DEI DELITTI E DELLE PENE COMPIE 250 ANNI — Note a margine di un convegno


Dei delitti e delle pene

È finalmente arrivato anche a Napoli, dopo Livorno e Milano, il convegno internazionale su Cesare Beccaria per la celebrazione dei duecentocinquant’anni dalla pubblicazione di “Dei delitti e delle pene”.

Il convegno, fortemente voluto dal Professor Elio Palombi, che a Beccaria ha dedicato due interessanti monografie[1], si è svolto in due giornate, 11-12 novembre, nel Dipartimento di Scienze Politiche e si è articolato in tre sessioni: Beccaria nella storia dei diritti, l’influenza di Beccaria sulla scienza penalistica e, naturalmente, l’attualità di Beccaria.

Non è mia intenzione riassumere quanto si è detto in quell’autorevole consesso né  ripercorrere le tappe del pensiero penalistico del Beccaria ma soltanto riflettere su alcuni aspetti che rendono l’opera del grande illuminista lombardo ancora attuale, tanto da poter essere considerata l’opera più celebre che mai sia stata scritta sul diritto penale.

Innanzitutto la struttura.

Dei delitti e delle pene non è un trattato di diritto criminale, come quelli, immensi e talvolta pedanti, che si scrivevano ad uso dei dottori della legge, con un lessico ostico e talvolta impenetrabile ai non addetti ai lavori.

È un agile e godibile pamphlet scritto in pochi mesi da un giovane di appena ventisei anni, di formazione matematica ed economica, convertitosi alla filosofia grazie alla lettura in particolare di Montesquieu, di Helvétius e di Rousseau.

La struttura dell’opera ha giocato un ruolo fondamentale sulla sua riuscita. L’abate Morellet la tradusse nel 1766 in francese cambiando l’ordine dei capitoli nel tentativo di trasformarla in un trattato, appunto il Traité des délits et des peines, e fu un vero disastro.

Non era e non poteva essere un trattato di diritto, non era sistematica, mancava della cavillosa pedanteria dei trattatisti, era invece breve, disordinata ma piena di geniali riflessioni e animata da grande passione.

Diderot fu tra i primi ad accorgersi dei limiti della traduzione francese al punto da accusare Morellet di aver ucciso l’opera[2].

L’illuminista francese acutamente notava che l’impostazione del traduttore aveva smorzato quelle passioni e quegli entusiasmi che animavano il piccolo e prezioso libretto.

Eppure Morellet aveva colto questo aspetto dell’opera riconoscendo a Beccaria di aver unito “la force du raisonnement à la chaleur du sentiment”.

È questo un altro aspetto del libro che lo rende tuttora vivo e attuale.

Il sentimento sostiene il ragionamento manifestandosi, in molti luoghi, in alta e commossa eloquenza.

Beccaria viene descritto dai suoi contemporanei come un giovane pingue, indolente, ostaggio della malinconia e della disperazione, incapace di scrivere e riflettere per più di due ore di seguito, così lo rappresenta Alessandro Verri in una famosa lettera a Isidoro Bianchi, così lo ritrae il pittore Antonio Perego, nel dipinto “L’Accademia dei Pugni”, sprofondato su una sedia, immerso nella lettura, assorto nelle sue meditazioni.

Antonio Perego, L'Accademia dei Pugni. Da sinistra a destra: Alfonso Longo (di spalle), Alessandro Verri, Giambattista Biffi, Cesare Beccaria, Luigi Lambertenghi, Pietro Verri, Giuseppe Visconti di Saliceto.
Antonio Perego, L’Accademia dei Pugni. Da sinistra a destra: Alfonso Longo (di spalle), Alessandro Verri, Giambattista Biffi, Cesare Beccaria, Luigi Lambertenghi, Pietro Verri, Giuseppe Visconti di Saliceto.

Ma questo giovane era anche dotato di grande immaginazione e sensibilità e certamente i ragionamenti, le riflessioni, le idee, i progetti di riforma che ascoltava in quel meraviglioso circolo culturale che era l’Accademia dei Pugni, devono aver influito non poco sulla genesi dell’opera.

In particolare credo che sia stato Alessandro Verri, più che Pietro, ad eccitare la sensibilità del giovane Marchese.

Sebbene molto sia stato scritto sull’influenza dell’Orazione panegirica sulla giurisprudenza milanese scritta da Pietro Verri nel 1763, ritengo che sia stata poco studiata l’influenza di Alessandro Verri su Beccaria.

In particolare fu, a mio avviso, l’esperienza che Alessandro fece come Protettore dei carcerati ad impressionare il giovane Beccaria.

Il Protettore dei carcerati, infatti, era un’antica istituzione che veniva per lo più affidata ai nobili che avevano intrapreso la carriera forense e aveva come scopo appunto la tutela dei carcerati. Il Protettore doveva visitare le carceri, ascoltare i lamenti dei carcerati, studiare i loro processi, sollecitarne la definizione e soprattutto avanzare domande di grazia.

Il giovane Verri esercitò con passione questo ufficio, come dimostrano le numerose domande di grazia e difese contenute nell’archivio Verri, e fece confluire il suo impegno nell’Accademia dei Pugni e nel Caffè, discutendo proprio con Beccaria questioni di “materie criminali”, rilevandone “la barbarie …. de’scrittori e de’ metodi anche nel giudicare e processare”[3].

Furono senza dubbio i racconti del giovane Verri sulla vita e le condizioni dei carcerati, sui tormenti agli stessi inflitti, sugli abusi che venivano consumati per lo più a danno dei derelitti a stimolare la sensibilità del giovane Marchese e a indirizzare la sua curiosità verso le materie criminali.

È significativo, a tal riguardo, che Beccaria possedeva una copia del registro dei giustiziati della Congregazione di S. Giovanni Decollato.

Il registro conteneva un fitto elenco delle spaventose pene inflitte ai condannati dal 1741 al 1760[4].

L’opera del giovane illuminista lombardo è dunque tutta pervasa dal sentimento di giustizia e dal disprezzo verso ogni forma di arbitrio e di tirannia. Per Beccaria la ricerca della verità e la passione contro le ingiustizie coincidono, come due aspetti di una stessa missione intellettuale.

Ancora oggi non è possibile rimanere indifferenti quando si legge: “ma se sostenendo i diritti degli uomini e dell’invincibile verità contribuissi a strappare dagli spasimi e dalle angosce della morte qualche vittima sfortunata della tirannia o dell’ignoranza, ugualmente fatale, le benedizioni e le lagrime anche d’un solo innocente nei trasporti della gioia mi consolerebbero dal disprezzo degli uomini”[5].

È questa passione, “la chaleur du sentiment”, che fa di questo piccolo libretto l’opera di diritto ancora oggi più letta e il simbolo assoluto della battaglia contro la pena di morte, pur non essendo stato Beccaria un abolizionista integrale, come diremmo oggi.

Infine, lo stile dell’opera.

Non vi sono lungaggini e pedanteria da trattatista ma forma semplice che insegue una linearità che non sempre riesce a raggiungere.

Il ragionamento è conciso e stringente senza citazioni dottrinarie né richiami a leggi e prammatiche, rari sono anche gli esempi tratti dalla storia.

Sembra quasi un libro di preziosi aforismi da mandar a memoria.

Nella presentazione ad un altro precedente libretto, De’ disordini e de’ rimedi delle monete nello stato di Milano nel 1762, Beccaria faceva una premessa metodologica che mi sembra orienti anche la successiva e più nota opera: “rimontar ai principi grandi e universali, discomporre con analisi le mal combinate idee ….. passare le nozioni di questa parte dell’economia politica dal silenzio de’ gabinetti de’ filosofi alle mani del popolo”.

Due implicazioni: l’utilizzo di un metodo analitico, capace di sottoporre a rigoroso esame le idee tradizionali rilevandone gli errori, “le mal combinate idee”, e il perseguimento di una finalità ambiziosa, quella di sottrarre determinati argomenti al monopolio dei tecnici, “dal silenzio de’ gabinetti de’ filosofi alle mani del popolo”, rendendoli di pubblico dominio, nel tentativo di formare quella che noi oggi chiameremmo una coscienza critica.

I ragionamenti seguiti da Beccaria cercano di essere semplici come dimostrazioni di teoremi geometrici, si attestano su una logica serrata e talvolta su argomenti psicologici.

Quest’ultimo aspetto mi sembra molto importante. Alcuni ragionamenti si fondano sulla conoscenza dell’anima umana e delle umane passioni.

Tra gli argomenti contrari all’uso della tortura, ad esempio, vi è quello secondo il quale l’innocente si confessa reo solo “per gli spasimi della tortura”, così contro le accuse segrete si afferma che allorquando un uomo “può sospettare di vedere in altrui un delatore e gli diventa inimico… gli uomini si avvezzano a mascherare i propri sentimenti, e, coll’uso di nascondergli altrui, arrivano finalmente a nascondergli a loro medesimi [6]”.

Formidabile, per vari aspetti, la spiegazione della prontezza della pena, la cui necessità è dovuta al fatto che “quanto è minore la distanza del tempo che passa tra la pena ed il misfatto, tanto è più forte e più durevole nell’animo umano l’associazione di queste due idee, delitto e pena, talché insensibilmente si considerano uno come cagione e l’altra come effetto necessario immancabile”[7].

Un diritto penale dunque modellato sulla conoscenza dell’uomo, che nasce dall’uomo per l’uomo, strumento di regolazione e non strumento di dominio sulla vita.

È questo il rispetto della persona predicato da Beccaria, perché “non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi l’uomo cessi di esser persona e diventi cosa”[8].

Un’ultima considerazione attiene al Beccaria filosofo.

Ci si è chiesto spesso perché Beccaria fu accolto nella Francia dei Lumi come un philosophe.

Dei delitti e delle pene, si è tante volte ripetuto, non contiene alcuna idea filosofica originale, limitandosi l’autore a rimescolare Montesquieu, Helvétius e Rousseau.

Rodolfo Mondolfo, che pure ha dedicato al Nostro un’importante monografia[9], sul punto rileva che “Beccaria vi appare in filosofia non soltanto un semplice seguace delle correnti predominanti in Francia nell’età sua; ma non pervenuto neppure ad una sistemazione organica e coerente degli elementi che accettava da varie parti, non sempre concordi e conciliabili fra loro”[10].

In verità, nell’affascinante visione di quei tempi, filosofica era qualsiasi opera che trattasse argomenti morali, sociali e giuridici e soprattutto ogni opera che prevedesse una riforma sociale, politica o giuridica partendo dai principi primi.

Era l’impegno civile che faceva dell’autore un pensatore immerso nel presente e nei suoi problemi, dunque un filosofo.

Beccaria fu un filosofo nella misura in cui si fece portavoce di una nuova coscienza etica e giuridica.

Fu l’araldo di un nuovo modo di sentire che voleva un diritto penale saldamente ancorato al principio di legalità.

Leggi chiare e precise che prevedessero il delitto, la pena e persino “gli indizi di un delitto che meritano la custodia del reo”[11]; leggi alle quali il giudice doveva sottomettersi senza possibilità di arbitrio perché “dove le leggi siano chiare e precise l’officio del giudice non consiste in altro che di accertare un fatto[12]”.

Il dominio della legalità segnava la fine dell’arbitrio giudiziario e dunque dell’uso strumentale del diritto penale.

Beccaria avvertiva la necessità di un diritto penale moderno, laico e desacralizzato, orientato a principi di razionalità e di proporzione tra reato e pena, che si ponesse come extrema ratio da attivarsi solo laddove fosse fallita la prevenzione, non potendosi “chiamare precisamente giusta una pena di un delitto, finché la legge non ha adoperato il miglior mezzo possibile nelle date circostanze d’una nazione per prevenirlo[13]”.

Sono questi i motivi che rendono Cesare Beccaria un pensatore ancora attuale e a tratti profetico, un autore che resta tuttora il nostro interlocutore privilegiato, da leggere e rileggere e da celebrare come giustamente è stato fatto in questi giorni, perché, come ha scritto Franco Venturi nella bella introduzione all’opera: “Dei delitti e delle pene restava opera personale, legata a un ambiente, a un’atmosfera e pur non mai completamente assimilabile a ciò che le stava intorno”[14].

a cura di Gaetano Esposito

[1] Beccaria oggi. La giustizia penale nel terzo millennio -2013 – Grimaldi & C. e Dei Delitti e delle Pene. Alle origini della legislazione dell’Italia unita – 2012- Bonanno
[2] Cfr. Diderot su Beccaria, l’abate Morellet e il Trattato intorno alla natura dello stile in C. Beccaria Dei delitti e delle pene a cura di F. Venturi – Einaudi – 1994
[3] Cfr. lettera di Alessandro Verri a Isidoro Bianchi in C. Beccaria Dei delitti e delle pene cit. pag 124
[4] Cfr. Cesare Cantù Beccaria e il diritto penale – Firenze, 1862 , Appendice A
[5] C. Beccaria Dei delitti e delle pene, cit. pag. 31
[6] idem
[7] Beccaria cit. pag. 48
[8] Beccaria cit. pag. 50
[9] R. Mondolfo  Cesare Beccaria – Nuova Accademia Editrice – Milano 1960
[10] R. Mondolfo cit. pag. 40
[11] Beccaria, cit. pag.70
[12] idem, pag. 35
[13] Idem, pag. 78-79
[14] F. Venturi introduzione a C. Beccaria, cit. pag. XI

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