ENRICO DE NICOLA AVVOCATO E UOMO DI STATO A CINQUANNT’ANNI DALLA SCOMPARSA


Chi fosse recato allo studio di De Nicola, al corso Umberto di Napoli, l’antico Rettifilo, avrebbe trovato a indicargli la porta del celebre avvocato un semplice targa di ferro smaltato bianco: “Avv. Enrico De Nicola”. Quella targa De Nicola mai volle cambiare, e all’ombra di quella targa era vissuto svolgendo tutta la sua vita di grande avvocato, di sommo giurista e costituzionalista,  di grande uomo di Stato.

In una breve nota giornalistica non è possibile illustrare compiutamente le tappe che segnarono il cammino percorso da Don Enrico (il Don, retaggio d’un costume proprio del viceregno di Spagna, a Napoli è attribuito ai grandi del Foro) dalla Toga alla suprema Magistratura della Repubblica, talché mi limito  a svolgere “currenti calamo” qualche riflessione. Don Enrico, che come ha scritto Giuseppe Galasso, “dovè molto alle aule dei tribunali e al suo studio di avvocato”, fu fermissimo interprete della funzione politico-sociale propria dell’avvocatura, specialmente nella società del Mezzogiorno d’Italia, e coerente interprete della fedeltà alla tradizione; secondo Giovanni Spadolini, “una fedeltà patriottica d’antico stampo, con una vena d’orgoglio e di risentimento, diciamo così, alla Sonnino”.

Nel tempo a cavallo dell’Ottocento e il Novecento, mentre s’avvertiva l’eco della Scuola positiva del diritto, e quando fra i maggiori penalisti del Foro napoletano s’imponevano  Gennaro Marciano, Alfredo De Marsico e Giovanni Porzio, Enrico De Nicola (era stato allievo di Enrico Pessina) trionfava con un’eloquenza essenziale che nulla concedeva all’emotività, alle metafore, se non all’indagine razionale, in una parola, cartesiana della materia del giudizio.

L’uomo politico: cortesissimo nella forma ma inflessibile e intransigente nelle sue prese di posizione, in lui s’assommarono tutte le virtù dell’Italia liberale, mentre con una saldissima fedeltà patriottica ai valori del Risorgimento “conservò sempre del giolittismo l’alta ispirazione ideale, il senso dei limiti e della misura”. Fu per suo consiglio che Giovanni Giolitti istituì nel Governo che formò il Sottosegretariato alla Presidenza del Consiglio dei ministri, e pure su sua indicazione vi designò Don Giovanni Porzio, del quale si diceva “non è eloquente, bensì è l’eloquenza stessa”. Di passata, aggiungo che Porzio fu vicepresidente del Consiglio nel quinto gabinetto De Gasperi, ma ne uscì nel 1949 per gravi dissensi con Tupini, Segni e altri sulla politica del Governo che giudicava inadeguata alle necessità del Mezzogiorno, e tornò a indossare la Toga.

Laureatosi giovanissimo in giurisprudenza, Don Enrico De Nicola iniziò subito l’attività forense e conseguì il suo primo incarico politico nel 1907, quando fu eletto consigliere comunale nella lista del sindaco Ferdinando Del Carretto. Fu poi eletto deputato in quattro consecutive legislature, fu, come avanti detto, Sottosegretario di Stato, fu eletto Presidente della Camera dei deputati, e nella XXVIII legislatura venne nominato senatore. Nel 1946 venne eletto Capo provvisorio dello Stato, divenendo dal 1° gennaio  al 12 maggio 1948 primo Presidente della Repubblica. Nel giugno 1948 fu nominato senatore a vita e nel 1956 presidente della Corte costituzionale. Commemorandolo nella Camera dei deputati, il 6 ottobre 1959, il Presidente del Consiglio dei ministri disse: “Certi uomini sembrano fatti apposta per i momenti più difficili di un popolo e di una nazione; i momenti cioè nei quali o sono messi a prova di sventura le sue più nobili tradizioni o c’è da salvare un patrimonio d’ideali… Si tratta insomma di quegli uomini che, utili sempre ai destini d’un popolo, sono indispensabili quando c’è tutto da perdere o tutto da salvare: uno di tali uomini fu Enrico De Nicola“. Laico quanto poteva esserlo un antico Sottosegretario di Giolitti, animato da un senso profondissimo dello Stato di diritto, seguì la nascita della Costituzione nazionale, vigilando sulle questioni di principio (oltrechè di protocollo a cui attribuiva valore di sostanza, ma che a taluni osservatori superficiali sembravano “manie”) ed opponendosi ad ogni possibile deviazione e tralignamento. Don Enrico, che i giovani avvocati della mia generazione (quella degli anni trenta-quaranta) in Castel Capuano ebbero la ventura talvolta d’ascoltare, fu di esempio ai cittadini introducendo una decisa separazione fra privato e pubblico: mai s’avvalse della franchigia di Stato per la corrispondenza personale (alla sua morte, nel cassetto della scrivania nella villa di Torre del Greco, furono rinvenuti i francobolli da lui acquistati), pagò di tasca sua le spese dei viaggi da Roma a Napoli, mai entrò nello scompartimento ferroviario riservato. Ma ebbe anche una piccola “mania”: all’arrivo, andava a stringere la mano al macchinista del treno. Presidente della Repubblica, aveva chiuso lo studio al Rettifilo, in affitto dal “Risanamento”, e ricusata la lista civile e la scorta, al termine del mandato s’era ritrovato con le finanze al lumicino. “Era – come disse il Presidente del Senato Cesare Merzagora – di una signorile povertà che avrebbe nascosto  come avrebbe nascosto la ricchezza se l’avesse posseduta”. Tornato alla professione, ritenne che avendo ricoperto la suprema magistratura della Repubblica, per integrare l’assegno parlamentare fosse decoroso accettare soltanto qualche ricorso in Cassazione. Un giorno, costretto al risparmio, mandò al sarto il cappotto perché lo rivoltasse: al fattorino che l’aveva riconsegnato chiese il conto, ma quegli disse che occorreva rivolgersi al principale. Per lettera lo chiese, Don Enrico, ma il sarto tacque. Seconda missiva, ancora silenzio. Alquanto piccato, inviò una persona ad esternare il suo disappunto per quel silenzio che riteneva sgarberia insolente: lapidaria la risposta dell’artigiano: “Poiché siamo al punto che il Presidente deve farsi rivoltare il cappotto, il sarto ha il dovere di non farsi pagare”.

Le qualità dimostrate nel Parlamento e nel Governo gli erano valse la stima e la fiducia di molti fra coloro ch’erano espressione della vecchia democrazia liberale, e ancora oggi, a cinquant’anni dalla scomparsa, di ciò si deve tenere in conto scrivendo di Lui. Per concludere questa breve nota: il Foro napoletano celebrando l’antico Maestro aggiungerà un’altra pagina luminosa  al grande libro della sua storia.

a cura di Salvatore Maria Sergio

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