Le donne di Arturo di Francesco M. Passaro. Un tentativo di recensione


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Gaetano Esposito, avvocato

 

Il romanzo che mi accingo a recensire non è un’opera di facile lettura. Rappresenta, per il suo autore, un esperimento stilistico, potrei definirlo un romanzo a incastro, potrei dire che sono tre romanzi che si intersecano nelle pieghe della stessa trama. C’è il romanzo di Arturo, quello di Guido e Giovanna e quello di Salvatore Rubino  e sua moglie, ognuna di queste storie potrebbe esser letta come un libro a sé.

La trama non ha struttura lineare, il ritmo narrativo è scandito da sequenze o meglio da scene che, nella loro concatenazione, vanno a formare le varie trame del romanzo. L’opera è una trasposizione letteraria di esperimenti già riusciti nella cinematografia, penso, ad esempio, a Quentin Tarantino.

Questo tipo di costruzione narrativa impegna il lettore in un lavoro di ricostruzione della trama e della frammentaria psicologia dei personaggi; il lettore, dunque, in questo insolito ruolo di ricostruttore diventa, in senso lato, co-autore.

Il romanzo è composto da tre storie, tre vite che si ambientano nello stesso quartiere, addirittura i personaggi si vedono dalle loro finestre, eppure sono infinitamente diverse le une dalle altre perché diversi sono i protagonisti delle stesse.

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Le storie sono diverse ma hanno un tratto comune: l’incapacità di amare. Le vite dei personaggi sono chiuse in una monade ove regna l’incomunicabilità e l’incapacità di sentire. Ognuno dei protagonisti non riesce a vivere il sentimento e ha bisogno di alimentarlo trasgredendo. La trasgressione avviene anch’essa in maniera asettica, attraverso i social, attraverso la chat, cioè attraverso una forma di comunicazione anonima e alienante.

Apparentemente è il romanzo della trasgressione ma in verità è il romanzo dell’incapacità di amare e di vivere l’amore.

La storia di Guido e Giovanna narra di una coppia borghese, dalla vita routinaria, una di quelle coppie che si trascinano un po’ per inerzia, un po’ per la paura di restare da soli. L’autore descrive plasticamente questa situazione dicendo che “le loro vite galleggiavano nella quiete più assoluta”.

Il personaggio di Guido è il più complesso del romanzo, è un uomo che “non sa amare” ci avverte l’autore ed è un uomo che vive nei suoi sogni diurni, ricordando la sua infanzia segnata dall’odio per la matematica e dall’amore per i romanzi gialli.

La storia di Salvatore Rubino, invece, è del tutto diversa. È un piccolo delinquente di cui Passaro tratteggia una breve ma efficace criminogenesi descrivendoci il suo rapporto con la madre, nevrotica e bigotta, quello con il padre, camorrista e capozona di quartiere. La vita di Salvatore è una lunga sequenza di esperienze traumatizzanti, dal reato al carcere, dalle privazioni alla tortura nella cella numero zero di Poggioreale; la sua vita è una lenta degradazione fino al più orrendo dei crimini.

La vita di Arturo è, a mio avviso, meno interessante, nonostante sia il protagonista del romanzo o almeno del titolo del romanzo.

È un uomo sentimentalmente instabile, incapace di stabilire legami, consuma l’amore in amplessi atletici e trasgressivi ma non è un seduttore, non ha nulla di romantico, poetico e fascinoso. Le donne di Arturo sono il suo mondo racchiuso in un file del suo computer.

Quel mondo fatto di lettere e di confessioni intime servirà alla crescita di Guido. Il viaggio di Guido nel mondo di Arturo è un’esperienza iniziatica, una nuova educazione sentimentale attraverso cui Guido scopre il lato oscuro dell’amore.

Attraverso il mondo di Arturo Guido scoprirà se stesso. La tragica fine di Arturo farà uscire Guido dal suo letargo spingendolo all’azione, costringendolo a prendere posizione nei confronti di sua moglie, di sua sorella e persino nei confronti dell’assassino di Arturo. Il personaggio di Guido è il più complesso del romanzo perché è come la Napoli che traspare nelle pagine del romanzo, una città inerte, problematica, in perenne attesa che qualcosa cambi.

Se fossi un critico letterario direi che l’attesa rappresenta un aspetto fondamentale della poetica di Francesco Passaro, che d’altronde intitolava il suo primo romanzo appunto: Attesa di giudizio. Se fossi un critico di indirizzo psicoanalitico direi che l’attesa ossessiona l’autore perché è un avvocato e dunque la sua vita è fatta di lunghe, estenuanti, palpitanti attese.

Tornando al romanzo, potrei concludere con un paradosso dicendo che la morte di Arturo riporta Guido alla vita.

Il resto lo scoprirete leggendo il libro.

di Gaetano Esposito 

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