Convegno al Circolo Canottieri di Napoli: “Il ruolo dell’Avvocato tra giustizia e società”


Camera Europea della Giustizia - Locandina evento 13 e 14 gennaio 2015

Il 13 e 14 gennaio si è tenuta la IX edizione del  convegno dibattito “Sull’amministrazione della giustizia in Italia” organizzato dalla Camera Europea di Giustizia e con il Contributo del Consiglio dell’Ordine degli Avvocati di Napoli e del Circolo Canottieri Napoli.

Di seguito l’intervento dell’Avv. Gaetano Esposito, uno degli illustri relatori che hanno animato i lavori.

“Onorevoli colleghi, ringrazio voi per la vostra partecipazione, ringrazio la Camera europea di giustizia, nella persona del suo infaticabile Presidente, per aver dato a noi tutti la possibilità di confrontarci su temi così importanti che riguardano la nostra giustizia.

A me, oggi, è stato affidato un compito quanto mai gravoso, quello di parlare del ruolo dell’avvocato nella storia. È un compito che travalica di gran lunga le mie modeste possibilità e pertanto invoco, sin da ora, la vostra clemenza.

Parlare del ruolo dell’avvocato qui, a Napoli, è per me titolo di grande orgoglio, perché ho sempre creduto che nessun altra città d’Europa abbia onorato la toga come la nostra.

A Napoli l’impegno civile dell’Avvocatura è stato così intenso e commovente da raggiungere vette di romanticismo forense inesplorate.

Per un lungo periodo di tempo un legame indissolubile teneva unite cattedra, Foro e vita civile, la scienza e la vita, sì che la toga unificava in sé e armonizzava tutte le istanze giuridiche, civili e culturali.

Per esprimere quanto sto dicendo, non riesco a trovare parole più belle e più vere di quelle che pronunciò Gennaro Marciano nella sua memorabile commemorazione di Enrico Pessina: “L’avvocato della grande curia napoletana era il giurista, l’oratore ed il sociologo, il filosofo e l’apostolo, ed anche il patriota; il patriota che, superstite alla rivoluzione politica, era rimasto combattente ancora nella rivoluzione del pensiero, e portava, nel ministero della difesa l’anima del cospiratore, la fede dell’esule, la virtù del sacrificio, la rivolta all’arbitrio, l’anelito alla libertà”.

Mentre altrove l’Avvocatura era solo un aspetto, forse secondario, della vita civile, nel nostro Foro si compivano le grandi battaglie civili, si agitavano i fermenti del rinnovamento e s’accendevano i primi focolai d’insurrezione.

Non nelle leggi o nei libri di storia ma nelle allegazioni degli avvocati troverete la lotta contro il vetusto diritto feudale, l’opposizione contro la violenta procedura ad modum belli; negli scritti e nei discorsi dei nostri avvocati troverete l’origine di quella importante battaglia contro gli arcana iuris, a favore della motivazione delle sentenze; in quegli scritti e in quei discorsi troverete altresì la prima vera campagna per l’abolizione della pena di morte.

La parola dell’avvocato era dunque protesta contro l’abuso del potere, resistenza alla tirannia e, quando era destinata a soccombere, si faceva poesia e letteratura e mai silenzio. Era tutto questo l’arte forense.

Potrei farvi migliaia di esempi di avvocati che con il loro sacrificio hanno iscritto il proprio nome nella storia ma mi limiterò semplicemente a evocare, alla vostra memoria, soltanto due eventi storici che hanno segnato una tappa fondamentale nella storia del nostro paese e che hanno visto l’accorata e commossa partecipazione dell’Avvocatura.

Il primo evento è la rivoluzione napoletana del 1799 in cui numerosi giovani avvocati sacrificarono le loro vite per realizzare quel progetto di libertà. Basterà rievocare i nomi di Mario Pagano, autore di un importante progetto costituzionale, e Giuseppe Poerio, che aveva forgiato l’anima sua nell’agone forense. L’uno incontrò la morte sul patibolo, l’altro conobbe il dolore e l’umiliazione del carcere.

L’altro evento storico è l’Unità d’Italia, che vide il sapiente e prezioso contributo dell’Avvocatura nella formazione di quel diritto italico unitario che costituirà il supporto legittimante, l’ossatura normativa del nuovo stato italiano. Anche qui mi limiterò a citare due nomi emblematici: Pasquale Stanislao Mancini e Giuseppe Zanardelli, tutti e due illustri avvocati, lavorarono fianco a fianco nell’elaborazione del primo codice penale unitario.

Verrà un giorno nel quale la storiografia prenderà a studiare seriamente il contributo degli avvocati e giuristi, soprattutto meridionali, a questi due momenti storici così importanti.

Dopo questa breve premessa, vi accorgerete che è a dir poco riduttivo, forse offensivo, chiedersi quale sia stato il ruolo dell’avvocato nella storia.

L’avvocato non era soltanto il professionista, il tecnico, egli era il difensore del diritto, l’intellettuale, l’interprete delle istanza sociali e il promotore del rinnovamento giuridico, civile e persino politico.

Possiamo dunque affermare, senza timore di esagerare, che se la missione forense si esplica e si esaurisce nella storia, la storia a sua volta si nobilita e si arricchisce con il contributo dell’Avvocatura.

Ma vi è di più.

Nell’Ottocento assistiamo a un’altra svolta epocale, destinata a cambiare per sempre la visione dell’avvocato e il suo agire nella storia: l’associazionismo forense.

Nel 1874 viene pubblicata la prima legge professionale, e, come ha scritto l’avvocato Litterio, l’Avvocatura da ceto si trasforma in classe. Al nascente Consiglio dell’Ordine viene affidato il compito di salvaguardare il prestigio e il decoro dell’Avvocatura. Si affaccia nella storia forense l’idea della tutela dell’avvocato attraverso la solidarietà della classe. Mai più il sacrificio del singolo avvocato abbandonato al suo destino ma ogni attacco rivolto al singolo avvocato provoca la reazione dell’Avvocatura unita e compatta. È questo il fondamento e lo scopo del moderno Consiglio dell’Ordine.

Proprio in quegli anni Giuseppe Zanardelli pronuncia i discorsi sull’Avvocatura. Sono discorsi meravigliosi, pieni di romanticismo, che non soltanto esaltano e legittimano la nobile missione dei Consigli dell’Ordine ma approdano a una visione, direi quasi metafisica, dell’Avvocatura. Io penso che noi ancora non abbiamo compreso fino in fondo la lezione di Zanardelli.

L’Avvocatura, colleghi, non è la somma algebrica degli avvocati, è un ens transcendens che comprende e trascende tutti gli avvocati, dal più grande al più modesto, e sopravvive agli stessi.

L’avvocatura è talmente in alto che tutti gli attacchi proditori del nostro legislatore non riescono nemmeno a scalfirla, essa è talmente forte che sopravvive persino ai nostri quotidiani tentativi di autodistruzione. Come stella del firmamento, l’avvocatura brilla di luce propria, al di sopra delle nostre miserie, della nostra decadenza.

La difesa, di cui l’Avvocatura si alimenta, non è soltanto un compendio di tecniche avvocatesche ma è una categoria dello spirito e pertanto inesauribile ed eterna è la missione forense .

Potremmo anche immaginare che, in uno sciagurato futuro, spariranno i Tribunali, i giudici e persino gli avvocati, ma non si potrà mai fare a meno della difesa. Chiunque farà valere un diritto, in quel preciso istante, eserciterà il magistero difensivo e in quell’istante sarà un avvocato.

Colleghi, la riflessione sul nostro glorioso passato non può esimermi da un rapido, fugace sguardo sul nostro presente, questo nostro adesso giudiziario e forense.

In una società che si evolve a ritmo inarrestabile, ove nuovi rapporti sociali e nuovi equilibri mettono in crisi vecchi istituti giuridici, in una realtà politica che intende archiviare l’avvocato, esiliandolo dal processo e dall’aula di giustizia e relegandolo nella massificazione e nell’anonimato, abbiamo ancora un ruolo noi avvocati e in cosa consiste?

Io penso che, in questo particolare momento storico, il ruolo dell’avvocato sia quanto mai essenziale per il processo, per la giustizia, per la società.

Se è vero che il diritto e la giustizia differiscono nella mente del filosofo, è altresì vero che essi s’incontrano in un terreno comune: il processo.

Non c’evoluzione del diritto senza controversia, non c’è giustizia senza la dialettica del contraddittorio. Eccovi dunque il ruolo insostituibile dell’avvocato nel processo e il suo fondamentale contributo alla giustizia della decisone.

Ma la vera sfida del nuovo millennio consiste, per l’avvocato, a mio avviso, nel riconquistare il suo ruolo nella società civile.

Se vuole sopravvivere a questo periodo di transizione, l’avvocato dovrà uscire dagli angusti spazi del Tribunale e parlare direttamente alla gente, porsi nuovamente come interlocutore e interprete delle sue esigenze e dei suoi bisogni.

Solo così potremo recuperare quel ruolo intellettuale e quella credibilità che, anche per nostra incuria, stiamo perdendo, giorno dopo giorno.

Per fare questo c’è bisogno di un’Avvocatura libera, indipendente, culturalmente preparata e deontologicamente pura. Abbiamo bisogno di un associazionismo forense che sia all’altezza dell’istante. Soprattutto abbiamo bisogno del contributo dei giovani. So che saranno premiati dei giovani avvocati in questa sede, mi compiaccio di questo e a loro rivolgo queste mie ultime riflessioni, che valgono come augurio.

Tutti quei nomi altisonanti che prima avete ascoltato, i nostri Maggiori, erano tutti giovani quando hanno dato il loro contributo alla storia. Tutti quei diritti di cui oggi andiamo fieri, come il diritto alla casa, il diritto all’ambiente, i diritti degli animali, non sono piovuti dal cielo, non sono nati nella mente del legislatore, sono invece il frutto di lunghe e coraggiose battaglie giudiziarie condotte da giovani avvocati. E cosa sono questi nuovi diritti se non la manifestazione più bella della sensibilità delle nuove generazioni?

Un’Avvocatura che fa a meno dei giovani è destinata a isterilirsi, a non rinnovarsi e ad esaurire la sua missione nel narcisismo della parola e noi questo non lo vogliamo.

Sono fermamente convinto che le nuove generazioni sapranno trovare i modi, i tempi e le strategie affinché la nostra professione, dal glorioso e nobile passato, abbia ancora un domani.

Vi ringrazio.”

 a cura di Redazione

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