oggetto della prestazione o della ragione litigiosa”.

Tale disposizione, tuttavia, deve essere letta e coordinata con quella di cui al terzo comma del medesimo articolo, che riconosce la validità della pattuizione con cui si determini il compenso al difensore “a percentuale sul valore dell’affare o su quanto si prevede possa giovarsene, non soltanto a livello strettamente patrimoniale, il destinatario della prestazione”.

La dicotomia legislativa richiede uno sforzo interpretativo notevole, che il CNF ha ritenuto di risolvere affermando, nella decisione in commento, laddove è possibile leggere che “ Un ulteriore affinamento esegetico, condotto su questi due commi dell’art.13 della legge n.247/2012, porta a concludere, secondo una ragionevole e ragionata opinione già affacciatasi, che se la percentuale può essere rapportata al valore dei beni o gli interessi litigiosi, non lo può essere al risultato perché in tal senso deve interpretarsi l’inciso “si prevede possa giovarsene” che evoca un rapporto con ciò che si prevede e non con ciò che costituisce il consuntivo della prestazione professionale”.

Tale interpretazione, oltre che risultare conforme al dato testuale della norma, sembra essere coerente con la ratio del divieto, dal momento che allontana il compenso dell’avvocato dagli esiti della lite; diversamente opinando, ovvero, qualora si ancorasse il patto all’esito della lite, si determinerebbe una commistione di interessi, con il rischio così “della trasformazione del rapporto professionale da rapporto di scambio a rapporto associativo”.

Ne consegue che deve considerasi illecito l’accordo col quale l’avvocato ed il cliente si accordano per dividersi il ricavato a conclusione del giudizio, quando l’ammontare di ciò che riceverà il cliente è, ormai, certo e chiaro; è valido, al contrario, il patto con cui, al momento del conferimento dell’incarico, si determina il compenso dell’avvocato, rapportandolo in misura percentuale al valore della causa. In tale momento, infatti, non si conosce l’esito del giudizio, né la misura in cui il cliente potrà giovarsene.

a cura di Armando Rossi

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