MOBBING – INTENTO PERSECUTORIO DEL DATORE


3Ai fini della configurabilità del mobbing l’elemento qualificante, che deve essere provato da chi assume di aver subito la condotta vessatoria, va ricercato non nell’illegittimità dei singoli atti, bensì dell’intento persecutorio che li unifica, sicché la legittimità dei provvedimenti può rilevare indirettamente perché, in difetto di elementi probatori di segno contrario, diventa sintomatica dell’assenza dell’elemento soggettivo che deve sorreggere la condotta, unitariamente considerata; parimenti, la conflittualità delle relazioni personali all’interno dell’ufficio, che impone al datore di lavoro di intervenire per ripristinare la serenità necessaria per il corretto espletamento delle prestazioni lavorative, può essere apprezzata dal giudice per escludere che i provvedimenti siano adottati al solo fine di mortificare la personalità e la dignità del lavoratore.

Corte di Cassazione, sezione Lavoro, sentenza n. 30673/18, depositata il 27 novembre 2018.

La Corte di Cassazione torna ad esaminare la spinosa questione dei presupposti del mobbing, con particolare riguardo a due aspetti: quale sia l’elemento qualificante di tale fattispecie e, nello specifico, la rilevanza delle singole condotte ostili del datore di lavoro e l’onere della prova che incombe sul lavoratore. Nel caso di specie, il lavoratore ha lamentato che i giudici di merito avevano erroneamente sminuito la portata dei singoli atti ostativi commessi dal datore di lavoro (in particolare, mutamenti continui dell’orario di lavoro, ritardati e anche mancati pagamenti di alcuni stipendi, mancata consegna dei numerose buste paga, sorveglianza indebita sul posto di lavoro, applicazione di sanzioni disciplinari pretestuose, comportamenti vessatori dell’amministratore della società ed assegnazione di mansioni dequalificanti) non rilevando la sistematicità delle condotte vessatorie attuate nel tempo con intento persecutorio, finalizzate ad ottenere le dimissioni del dipendente. La Suprema Corte ha ritenuto infondate le doglianze del lavoratore, condividendo la valutazione dei giudici di merito circa l’insussistenza dell’intento persecutorio del datore di lavoro.

Nella sentenza in commento la Suprema Corte per prima cosa ricorda che comunemente per mobbing si intende una condotta del datore di lavoro o del superiore gerarchico, sistematica e protratta nel tempo, tenuta nei confronti del lavoratore nell’ambiente di lavoro, che si risolve in sistematici e reiterati comportamenti ostili che finiscono per assumere forme di prevaricazione o di persecuzione psicologica, da cui può conseguire la mortificazione morale e l’emarginazione del dipendente, con effetto lesivo del suo equilibrio psicofisico e del complesso della sua personalità. Per la ricorrenza di tale fattispecie devono pertanto sussistere la molteplicità dei comportamenti di carattere persecutorio, illeciti o anche leciti se considerati singolarmente, purché reiterati nel tempo e connotati da intento vessatorio, l’evento lesivo della salute o della personalità del lavoratore, il nesso eziologico tra condotta e pregiudizio e la prova dell’elemento soggettivo e, cioè, dell’intento persecutorio unificante tutti i comportamenti lesivi.
L’elemento soggettivo assume dunque rilevanza centrale nella valutazione dei giudici, che devono verificare, sul piano oggettivo, la sussistenza di sistematici e reiterati abusi idonei a configurare il cosiddetto terrorismo psicologico e, sul piano soggettivo, la coscienza e l’intenzione del datore di lavoro di arrecare danni – di vario tipo ed entità – al dipendente.

Spetta al lavoratore che agisce in giudizio per il risarcimento dei danni da mobbing fornire la prova rigorosa di tutti gli elementi appena citati. Peraltro, conclude la Corte, non può soggiacere a censure la scelta dei giudici di merito di non ammettere la consulenza tecnica d’ufficio in merito all’entità dei danni subiti ed al nesso eziologico tra gli stessi e le condotte del datore di lavoro. Come è noto, infatti, la consulenza tecnica d’ufficio non costituisce mezzo di prova e non può essere utilizzata come strumento per colmare le lacune probatorie della parte su cui incombe l’onus probandi.

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