Il Giudice non può ridurre i compensi dell’Avvocato senza un’adeguata motivazione.


La Corte di Cassazione, Sezione I Civile, Presidente Salvago, con la sentenza del 17 settembre 2015, n° 18238, affronta in maniera decisa il tema dei compensi.

La tematica è da tempo al centro di una scottante disputa alimentata, per di più, dalle recenti riforme – Decreto Bersani, nuova Legge Professionale, DM 140/2012 e 55/2014 – con cui l’Esecutivo è entrato “a gamba tesa” sul tema dei nostri compensi professionali, riducendoli sensibilmente.

E così è divenuta ormai quasi una prassi consolidata quella dei Magistrati di disattendere la richiesta di liquidazione dei compensi al termine di un procedimento, nonostante la stesura da parte nostra della nota spese, per di più senza un’adeguata motivazione e rendendo, di fatto, inutile la redazione della stessa.

Del resto la spinta “verso il basso” dei nostri compensi – in linea generale, già esigui, impalpabili e modesti – si acuisce nelle modalità di calcolo dei compensi in caso di ammissione al patrocinio a spese dello Stato o in caso di costituzione di parte civile in un processo penale o, anche, in caso di difese di Ufficio, minando certamente la qualità della difesa.

In tali casi, infatti, si registra un eccessivo abbattimento percentuale della somma ottenuta con gli ordinari parametri professionali: una vera e propria “ghigliottina” che svilisce l’attività svolta dall’Avvocato che, per di più, assiste chi non può permettersi una difesa o è parte lesa in un procedimento.

Per non parlare dei lunghi tempi per ottenere una liquidazione, acuiti dalla introduzione della fatturazione elettronica, che ha comportato ulteriori aggravi anche in termini di impegno e di spese. Si tratta di un sacrificio non più sopportabile dato che si giunge ad una liquidazione irragionevolmente sproporzionata nonché ingiustificata, se solo la si parametra alla necessità, costituzionalmente garantita, di assicurare agli Avvocati di operare serenamente a favore del non abbiente o del soggetto leso, garantendogli l’effettività del diritto di difesa in ogni stato e grado del processo.

Ora, con la sentenza della Corte di Cassazione del 17 settembre 2015, n° 18238, si registra per noi una attestazione favorevole, laddove si afferma che la riduzione dei compensi dell’Avvocato in presenza di nota spese, se non motivata, dovrà ritenersi illegittima.

La Suprema Corte si è espressa su istanza di un soggetto che era ricorso in Cassazione, dopo che la Corte d’appello, quale giudice di rinvio in una causa per la determinazione di indennità di espropriazione e di occupazione legittima, aveva liquidato le spese e competenze in misura ridotta rispetto a quanto sollecitato.

Il tutto è avvenuto benché la richiesta dell’Avvocato riportasse indicazioni e voci di spesa dettagliate e motivate.

Ebbene, i Giudici di Piazza Cavour affermano e riconoscono che il calcolo e la relativa liquidazione degli onorari di Avvocato rappresentano l’esercizio di un potere discrezionale del Giudice ma non un assoluto arbitrio.

Più precisamente, laddove la richiesta dell’Avvocato sia contenuta tra il minimo ed il massimo della tariffa, non è richiesta una specifica motivazione, né la stessa può formare oggetto di sindacato in sede di legittimità.

Tuttavia, tale potere incontra un limite, inteso come una sorta di clausola di salvaguardia dell’autonomia forense nello svolgimento e nel riconoscimento economico dell’azione svolta: qualora sia stato l’interessato stesso a specificare le singole voci della tariffa, producendo una nota specifica, l’Organo Giudicante non potrà limi­tarsi ad una globale determinazione dei diritti di procuratore e degli onorari di avvocato, in misura inferiore a quelli esposti, ma sullo stesso graverà un obbligo motivazionale relativo all’eventuale rimozione e diminuzione di voci.

Si determina, quindi, il vincolo di un vero e proprio impianto motivazionale, a suffragio della propria decisione, in quanto incombe sul Giudice l’onere di indicare dettagliatamente le singole voci che riduce.

C’è già chi, tra le fila dei Magistrati, invoca una levata di scudi, sul presupposto di ulteriori incombenze che andranno a gravare sui Giudici in sede di stesura di una sentenza.

Con tutto il sincero rispetto per la memoria dei Magistrati che sono stati uccisi dal terrorismo o dalla mafia e con il giusto riconoscimento delle difficoltà che incontrano i Giudici nel combattere in prima linea per il rispetto delle leggi, mi sento di sottolineare che la Magistratura non dovrebbe affrontare battaglie di retroguardia, come quelle che hanno portato al filtro in appello o in Cassazione o al pagamento per le motivazioni delle sentenze e che minano il principio costituzionalmente riconosciuto agli Avvocati della difesa del cittadino.

Magistrati ed Avvocati dovrebbero, assieme, affrontare con forza il potere politico, esortando il Governo a trovare le risorse necessarie per coprire le oltre 8.000 scoperture nell’organico del personale amministrativo.

a cura di Armando Rossi

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