Benedetto Croce e la filosofia del diritto


Benedetto_Croce_biblioteca.jpgInnanzitutto debbo invocare la generosa indulgenza dei lettori (i venticinque di Don Lisander, quel gentiluomo lombardo politicamente codino che non volle ripetere per decenza la canzonaccia cantata dai bravi?) per le povere parole che m’accingo a scrivere su Benedetto Croce e la filosofia del diritto.

Gli è che temo di finire impiccato alle mie stesse parole e frasi, così come accadde (naturalmente, considerate le proporzioni) ad Adriano Tilgher, allievo di Giuseppe Salvioli laureato in filosofia appena ventiduenne, autore di una dirompente Teoria del pragmatismo trascendentale, edita dai Fratelli Bocca nel 1915, che risultò sgradita a maestri del diritto e professori dalla lunga esperienza d’insegnamento giacché la considerarono frutto di arrogante presunzione. Fra i molti, si distinse il pur mite Guido de Ruggiero, pensatore lucidissimo, ebreo convertito al cattolicesimo in tarda età, autore di una monumentale Storia della filosofia d’impronta idealistica gentiliana, che diede alle stampe una recensione aspra, fra di fastidio e di disprezzo, in cui s’industriava (ingenerosamente, a dire la verità) di mettere in ridicolo il giovane studioso: “…il ragazzo s’è messo a giocare con lo spadone e il moschettone del nonno“.

Il fatto è che taluni docenti universitari si ritengono depositari esclusivi del sapere e non tollerano che qualcuno s’accosti alla loro sacra congregazione di anime belle, e, dall’alto dei loro scranni, tengono in non cale i sarcastici ritratti di cattedratici – la Sorbonne, les Sorbonicoles et les Sorbonâgres –, che secoli innanzi, sbeffeggiandone i metodi d’insegnamento, aveva disegnato col suo lessico bizzarro e le sue “sporchezze verbali” il Merlin Cocai1 di Francia, ossia quel geniale ribelle che fu François Rabelais. Nil sub sole novum.

Giorni or sono, mentre riflettevo sul come redigere questa mia noterella, dalle brume del tempo è emerso il ricordo di quel piovoso 20 Novembre 1952, quando il Preside del Liceo che frequentavo esortò tutti noi alunni a raggiungere la piazza del Gesù per partecipare al funerale di Benedetto Croce. Là, con gli studenti degli altri Licei cittadini, della mia classe ci ritrovammo quasi tutti: i fratelli Betta, futuri cattedratici d’Ingegneria, Amedeo Finizio, Francesco Amatucci, Nicola Pinsero, Filippo De Tullio, destinati al Fôro, Renato Buontempo, venturo imprenditore, Pietro Lignola, che sarà magistrato, Buby Leonetti e Fernando Del Balzo di Presenzano che aspiravano alla feluca d’ambasciatore e molti altri condiscepoli.

Libri-antichi-640x346.jpgDietro la bara, si vedevano Luigi Einaudi, il monarchico presidente della Repubblica, i membri del Governo democristiano, o meglio liberal-cattolico, i Dioscuri napoletani Enrico de Nicola e Giovanni Porzio, ministri, deputati, senatori, Achille Lauro, Masaniello miliardario Sindaco di Napoli, gli amici e gli estimatori piú intimi del defunto e una folla immensa. Se la memoria non m’inganna, mi pare che in un angolo si levassero timidamente i labari delle Corda Fratres. Intanto, un pensiero m’attraversava la mente: ad accompagnare Lodovico Ariosto all’estrema dimora s’erano trovati i familiari e alcuni monaci, al funerale di Baudelaire trenta persone, a quello di Oscar Wilde sette doloranti.

Di Croce, noi liceali del primo anno di corso sapevamo soltanto ch’era stato protagonista della politica nazionale ed eminente personaggio della cultura italiana ed europea.

Dopo avere salutato come fatto positivo l’avvento di Mussolini al potere (il 24 Ottobre 1922, vigilia della marcia su Roma, ne aveva applaudito il discorso al concentramento fascista nel Teatro San Carlo, a Napoli; nell’intervista data un anno dopo aveva confermato il giudizio favorevole, e a chi gli stava dattorno diceva che anche le bande del Cardinale Ruffo erano servite per scopi razionali); successivamente ne era divenuto avversario2, non di meno godendo di una certa libertà, tant’è che gli fu possibile continuare la pubblicazione della rivista “La Critica”3.

Intanto, la presenza di noi studenti in piazza del Gesù si era risolta nella salvezza, almeno per quel giorno, dalle severissime inquisizioni del professore Germano Crociani, un “maledetto toscano” docente di Latino e Greco.

Qualche anno dopo, il Fato mi fece incontrare nuovamente Croce: sulla bancarella antistante la libreria di Ermanno Cassitto, in via Port’Alba, m’accadde di notare, avvolti in fogli di carta velina, tre volumi editi da Laterza nella “Collana scolastica”: Benedetto Croce, La letteratura italiana, “per saggi storicamente disposti a cura di Mario Sansone”. Era quasi del tutto sordo don Ermanno, e scarsamente istruito, ma in giro si favoleggiava che fosse un rischiarato esperto di libri e ne capisse quasi quanto il mio illustre amico Mauro Giancaspro, un tempo direttore della Biblioteca Nazionale di Napoli: il prezzo dei tre volumi duecento lire, in tasca ne avevo duecentoquaranta; ma Cassitto mi attribuì un titolo accademico e mi fece “il complimento” d’un giovevole sconto: Dottò, per voi duecento.

Appena tornato a casa cominciai a leggere e fu una folgorazione: un modo nuovo, rispetto a quello che avevo conosciuto nei testi fin’allora usati a scuola, di indagare intorno alla lingua quale fermenta cognitionis, ossia vòlta a scandagliare l’ufficio e la natura del linguaggio inteso come stile e forma espressiva, pagine eleganti però prive di enfasi, chiarezza cristallina nel rapporto forma contenuto, una sintassi articolata e assolutamente consequenziaria; alla fine, una prosa dal sapore deliziosamente ottocentesco, ma nitida, limpidissima, godibilissima.

Da quel giorno mi sono dedicato all’esplorazione quasi maniacale della gigantesca produzione di Croce – erudito, storico, letterato, traduttore, editore, politico -, che sembra scavalcare le dimensioni umane.

Cosí, con animo appassionato e mente riflessiva mi immersi nella lettura assidua delle sue opere, a partire da La filosofia di Giovan Battista Vico, pietra miliare nella storia della fortuna del “divino napoletano” che ravvivò la discussione intorno alla Scienza Nuova, e trasformò me, da lettore appena curioso che n’ero, in indagatore inesausto delle degnità.

Poi, la Storia del Regno di Napoli, capolavoro storiografico, di cui Federico Chabod, famoso storico valdostano, scrisse: “È il senso vivo del particolare concreto – una figura umana soprattutto, un angolo della vecchia Napoli, un aneddoto – che si rivela già nel lontano periodo delle ricerche erudite e che a questo dà, nel complesso dell’opera crociana, il tono e il posto che merita.”4

Un giudizio che trova conferma nel pensiero d’un altro illustre storico qual è Giuseppe Galasso (al di là dei successivi approfondimenti critici – forse, una parziale revisione? – svolti dallo stesso5 molti anni dopo). Apprezzamenti che già nel 1926 erano stati preceduti da quello di Nino Cortese, allora promettente studioso e ricercatore della scuola meridionale, reso esplicito nel saggio in cui indaga sulle teorie storiografiche di Croce6.

Non è questo il luogo per dare notizia di tutte le mie letture crociane (del resto, non immagino a chi potrebbe interessare), tuttavia, voglio ricordare quelle che piú d’altre mi hanno, come dire?, segnato: La rivoluzione napoletana del 1799, La poesia, Teoria e storia della storiografia italiana (Croce vi si dà a correggere certi vizi di forma in cui, a suo parere, era caduta tale dottrina con Vico e con Hegel), Letture di poeti, I teatri di Napoli dal Rinascimento alla fine del secolo decimottavo, Storia dell’estetica per saggi, Etica e politica…

Insomma, un’oceanica attività scientifica e letteraria che procurò al pensatore venuto da una deliziosa contrada d’Abruzzo, Pescasseroli, “per secoli piccolo paese feudale sperduto tra le montagne”7, l’appellativo di dittatore della cultura italiana primo novecentesca.

Un riconoscimento invero giudicato improprio da Antonio Gramsci, che aveva individuato nella cultura italiana una disposizione conservatrice di cui Croce sarebbe stato il “papa laico”, e, con Giustino Fortunato “fra i reazionari piú operosi della penisola”8, procacciatore alla borghesia dell’elemento di connessione del blocco storico, e non soltanto di quello intellettuale dominato dalla borghesia medesima.

Ma forse sbagliava Gramsci, cosí come forse sbagliava Labriola, quando scriveva che Croce era mezzo radicale, mezzo marxista, mezzo socialista.

Ora, quantunque per un verso sia opportuno ignorare il peana laudatorio che si leva dai devoti della bassa crocianità, vale dire coloro che abusivamente ancora oggi si autoproclamano eredi di don Benedetto, e sebbene per l’altro sia indubitabile che non si possa imbalsamarlo e dire che sia “un cane morto”, per usare la celebre immagine di Marx a proposito di Hegel9, non è dato non tener conto del progetto di revisione, o, se piú piace, di rilettura critica del formidabile patrimonio crociano.

A questo punto, però, e prima d’affrontare il tema della filosofia del diritto secondo Croce, mi sia permessa una digressione: voglio mettere in chiaro un fatto: ha dedicato la vita al pensiero, Croce, e la sua opera grandiosa impone plauso incondizionato; non di meno, quando penso a certe sue inspiegabili prese di posizione l’uomo Croce non provoca simpatia. Come giustificare, infatti, il sorriso a denti stretti con cui andava dicendo che Bartolommeo Capasso – esploratore inesausto d’archivi e biblioteche, aureolato di fama europea siccome ricordava scrivendone due giorni dopo la morte Michelangelo Schipa10 – perdeva il suo tempo tentando di riportare franfelliccari e venditori di zeppole nelle forme del primitivo modulo greco, e soprattutto come tollerare il sotterraneo intendimento di demolirne l’opera scientifica che traspare dal discorso pronunciato sul feretro del grande storico, facendo mostra di lodarla? Incomprensibile, tanto piú che nel lontano1919 gli aveva dedicato Storie e leggende napoletane, e i loro rapporti, come riferisce Alfredo Parente, almeno all’apparenza, erano cordialissimi, quasi affettuosi.

Ecco un passo del discorso: “È stato detto da tanti che con la morte del Capasso si è fatta una perdita irreparabile… l’espressione, questa volta ha un senso particolare e appropriato…Con lui è morta per sempre la storia regionale della vecchia Napoli e del vecchio Regno…nel suo modo di concepire la storia di Napoli era uomo d’altri tempi: un superstite della vita regionale napoletana del Sei e Settecento…”11.

Alla fine, per Croce, un’opera senza destino quella del povero don Bartolommeo.

E che dire, poi, dell’inesplicabile giudizio spregiativo espresso sul Cours de linguistique générale di Ferdinand de Saussure, qualificato “libro rozzo e grossolano” malgrado, com’è stato accertato, mai l’avesse letto? Consultando, infatti, l’indice della Editio ne varietur delle opere di B.C. compilato da Fausto Nicolini, Nestore degli eruditi e sommo collaboratore di Croce, risulta che il nome del celeberrimo linguista svizzero, fondatore dello strutturalismo, non vi compare: è quindi evidente che l’attacco a Saussure era scaturito dalla lettura della recensione al fortunato libro del linguista svizzero Walther von Wartburg, Problèmes et méthodes de la linguistique. Insomma, una conoscenza di seconda mano. Perché, dunque?

♦♦♦

Et de hoc satis. Ora, m’avvìo a svolgere qualche (pur precaria e fuggevole) considerazione attorno al pensiero di Croce in tema di filosofia del diritto12: argomento aspro e difficile che all’interno della sua speculazione si profila a mo’ d’interdetto in forza del quale la filosofia del diritto è declinata come filosofia dell’economia13; interdetto speculare rispetto a quello di Giovanni Gentile14 (l’altro caposcuola dell’idealismo, la corrente filosofica liberatrice della cultura italiana dal positivismo) che proponeva la riduzione della filosofia del diritto alla filosofia morale.

Esula dall’intento di questa noterella, ma non voglio tacere una mia idea: sarebbe d’estremo interesse esaminare quanto dell’architettura di pensiero crociana abbia guadagnato dalla collaborazione con Gentile, e in qual modo e misura si sia modificata quando fra i due esplose insanabile il conflitto ideologico, insorse l’avversione politica e si radicò l’incomprensione personale.

Il disaccordo fra i due, d’altra parte, già s’era manifestato nei primi contatti epistolari con riferimento all’interpretazione della filosofia di Marx, alla legittimità della filosofia della storia, e, infine, al rapporto contenuto-forma nell’arte. Un disaccordo subito apparso evidente nelle lettere scambiatesi nelle pagine della “Voce”, dapprima sviluppando osservazioni e obbiezioni mediate, poi, sopravvenuto lo scontro ideologico-politico, con duri e ingenerosi riferimenti personali.

E dire che sia Croce sia Gentile avevano rappresentato, dialetticamente, la linea di continuità d’un liberalismo culturale e politico come “una conquista della coscienza” di tutti i cittadini15; e il pensiero italiano fino alla metà del secolo passato si era mosso attorno all’incontro prima, all’attrito tra i due poi: ne dà contezza perfino Norberto Bobbio, malgrado la sua piú che trasparente (e sopravvenuta) avversione per il filosofo siciliano: “Intorno a questi due personaggi [Croce e Gentile, naturalmente], prima a causa del loro incontro e poi a causa del loro dissidio, gravita tutto il pensiero italiano di questo cinquantennio”.16

A proposito dei “devoti” gravitanti nell’orbita crociana, Aldo Garosci ricorda: “Croce scriveva che i suoi pretesi seguaci erano piuttosto dei dannunziani e forse avrebbe voluto e dovuto dire gentiliani”17: ora, mentre il fatto è che non ci fu una vera e propria scuola crociana e viceversa ci fu una scuola gentiliana18, la constatazione è amara, a maggior grado tenendo in conto sua la scarsa simpatia (è un eufemismo) per il Vate. È noto, infatti, che fin dall’apparizione del primo romanzo di D’Annunzio, Il piacere, non si trattenne, Croce, dal manifestare il suo antidannunzianesimo: scrittore sensualistico, decadente, dilettante di sensazioni e via dicendo19. Un’avversione pari a quella nutrita per Marcel Proust. Com’è chiaro, sovente era di cattivo umore don Benedetto!

Accostatosi a Hegel mediato dal pensiero marxiano di Antonio Labriola, a Giambattista Vico, il genio che dalla vetta della speculazione metafisica seppe guardare con occhio d’aquila la scienza giuridica, e a Francesco De Sanctis, Croce venne precisando l’idea del momento economico dell’attività umana, che, a ben vedere, è elemento fra i piú rilevanti di tutta la sua dottrina filosofica, ancorché poco convincente, se non addirittura insoddisfacente.

Per lui il diritto corrisponde alla declinazione economica dell’operare e l’attività giuridica è sinonimo di attività economica, peraltro nettamente separata dall’etica e dalla morale talché non avrebbe (non ha) senso distinguere un diritto giusto e un diritto ingiusto, come “classificare i cavalli in due specie: cavalli vivi e cavalli morti”; e la storia del pensiero, certificando la differenza tra diritto e morale, chiarisce che l’attività giuridica si sostanzia in un’attività pratica in sé e per sé indirizzata all’utilità, a cui corrisponde il momento economico dello spirito, sicché, come innanzi s’è avuto luogo di osservare, altro non è possibile che ricondurre l’attività giuridica nell’alveo di quella economica.

Ciò ch’ebbe come conseguenza lo sviluppo della speculazione filosofica attorno al diritto entro un nebuloso eclettismo, e, altresì, l’abbandono del neokantismo ch’era stato strumento di critica al positivismo e fenomeno caratteristico della filosofia del diritto.

“La volontà giuridica – afferma Guido Fassò – appare del resto al Croce indirizzata all’utilità, alla quale corrisponde il momento ‘economico’ dello spirito (che si riferisce all’utilità nel senso di perseguimento di un fine genericamente non etico, ossia non universale, ma non per questo necessariamente egoistico od immorale)”20.

D’altro verso, contro chi andava sostenendo che la filosofia del diritto è simbolo di una fase prescientifica nello studio del diritto21, Croce reagì affermando la credibilità della filosofia in quanto storia e metodologia della storia, e non come astrazione metafisica.

Al tirar delle somme, e per metter fine a queste pagine che ovviamente non hanno pretesa di giudizio conclusivo, pare indubitabile che il contributo speculativo di Croce alla filosofia del diritto, filosofico ircocervo, sia stato appena un rèfolo di vento, e perché la sua filosofia non nacque, né ebbe sviluppo, all’interno d’una visione sistematica, sebbene con la denominazione filosofia dello spirito ne avesse assunto la parvenza, e, infine, perché priva di fondamenta teoretiche accettabili.

A Croce, d’altra parte, non piaceva “filosofare per obbligo di servizio e a pagamento”, “fare il filosofo professionale” e sopportare le “stroncature dei produttori di filosofia del momento” (l’allusione malèvola è a Giovanni Papini22), come risulta da una lettera a Karl Vossler.23

Dal canto suo, Donato Jaia24, filosofo hegeliano seguace di Spaventa, docente di filosofia teoretica all’Università di Pisa, il 22 Dicembre 1899 in una lettera diretta a Gentile (ch’era stato suo discepolo e con lui aveva stabilito un rapporto quasi filiale) seccamente aveva definito Croce “uno che non è un filosofo”; mentre, in anni a noi vicini, Francesca Rizzo Celona, non ha esitazioni e senza tortuosità verbali scrive: “…il concetto crociano della filosofia appare determinato a un livello minimo. Al riguardo occorre ricordare che il termine filosofia è raramente presente nei primi scritti di Croce, e che quando lo si incontra, è usato ambiguamente o come sinonimo di scienza, o alla maniera herbartiana come attività dell’elaborazione dei concetti che le scienze particolari lasciano tra loro contraddittorî. In secondo luogo, che questo livello appare tanto maggiormente minimo, se così si può dire, ove lo si confronti con quello del concetto gentiliano della filosofia, nella cui formulazione si avverte la presenza della tradizione speculativa hegeliana, in essa operante attraverso l’insegnamento di Jaia”.25

Per parte sua, Norberto Bobbio26, commentando le Cronache di filosofia italiana27 di Eugenio Garin28, che “rappresentano l’esame di coscienza di una generazione”, è costretto a mille sofisticherie tentando di riconoscere a Croce un vero e proprio sistema filosofico. Non di meno, alla fine deve tenere in conto che la vecchia questione tante volte posta per Hegel, è stata posta anche per Croce: se dall’uso di un certo metodo nasce un sistema, cadendo il sistema, resta valido il metodo?

Infine, se questa noterella non avesse per necessità confini ristretti, sarebbe di interesse analizzare diffusamente la meditazione di Gustavo Bontadini, che giudica Croce “eccellentissimo” critico e storico, ma non filosofo giacché non avverte la questione teologica, ch’è centrale in filosofia, verso cui, viceversa, massimo è il merito di Gentile “per avervi incentrato il pensiero contemporaneo”29.

книги (2)Insomma, penso che si debba escludere l’attribuzione a Croce d’un sistema filosofico organico (ovviamente, non quello dei professori universitari di storia della filosofia e dei manuali) e il suo ufficio nella comunità sociale, ancorché non definitivo, e il riconoscimento di un’idea filosofica del diritto, quanto piuttosto, come sembra ritenere addirittura qualche studioso crociano, soltanto un pensiero in fieri attorno a questioni specifiche, particolari. Quel che sia, è lo stesso Croce a dichiarare che “nessun sistema filosofico è definitivo, perché la Vita, essa, non è mai definitiva”.30

Scomparso Croce ed esauritosi l’interdetto neoidealista gravante sulla filosofia del diritto (che, fortunatamente, non aveva travolto la disposizione accademica della disciplina), si produsse fra gli studiosi, in specie fra i filosofi del diritto e perfino fra alcuni degli stessi crociani, l’esigenza di recuperare alla filosofia la materia del loro studio, e l’interdetto medesimo servì da stimolo, giovò all’approfondimento della riflessione, e in conseguenza straordinario risultò il fervore di studi ed editoriale per la filosofia del diritto.

Non è lo scopo di questo scritterello, né il luogo, per valutare criticamente la messe di saggi e studi pubblicati in quel rinnovato fervore di studi ed editoriale, talché, mi limito a indicare – naturalmente senza pretesa di completezza -, alcuni autori e le loro opere. Giuseppe Capograssi, profondamente cattolico, che aveva elaborato un’antropologia fondata sull’esperienza comune e portato la sua ricerca al culmine della speculazione con l’Introduzione alla vita etica; un’opera che, però, provocò roventi critiche. Particolarmente duro, fu Giovanni Tarello, fondatore della scuola genovese di filosofia del diritto, che non ebbe scrupoli nel definire il pensiero capograssiano “fumisterie”. Giorgio Del Vecchio, filosofo del diritto d’ispirazione cattolica, siccome s’è avuto luogo di ricordare all’inizio di queste note ebreo convertito in non piú giovane età e già fervente fascista: alla caduta del regime venne dimenticato, e per lui fu ripetuto quel ch’era stato detto per Georg Friedrich Händel, il grande compositore barocco: ha scontato l’immensa fama goduta in vita con un non casuale oblìo dopo morto. Ancora: Pietro Piovani ch’era stato allievo di Giuseppe Capograssi, acuto studioso di Vico; Carlo Antoni, autore d’una notevole monografia intitolata La restaurazione del diritto di natura; Sergio Cotta, filosofo cattolico, docente filosofia del diritto, Alberto Passerin d’Entrèves, Guido Fassò, già avanti menzionato, e altri ancora.

Autori con disposizioni ideologico-culturali, e anche politiche, diverse, sovente opposte, ma tutti portatori d’un sapere che ne fa personalità vive del tempo e capaci di comprendere l’esperienza giuridica nella prospettiva del rinnovamento.

 a cura di Salvatore Maria Sergio

1 Pseudonimo di Teofilo Folengo, Mantova 1491-Bassano del Grappa 1544; celebre soprattutto per l’Opus maccaronicum. Rabelais lo cita piú volte nel Pantagruel.

2 Nel tempo, peraltro, da piú parti, soprattutto dai comunisti, gli vennero rivolte accuse di tiepido o incompleto o vacillante antifascismo. E, ancora, la polemica democratica gli addebitò certe scelte “moderate”, tra cui l’articolo della “Voce” sulla Morte del socialismo: ne dice A. GAROSCI, “Croce e la politica”, in L’eredità di Croce, a cura di F. Tessitore, Guida, Napoli 1985, p. 185.

3 Croce dette inizio alla pubblicazione de La Critica il 1903. Si racconta che Mussolini avesse chiesto quante copie tirasse la rivista: quando gli fu risposto “all’incirca 1.500”, avrebbe esclamato: “allora lasciatela stare”.

4 F. CHABOD, Lezioni di metodo storico, a cura d L. Firpo, Laterza, Bari 1960, p. 186.

55. G. GALASSO, Mezzogiorno medievale e moderno, Einaudi, Torino 1965.

6 N. CORTESE, Cultura e politica a Napoli dal Cinquecento al Settecento, E.S.I., Napoli 1965, p. VII. In quest’opera l’Autore polemizza con Enrico Cenni, giurista illuminato e storico acuto, ritenendo che esaltasse la storia dell’antico regno di Napoli entro una visione “municipalista”.

7 B. CROCE, in “Appendice” a Storia del Regno di Napoli, p.358.

8 A. GRAMSCI, “La taglia della storia”, in “L’Ordine Nuovo”, 1919, I, n. 1919; e Alcuni temi della quistione meridionale, in “Stato Operaio”, 1930.

9 Cfr.: C. MUSCETTA, “Una testimonianza su Croce critico letterario”, in Benedetto Croce trent’anni dopo, a cura di A. Bruno, Laterza , Bari 1983.

10 M. SCHIPA, in: “Napoli nobilissima”, anno IX, f. III, marzo 1900; riportato in B. CAPASSO, Masaniello, la sua vita la sua rivoluzione, con scritti di F. Russo, S. Di Giacomo, M. Schipa e B. Croce, Luca Torre editore, Napoli 1993.

11 Loc. cit.

12 Il primo vero filosofo del diritto, addirittura il fondatore, è considerato Christianus Thomasius (1655-1728).

13 B. CROCE, Riduzione della filosofia del diritto alla filosofia dell’economia, memoria redatta il 1907, poi edita a stampa in Napoli circa vent’anni dopo.

14 Castelvetrano 1875-assassinato a Firenze il 15 Aprile 1944 da un gruppo partigiano fiorentino aderente ai Gap di ispirazione comunista.

15 F. GALLO, Dalla patria allo Stato. Laterza, Bari 2012.

16 N. BOBBIO, “Il nostro Croce”, in Filosofia e cultura, a cura di M. Ciliberto e C. Vasoli, Editori Riuniti, Roma 1991, p. 792.

17 A. GAROSCI, “Croce e la politica”, in L’eredità di Croce, cit., p. 174.

18 Già nella prima scuola di Gentile s’erano segnalati Armando Carlini, Giuseppe Saitta, Cecilia Motzo Dentice di Accadia (prima donna a ottenere una cattedra di filosofia), Guido De Ruggiero, Vito Fazio-Allmayer, Augusto Guzzo, tutti meridionali – siciliani o napoletani.

19 L’antidannunzianesimo di Croce, come una volta mi…confidò sottovoce, non piaceva al fervènte ammiratore dell’Orbo Veggente Fausto Fiorentino, il famoso libraro-antiquario, presso cui sovente Croce si fermava a conversare con gli amici e i seguaci.

20 G. FASSÒ, Storia della filosofia del diritto III. Ottocento e Novecento, Laterza, Bari 2001.

21 Fra gli altri: Pietro Bonfante, prolusione al corso di filosofia del diritto, Università di Roma, 1917.

22 Dal verso suo, Papini, che s’era compiaciuto di scrivere con trasparente ironia “Io sono un teppista, è arcivero, verissimo. M’è sempre piaciuto rompere le finestre e i coglioni altrui” [Il discorso di Roma, 1913], aveva identificato in Croce il nemico piú temibile, un simbolo delle Istituzioni. E in “Sciocchezzaio crociano” [Stroncature, ediz. de “La Voce”, Firenze 1916, p. 28 seqq,] ne dice con prosa feroce: “…Questo padreterno milionario, senatore per censo, grand’uomo per volontà propria e per grazia della generale pecoraggine e asinaggine (…) l’influenza nefasta di quest’uomo è giunta a tal punto che vi sono stati giovani i quali l’hanno proclamato successore di Carducci…”

23 Stoccarda 1872-Monaco di Baviera 1949. Linguista, seguace della filosofia idealistica, fu professore nelle Università di Heidelberg, Würzburg e Monaco. Il carteggio con Croce (1898-1949) è stato pubblicato per la prima volta da Laterza nel 1951, a cura di V. Capraris.

24 Donato Jaia, Conversano (Bari) 1839 -Pisa 1914. GENTILE-JAIA, Carteggio, a cura di M. Sandirocco, Firenze 1969, I, p. 402.

25 F. RIZZO CELONA, “Una discussione tra Croce e Gentile sul concetto di filosofia”, in Benedetto Croce trent’anni dopo, a cura di A. Bruno, Laterza, Bari 1983, p. 247.

26 N. BOBBIO, “Il nostro Croce”, in Filosofia e cultura, per Eugenio Garin, a cura di Michele Ciliberto e Cesare Vasoli, Editori Riuniti, Roma 1991. Durissima polemica si scatenò, anni or sono, esattamente nel 1992, quando il settimanale “Panorama” pubblicò la lettera inviata l’8 Luglio 1935 a Mussolini da Bobbio (poi divenuto un’icona dell’antifascismo e campione di democrazia), nella quale vantava i “meriti fascisti” propri e quelli dei suoi familiari per difendere la sua cattedra universitaria

27 E. GARIN, Laterza, Bari 1955.

28 Un tempo devoto a Gentile.

29 G. BONTADINI, Dall’attualismo al problematicismo, Brescia s.d. (ma 1946).

30 B. CROCE, Filosofia della pratica, Laterza, Bari 1923, p. 390.

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