Diritto penale liberale


Il manifesto sul Diritto penale liberale promosso dall’Unione delle Camere Penali segna l’incontro tra diritto penale e liberalismo. Già, ma quale liberalismo?

Il liberalismo, infatti, prima e dopo il Manifesto di Oxford (1947) che ne ha segnato l’atto costitutivo e, per certi versi, l’orgoglio identitario, è un arcipelago di personalità prima ancora che di correnti. Il convegno milanese che ha celebrato la nascita del Diritto penale liberale è stato, in fondo, un susseguirsi di richiami a Cesare Beccaria, padre del diritto penale (moderno, prima ancora che liberale) e all’illuminismo, di cui Milano è stata – con Napoli – la capitale italiana. Ma ora Beccaria non è più (solo) patrimonio italiano: è diventato un patrimonio universale, cioè prescinde dall’illuminismo, dal liberalismo e da altre etichette ideologiche. Chi scrive assunse la decisione di immatricolarsi a Giurisprudenza dopo aver letto Dei delitti e delle pene e da avvocato affermato (più o meno) non solo si è dedicato al diritto penale ma ha dedicato a due grandi esponenti del liberalismo italiano (Luigi Einaudi e Luigi Luzzatti, il primo docente di Scienza delle finanze a Torino, poi Governatore della Banca d’Italia e Presidente della Repubblica, il secondo docente di Diritto costituzionale a Padova e poi Ministro del Tesoro) il suo secondo libro (Diritto della cooperazione finanziaria), con tanto di foto dei citati nella quarta di copertina.

Proprio Einaudi sosteneva che la spesa pubblica non è una variabile indipendente, quindi le entrate fiscali non devono rincorrere la spesa pubblica ma semmai il contrario: stabilito un livello di tassazione che non deprima la crescita economica ma anzi la incoraggi, la spesa pubblica deve adeguarsi a quel livello di entrate. Tutto questo lo ricordo perché un processo costa, soprattutto se è un processo penale. Uno Stato ricco come la Norvegia può permettersi un processo penale costoso, ma uno Stato povero ed economicamente involuto come quello italiano che tipo di processo penale si può permettere?

Tra l’altro il processo penale italiano si basa già su un fattore economicamente distorsivo: non si applica il principio di soccombenza. Se come avvocato vinco un processo civile o del lavoro contro una amministrazione statale, il giudice in sentenza condanna la controparte a pagare le spese legali (“le spese seguono la soccombenza”). Se in un processo penale il mio assistito viene assolto, il giudice non condanna la Procura (o il Ministero della Giustizia) a pagare le spese legali. Quindi un processo penale si risolve per l’imputato (nella migliore delle ipotesi) in un esborso economico che lo Stato non gli rimborserà, fatto salvo il caso del patrocinio a spese dello Stato. Anche il dibattito sulla prescrizione penale ha le sue ricadute economiche. Mi limito a illustrarne una con le parole di un amico e collega, recentemente trasferitosi dal Foro di Napoli a quello di Milano. Premesso che nel Tribunale e nella Corte d’appello di Milano i processi sono di gran lunga più rapidi, il collega quando aveva a che fare con clienti napoletani non solo veniva pagato pochissimo ma si sentiva pure dire dal cliente:”Tanto si prescrive tutto, vi dico pure quando”.

Benedetto Croce

A Milano, invece, dove il cliente sente sul collo il fiato di una giustizia che rifugge dalle prescrizioni, “mi è capitato pure di ricevere 5.000,00 euro per una banale appropriazione indebita”. Allora, per tornare alla domanda “quale liberalismo ?”, forse il Diritto penale liberale sarebbe piaciuto a Benedetto Croce: un simbolo del liberalismo, certo, ma notoriamente ostile alle scienze, compresa l’economia.

a cura di Agostino La Rana

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