Operaio tenta il suicidio in casa: inidoneità del lavoratore e legittimità del licenziamento


L’eclatante episodio si è concretizzato con una fuga di gas che ha messo in pericolo ben tre palazzine. La tragedia è stata evitata, grazie alla polizia, ma l’uomo, assolto dall’accusa di omicidio e condannato invece per resistenza (e lesioni) a danno degli agenti, è ritenuto non più idoneo dall’azienda per cui ha lavorato (Corte di Cassazione, sez. Lavoro, sentenza n. 8027/2019, depositata il 21.3.2019).http://www.dirittoegiustizia.it/images/spacer.gif

È finito sotto processo per tentato omicidio, avendo creato con una fuga di gas i presupposti per far esplodere la palazzina in cui era collocato il suo appartamento e due stabili vicini. Alla fine i Giudici hanno però ridimensionato il gesto da lui compiuto, considerandolo un atto finalizzato all’autolesionismo, cioè al suicidio, e non ad arrecare danni ad altre persone.
Tuttavia, quell’episodio è sufficiente, secondo i Giudici, per dare legittimità al licenziamento deciso dall’azienda per cui lavorava l’uomo come operaio. 

L’episodio incriminato risale al dicembre del 2013, quando il comportamento dell’uomo richiede l’intervento della polizia. In sostanza, egli «apre le bombole del gas nella propria abituazione; poi chiama le forze dell’ordine; infine minaccia di far esplodere la palazzina», col forte rischio di provocare danni serissimi anche a due stabili vicini.
La tragedia viene evitata, grazie agli agenti della polizia, ma l’uomo finisce sotto processo. Per lui scatta la condanna. Tuttavia, va annotato che egli viene ritenuto colpevole solo di «resistenza (e lesioni) a danno dei pubblici ufficiali» accorsi nella sua casa, mentre viene cancellata l’accusa più grave, cioè quella di «omicidio». Su quest’ultimo fronte, i Giudici ritengono che l’uomo non volesse provocare una strage, bensì mettere in atto, seppur in modo drammatico, un suicidio.
Questa visione però non modifica in alcun modo le valutazioni dell’azienda per cui l’uomo lavora come «operaio specializzato addetto alla manutenzione delle infrastrutture». Consequenziale, quindi, è il licenziamento del dipendente, licenziamento che viene ritenuto legittimo prima in Tribunale e poi in Corte d’Appello, nonostante l’opposizione del legale che rappresenta il lavoratore.

E inutile si rivela anche il ricorso proposto in Cassazione, laddove viene invece ribadita la giustezza della drastica decisione presa dall’azienda.
Per i Giudici, come già evidenziato in Appello, «i comportamenti descritti e dimostrati dall’istruttoria in sede penale sono di particolare gravità sotto il profilo del vincolo fiduciario, anche in considerazione delle mansioni svolte dall’uomo nell’ambito della sicurezza delle infrastrutture» aziendali. E irrilevante è il richiamo difensivo al fatto che «l’uomo lavora in squadra»: innanzitutto, perché «è di comune esperienza che la perdita di controllo da parte di uno dei componenti di una squadra può mettere a repentaglio sia i colleghi che l’utenza»; peraltro, «non si vede come l’interesse aziendale possa essere efficacemente perseguito da una squadra di colleghi, i cui componenti, prima ancora di occuparsi della sicurezza delle infrastrutture, debbono impiegare le loro energie nel contenere il rischio che un membro della loro stessa squadra possa nuovamente indulgere in comportamenti distruttivi e antisociali».
Per chiudere il cerchio, poi, viene anche sottolineato che «lo stato di ebbrezza alcolica» dell’uomo non può rappresentare una «attenuante», bensì va valutato come «sintomo di una fragilità che contribuisce alla nefasta prognosi di correttezza del futuro adempimento, sempre in considerazione delle mansioni specifiche di operatore specializzato della sicurezza».

a cura di Alessandro Gargiulo

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