LEGGE PINTO E EQUO INDENNIZZO: necessario il raggiungimento di una soglia minima di gravità


In base al principio de minimis non curat praetor recepito dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, non è indennizzabile la violazione che raggiunga una soglia minima di gravità. Intanto può presumersi come normale l’afflizione derivante dalla durata di un processo, in quanto il pregiudizio sofferto raggiunga nel caso concreto una soglia minima di gravità, al di sotto della quale il patema non è più oggettivabile e meritevole di tutela (Corte di Cassazione, sez. II Civile, ordinanza n. 11228/2019, depositata il 24.4.2019). 

I ricorrenti proponevano opposizione avverso il decreto emesso in un procedimento di volontaria giurisdizione con il quale veniva rigettata la domanda di equa riparazione proposta in relazione ad un giudizio presupposto promosso dai medesimi ricorrenti innanzi alla sezione distaccata del TAR territorialmente competente. Il rigetto di tale domanda era dovuto al mancato superamento della soglia minima di gravità al di sotto della quale il pregiudizio derivante dalla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo non può ritenersi significativo e non è, pertanto, indennizzabile.
Il Ministero dell’Economia e delle Finanze si costituiva in giudizio evidenziando, oltre la natura bagatellare del contenzioso amministrativo, l’esito sfavorevole per gli istanti dello stesso giudizio presupposto.
La Corte di Appello adita rigettava con decreto l’opposizione condannando i ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio sullo stesso presupposto enunciato dal giudice di merito ossia che la posta in gioco nel giudizio presupposto non superava la soglia minima di gravità. In particolare, secondo il Collegio, le condizioni economiche degli istanti valutate unitariamente all’esiguità della posta in gioco, nella specie, consentivano di escludere l’esistenza di qualsiasi pregiudizio apprezzabile per i ricorrenti derivante dalla lungaggine del giudizio presupposto.
I ricorrenti chiedevano la cassazione del decreto emesso dalla Corte di appello.
Nella specie, gli Ermellini hanno ritenuto infondati tutti i motivi proposti dai ricorrenti poiché questi – secondo i giudici – non possono essere censurati in sede di legittimità, ma sono tutti riservati al giudice di merito. Secondo i giudicanti, nel caso in esame, emerge con chiarezza che la Corte distrettuale ha ampiamente esaminato i dati processuali, ha interpretato la domanda avanzata dagli attuali ricorrenti innanzi al TAR (giudizio presupposto), ha considerato le fasi del giudizio svoltosi davanti al TAR ed ha consapevolmente concluso che la domanda formulata dai ricorrenti nel giudizio presupposto avesse natura bagatellare. In tali giudizi, proseguono i giudici, va valutata la posta in gioco e la gravità della violazione in rapporto alla situazione soggettiva della parte. La c.d. presunzione di danno in tal caso non torva più un reale spazio di applicazione, essendo superata da un’attività di riscontro positivo delle caratteristiche del caso singolo.
Escluso, pertanto, il danno evento (la cui riparazione è regola che soggiace solo alle proprie eccezioni) lo spostamento del baricentro dell’indagine comporta che l’esistenza di una soglia minima di gravità al di sotto della quale il danno non è indennizzabile può apprezzarsi sotto un duplice profilo, quello della violazione e quello delle sue conseguenze.

I magistrati concludono affermando che devono essere espunte dall’ambito di tutela della l. n. 89/2001 sia le violazioni minime del termine di durata ragionevole, di per sé non significative; sia quelle di maggior estensione temporale, ma riferibili a giudizi presupposti di carattere bagatellare, in cui esigua è la posta in gioco e trascurabili i rischi sostanziali e processuali connessi.

a cura di Alessandro Gargiulo

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