La decadenza del diritto


US-dairy-sector-welcomes-trans-Atlantic-trade-negotiations_strict_xxlIl progressivo disegno di disintegrazione del potere e della sovranità degli stati nazionali non si è ancora definitivamente compiuto. L’obiettivo delle multinazionali resta quello di perfezionare l’inarrestabile processo di globalizzazione dell’economia anche mediante lo scardinamento dei fondamentali principi della vita delle democrazie.
A molti viene lasciato intendere che all’origine della crisi economica ci sia la necessità di accelerare il processo di unificazione europea. E così i paladini del pensiero unico europeista invocano la centralizzazione di tutti processi decisionali, in materia di governance economica, a beneficio di organismi comunitari privi di qualsiasi rappresentatività popolare e legittimazione democratica. Quello degli “europeisti”, però, è ormai un fronte di retroguardia. Mentre l’opinione pubblica continentale è distolta dalle iniziative apparentemente volte rafforzare l’Unione europea, riservatamente si lavora per la realizzazione di ben altri obiettivi.
Pochi sanno che è in corso una operazione per togliere ulteriore potere ai popoli, e meno ancora sono coloro che hanno consapevolezza della natura, e dei possibili effetti, di tale operazione.
Il 14 luglio 2013, i capi di governo europei – nella circostanza l’Italia era rappresentata da Enrico Letta – hanno dato il via libera alle trattative con gli Stati Uniti per stipulare il TTIP, acronimo che sta per Transantlantic Trade and Investment Partneship.
In tale circostanza l’obiettivo comune che i governi europei si sono dati è quello della costruzione di mercato unico per merci, investimenti e servizi tra Europa e Nord America.
Le trattative tra le delegazioni UE e USA sono state condotte, da allora, nella più assoluta segretezza: basti pensare che il capo delegazione che ha rappresentato l’Unione Europea, nei diversi round che fino ad oggi si sono svolti, è un tale Ignacio Garcia-Bercero, del tutto ignoto all’intera opinione pubblica continentale.
Dei contenuti degli incontri bilaterali non sono informati né il parlamento europeo né quelli nazionali. Non sono informati neppure i popoli europei sui possibili effetti di tale trattato nonostante si tratta di un progetto inevitabilmente destinato ad incidere profondamente sul funzionamento della vita degli stati e di ogni settore economico.
Si tratta, per il vero, di dar luogo ad un trattato di libero scambio tra Europa e Nord America che abolisca i dazi doganali e uniformi i regolamenti, in modo da non avere più alcun ostacolo alla libera circolazione delle merci, alla libertà degli investimenti e dei servizi.
Si intende dar vita, quindi, ad un unico immenso mercato che valga, da solo, il 45% dell’intero PIL mondiale e che investa tutti i settori economici ad eccezione dei prodotti culturali ed audiovisivi.
La costruzione di questo grande mercato unico transatlantico viene presentata dai governi e dalle associazioni di impresa come una formidabile leva per rilanciare economia, redditi, occupazione e sviluppo.
Niente di più falso: un’ulteriore aumento della concorrenza al ribasso sui costi di produzione determinerà una riduzione complessiva del PIL. Neppure è vero, del resto, che la crescita dell’economia sarebbe determinata da un aumento delle esportazioni in quanto maggiori esportazioni, per un paese, implicano maggiori importazioni da un altro. Il bilancio non potrebbe che essere in perdita perché le maggiori economie di scala – di cui dispongono le imprese che operano nello sterminato mercato statunitense – ridurrebbero ulteriormente i salari ed i posti di lavoro.
Le dimensioni medie delle aziende agricole statunitensi si aggirano intorno ai 170 ettari, a fronte di quelle delle aziende europee che no superano i 13 ettari. Le dimensioni medie di un’azienda agricola italiana, invece, restano al di sotto degli otto ettari.
E’ facile intuire come, per dimensioni, le aziende agricole statunitensi godano di economie di scala che garantiscono margini di produttività nettamente superiori alle imprese europee. Una parte di tale produttività è realizzata, del resto, a discapito della salute dei consumatori.
Negli USA è possibile, ad esempio, coltivare prodotti geneticamente modificabili ed è legittimo impiegare ogni sorta di ormoni nell’allevamento degli animali destinati all’alimentazione: le mucche, destinate alla produzione del latte, sono dopate ed è legale trattare con il cloro i polli destinati al’alimentazione, così come le disposizioni che regolano l’uso dei pesticidi in agricoltura sono molte meno restrittive. Non vi è dubbio, pertanto, che uniformare le regole, ed abolire i dazi, significherebbe esporre la salute pubblica a rischi inimmaginabili e l’intero comparto agricolo al pericolo di un definitivo collasso.
L’aspetto più pernicioso di questo progetto è un altro: l’uniformazione delle normative sulla produzione e sul commercio, tra USA e UE. L’uniformazione delle leggi e dei regolamenti, nell’ambito di un grande mercato unico transatlantico, determinerebbe un inevitabile processo di deregolamentazione e di conseguente ulteriore livellamento al ribasso dal punto di vista delle protezioni e tutele dei cittadini. Tutto a esclusivo favore degli obiettivi di massimizzazione dei profitti di banche e multinazionali. Ed allora, se la filosofia che ispira il trattato è quella di abolire ogni barriera al libero commercio ed alla libertà degli investimenti, tutte le norme, eventualmente varate dai singoli stati, e che pongono vincoli in tal senso, potranno essere considerate illegittime.
Insomma l’obiettivo finale dell’operazione è quello di abolire definitivamente ogni residuo margine di sovranità nazionale mediante il trattato transcontinentale.
Il punto finale della trattativa è proprio quello di costituire un organismo arbitrale internazionale – un tribunale speciale non statale – cui demandare il potere di definire i contenziosi che potrebbero insorgere tra stati e imprese.
Si tratta di un aspetto della cui enorme importanza si tace, e dei cui nefasti effetti per le democrazie nulla si evidenzia.
Un tribunale privato, infatti, a fronte di azioni avviate da imprese, dovrebbe valutare se le normative degli stati debbano riconoscersi illegittimamente emesse allorquando pongano barriere o cautele all’esercizio della produzione e del commercio di beni o servizi.
In tal caso rientrerebbe nelle attribuzioni di tale tribunale privato emettere condanne nei confronti di stati sovrani, irrogare multe ed imporre obblighi di modifica delle legislazioni interne.
La trattativa che conduce alla stipula del trattato tra UE e USA si prefigge, allora, di perfezionare lo stravolgimento delle democrazie, della civiltà e dello stato di diritto, per come fino ad oggi li abbiamo conosciuti.
Gli stati, da fonti del diritto, verrebbero declassati a meri esecutori di una vaga governance sovranazionale dietro alla quale finirebbero per celarsi i soliti, ignoti ed ignobili, circuiti finanziari.
Del resto già Hegel denunciava che “quando il diritto privato ha il completo sopravvento sul diritto pubblico lo stato arretra di fronte agli interessi privati”.
Occorre maturare adeguata consapevolezza che ci troviamo innanzi ad un catastrofico processo di decadenza politica della politica e della democrazia. E la decadenza dei sistemi politici minaccia le basi stesse della civiltà.

a cura di Carmine Ippolito

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